Prima che si passi a sei mesi più tardi, è immediatamente una situazione horror all’interno delle docce di un campo da basket ad aprire Whistle – Il richiamo della morte, diretto dal Corin Hardy responsabile, tra l’altro, del pessimo The nun – La vocazione del male.
L’incipit di una oltre ora e mezza di visione che, nel ribadire che la morte non è una scelta ma è inevitabile, lascia subito avvertire la chiara intenzione di strizzare l’occhio alla costruzione narrativa dei vari tasselli che costituiscono il franchise Final destination.

Del resto, mentre tira in ballo paure adolescenziali proto-Talk to me l’operazione poggia su un semplicissimo plot a firma dell’Owen Egerton sceneggiatore di Blood fest: un gruppo di liceali scopre un fischietto della morte, antico oggetto azteco usato per accompagnare nell’aldilà le anime delle vittime sacrificate, e commettono incautamente l’errore di suonarlo; senza immaginare che ascoltare quel suono significhi avere il destino negativamente segnato. In aria di slasher soprannaturale, sono infatti le spettacolari dipartite dei diversi protagonisti a cadenzare l’evoluzione di Whistle – Il richiamo della morte, immerso in un’atmosfera da film dell’orrore degli anni Ottanta rievocata in buona parte anche dalla colonna sonora.

Non a caso, tra le canzoni che la compongono è presente la Back to the wall dei Divinyls che fu già nella soundtrack di Nightmare 4 – Il non risveglio; titolo, questo, di cui torna alla memoria anche uno storico omicidio nel momento dell’uccisione di Grace alias Ali Skovbye, che si concretizza oltretutto in seguito ad una lunga situazione di paura abilmente orchestrata. Ma non si tratta degli unici riferimenti alla saga che ci ha regalato il Freddy Krueger di Robert Englund, in quanto, se da un lato brevi apparizioni di scuolabus gialli e case con piscina possono ricordare l’ambientazione di Nightmare 2 – La rivincita, dall’altro uno dei due momenti maggiormente sanguinosi del film sembra una variante della fantasiosa eliminazione del Dan di Danny Hassel di Nightmare 5 – Il mito; in cui, come in questo caso, era inoltre presente un giovane in fissa per i fumetti.

Citazioni volute oppure no, sta di fatto che, tra un Ragazzi perduti di Joel Schumacher e un Donnie Darko di Richard Kelly, Hardy ed Egerton hanno dichiarato nei loro modelli d’ispirazione per concepire il lungometraggio proprio Nightmare – Dal profondo della notte, tanto da chiamare Craven – come il geniale Wes creatore dell’artigliato Signore degli incubi – il professore interpretato dal Nick Frost de L’alba dei morti dementi. Quest’ultimo, per di più, posto anche al centro di una sequenza in un deserto corridoio scolastico che omaggia chiaramente quella onirica in cui la Nancy di Heather Langenkamp vedeva il cadavere parlante della Tina di Amanda Wyss in quel mitico capostipite kruegeriano. Dunque, se non fosse per l’effettistica digitale e per la coppia omosessuale costituita dalla Chrys di Dafne Keen e dalla Ellie di Sophie Nélisse, Whistle – Il richiamo della morte sembrerebbe uscito direttamente dallo spensierato decennio reaganiano. E, pur senza eccellere, proprio grazie a questa fusione di elementi moderni e citazionismo nostalgico riesce nell’impresa di intrattenere sufficientemente fino alla conclusione… collocata durante i titoli di coda.
