Molti sono i mostri iconici resi famosi dalla casa di produzione americana Universal Pictures, e tra essi si colloca senz’altro l’uomo lupo, divenuto noto a livello mondiale dopo la pellicola del 1941 del regista George Waggner, The Wolf Man (in Italia L’Uomo Lupo), interpretata, nel ruolo del protagonista, da Lon Chaney Jr., ed arricchita dal trucco del grande make-up artist Jack Pierce, creatore anche di altri capolavori della Universal come il mostro di Frankenstein, Dracula e la mummia. La pellicola di Waggner ebbe un così grande successo che le seguirono quattro sequel ed, in tempi più recenti (2010), un remake, prodotto dalla stessa Universal, diretto da Joe Johnston ed interpretato, nel ruolo che fu di Chaney Jr., da Benicio del Toro. Se questo remake ricalcava abbastanza fedelmente il soggetto originale di Curt Siodmak, lo stesso non si può dire del nuovissimo reboot del film di Waggner, Wolf Man, che ha visto le luce nelle sale nel 2025, diretto da Leigh Whannell, che modifica talmente tanto la storia originale da non sembrare, alla fine, nemmeno ispirato ad essa, ma semplicemente un ulteriore, nuovo capitolo della storia cinematografica dell’uomo lupo.

Nel 1995 un escursionista scompare sulle montagne dell’Oregon, e nella zona si comincia a vociferare che sia stato contaminato da una malattia che i nativi chiamavano “Volto di lupo”. Durante una battuta di caccia Grady Lovell ed il figlio, il piccolo Blake, avvistano una strana creatura dalla quale si salvano per miracolo ed il padre giurerà di catturarla. L’azione si sposta poi in avanti di trent’anni, quando Blake, ormai adulto, vive a San Francisco con la moglie Charlotte e la figlia Ginger. Un bel giorno l’uomo riceve la comunicazione che suo padre, che non sente da molti anni, è stato dichiarato morto, e decide di partire con la famiglia alla volta dell’Oregon per prendere i beni che egli gli ha lasciato e decidere cosa fare della casa. Tuttavia l’arrivo nella sua terra natia non sarà affatto come aveva sperato, e dopo l’incontro nella foresta con una strana creatura umanoide le vite dei tre avranno ben presto una virata verso l’abisso.

Leigh Whannell inizia a far parlare di sé nel mondo del cinema horror intorno agli anni Duemila quando, dopo aver conosciuto James Wan, scriverà con lui la sceneggiatura di quello che nel 2004 diverrà uno dei capitoli più fortunati della carriera del regista malese: Saw – L’Enigmista. Successivamente, dopo alcune prove attoriali, Whannell scrive, sempre insieme a Wan, l’horror Dead Silence, e di seguito il terzo capitolo della saga di Saw. Ma sarà nel 2015 che l’australiano deciderà di dare una svolta alla sua carriera, dirigendo il suo primo lungometraggio, Insidious 3 – L’Inizio, seguito nel 2018 dal fanta – thriller Upgrade. Tuttavia la sua prova più stimata ed acclamata dietro la macchina da presa risale al 2020, quando gira un reboot contemporaneo del film di James Whale L’Uomo Invisibile, classe 1933, pellicola storica della Universal. Il film viene accolto molto bene, e così, incoraggiato da questo successo, Whannell decide di compiere un’operazione simile sul classico di Waggner del 1941, riconsiderando in chiave contemporanea l’atavica figura dell’uomo lupo.

Dopo un inizio che ricorda molto da vicino il film del 2001 Wendigo, diretto da Larry Fessenden, Whannell ci porta subito in una storia completamente nuova, che nulla ha a che vedere con Larry Talbot e la sua famiglia, con la bella Gwen o la zingara Maleva, che invece erano stati ripresi pari pari nel remake del 2010 de L’Uomo Lupo. Se questo cambio repentino di sceneggiatura può suscitare delusione in coloro che erano andati a vedere il film aspettandosi di rivivere le gesta di Lon Chaney Jr., io trovo invece che proprio qui stia il punto di forza di questa pellicola: Whannell non ci offre un clone del film del ’41, non ci riporta in quei climi ed in quei territori, ma traspone la figura mitologica dell’uomo lupo ai nostri giorni, rendendola più attuale e quindi più empaticamente vicina a noi.

Certo la sceneggiatura, scritta da lui insieme a Corbett Tuck, non ha nulla di particolarmente originale, tutto sa di già visto, e la storia è piuttosto banalotta e prevedibile, ma, al netto di ciò, per me il film funziona, perché non ha grosse pretese, ed è con questa premessa che va guardato. Se non ci si aspetta chissà quale horror concettuale o chissà quale rilettura dallo stile impeccabile che ne faccia un’opera d’arte, allora Wolf Man senz’altro potrà intrattenervi e, perché no, farvi anche sussultare nei punti giusti. Del resto Whannell aveva dimostrato, già dalla sua collaborazione con Wan, di essere uno che conosce bene i meccanismi della suspense, ed anche i molti jumpscares di cui è disseminato il film non danno particolarmente fastidio ma anzi ne aumentano la godibilità. Mentre lo guardavo, in poche parole, mi pareva di essere ritornata indietro nel tempo, quando, negli anni Ottanta, vedevo i film horror rintanata sotto la mia copertina, temendo il buio in cui si svolgeva l’azione più di ogni altra cosa, perché era quel buio che nascondeva, sicuramente, le più inconcepibili aberrazioni. E così sarà anche qui, in effetti. Wolf Man è un film che per l’80% si svolge al buio, dentro una casa isolata in una foresta, ed i protagonisti non sembrano avere via d’uscita né essere al sicuro, sia che restino dentro sia che escano fuori. È il buio il loro vero nemico, e nel buio si nasconde, ovviamente, la creatura che sarà la causa di tutti i loro mali.

Alcune scene sono davvero ben fatte e cariche di tensione, come quella iniziale del padre e il figlio nel gabbiotto di caccia che vengono attaccati da uno strano essere che non si vede, ma di cui si sentono i versi animaleschi e del quale si vede la nuvoletta del respiro oltre i bordi della casetta che funge da loro unica protezione. Scena che, per altro, avrà un parallelismo identico sul finale, dove al posto del binomio padre/figlio troviamo quello madre/figlia, come se vivere un’esperienza del genere fosse catartico per rafforzare i rapporti non proprio idilliaci figlio/genitore. Altra scena davvero interessante è quella del ragno, che fa capire pian piano a Blake i cambiamenti che stanno avvenendo dopo l’incontro con la misteriosa creatura del bosco.

Certo, l’idea del messaggio alla base della famiglia di Blake non è interessante né originale, ma il fatto che non sia stato particolarmente sviluppato ci fa capire che probabilmente non era quello il punto focale sul quale Whannell voleva fondare il film, ma gli serviva solo un pretesto per portare Blake e la sua famiglia tutti insieme appassionatamente in Oregon. Oregon che, per altro, non è l’Oregon, perché il film è stato girato interamente in Nuova Zelanda, e, devo dire, che gli scenari naturali lasciano davvero il segno, anche se la maggior parte della pellicola si svolge nella casetta o nel folto bosco circostante.

Buona la prova del cast, che vede, nel ruolo di Blake, l’attore statunitense Christopher Abbott, che si era visto ed apprezzato da poco in Povere Creature! di Yorgos Lanthimos (2023), ma che aveva già preso parte ad opere horror quali It Comes at Night di Trey Edward Shults del 2017 o Piercing di Nicolas Pesce del 2018. Al suo fianco la brava Julia Garner, ammirata per la sua recente interpretazione della ballerina Terry Gionnofrio in Appartamento 7A (2024) di Natalie Erika James, prequel di Rosemary’s Baby, ed anche lei volto noto al popolo dell’horror per aver preso parte a pellicole quali We are what we are di Jim Mickle (2013) e The Last Exorcism – Liberaci dal Male di Ed Gass-Donnelly (2013).

Quindi, in conclusione, consiglio la visione di questo Wolf Man? Assolutamente sì, a patto che vi si accinga con le prospettive giuste: senza dunque cercare nessun tipo di confronto con l’epocale pellicola di Waggner del 1941, né col remake del 2010, e nemmeno senza pensare che sia una chissà quale rilettura innovativa del mito dell’uomo lupo, o che nasconda messaggi significativi, o che brilli come opera d’arte a sé stante grazie a particolari meriti. No, niente di tutto ciò. Wolf Man di Leigh Whannell è un horror di puro intrattenimento, ben girato e ben interpretato, capace di spaventare e di tenere sulla corda grazie ad un buon uso della suspense, e supportato da deliziosi effetti prostetici artigianali nella trasformazione dell’uomo lupo che ci fanno pensare, con una lacrimuccia, ai classici di John Landis (Un lupo mannaro americano a Londra, 1981) e di Joe Dante (L’Ululato, 1981), dove, per fortuna, la CGI non era ancora arrivata a rovinare tutto ed a rendere tutto un po’ meno spaventoso, e, perché no, decisamente meno poetico. Non c’è la luna piena, non c’è l’argento, ma c’è Ginger Snaps, e questo è decisamente divertente!

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Now, Apple TV, YouTube, Google Play Film ed Amazon Prime Video ed in dvd e blu-ray Universal.

https://www.imdb.com/it/title/tt4216984

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