Westwood. Punk, icona, attivista: la moda secondo Vivienne

L’Inghilterra, si sa, in fatto di moda ha sempre fatto storcere il naso a molti. Basti pensare, per esempio, ai discutibili look della famiglia reale, spesso al centro di spassosi articoli di rotocalchi. Eppure, all’interno di un popolo per cui il gusto estetico sembra quasi una leggenda metropolitana, ecco spiccare una figura sì bizzarra, sì eccessivamente lontana dai canoni esistenti, ma anche con il coraggio di osare, di andare oltre le convenzioni e con una forte, fortissima personalità.

Stiamo parlando della stilista e attivista Vivienne Westwood, vera e propria icona punk rock, la quale, prima di ottenere i meritati riconoscimenti, è stata spesso considerata un’outsider, con tanto di poco gradevoli prese in giro riguardo il suo modo di rapportarsi alla moda.

A raccontare la sua straordinaria figura ha pensato la documentarista Lorna Tucker, la quale, tramite Westwood. Punk, icona, attivista ha progressivamente ripercorso i momenti più salienti della vita della stilista, per poi arrivare, finalmente, al successo dei giorni nostri.

Idea interessante, questa della Tucker. Eppure, probabilmente, soli ottanta minuti non bastano a rendere l’idea del personaggio che ci viene presentato. O meglio, ottanta minuti sarebbero più che sufficienti, se solo si riuscisse a trovare un buon modo per sfruttarli.

E, malgrado una realizzazione classica e volutamente priva di fronzoli, questo lavoro della Tucker non sembra, purtroppo, centrare i propri obiettivi. Se, infatti, troppo poco tempo viene dedicato al background della protagonista, il lavoro sembra improvvisamente fermarsi quando ci viene mostrata la Westwood all’opera, finendo addirittura per girare a vuoto nella sua poco efficace ridondanza.

Vi sono aspetti che vengono affrontati solo in maniera sommaria, per poi essere completamente abbandonati, come lo stesso passato della stilista e il suo attivismo a fianco di Greenpeace.

Se, tuttavia, il documentario sembra riprendersi man mano che ci si avvicina alla conclusione, allo stesso tempo finisce per somigliare sempre più a uno spot pubblicitario (ulteriormente complice un commento musicale eccessivamente invasivo), rendendo il risultato piuttosto mediocre e privo di mordente.

Malgrado le buone intenzioni, quindi, ben poco si riesce a valorizzare una figura che ha avuto un impatto così forte nell’Inghilterra degli scorsi decenni.

 

 

Marina Pavido