Write about love: lo charme del metacinema

Il fascino del metacinema, che ha permesso a 8 e ½ di Federico Fellini e ad Effetto notte di François Truffaut di raggiungere l’acme della propria cifra stilistica svelando i retroscena della fase ex ante dell’eterna fabbrica dei sogni, spinge l’ambizioso regista filippino Crisanto Aquino a inerpicarsi in cima al Pantheon degli illustri numi tutelari.

Write about love, disponibile sulla piattaforma TBAPlay, ne svela l’attitudine ad appaiare l’intensa leggerezza di apologhi brillanti sul bisogno di rompere il ghiaccio nei rapporti di coppia tipo Harry ti presento Sally di Bob Reiner con la peculiare forza significante degli elementi ambientali.

A differenza dell’originale cancer-movie Mindanao di Brillante Mendoza, ben lungi dal trarre partito dall’assoluto capostipite del genere, Voglia di tenerezza di James L. Brooks, deciso piuttosto ad amalgamare in chiave metaforica nonché personale tensioni intime ed eventi collettivi, la componente manieristica dell’intrigante ma ovvio déjà-vu traligna l’inevitabile riflessione sul mondo dello spettacolo ispirato dalla gente comune in un balsamo decisamente anacronistico.
Privo, quindi, della fragranza dell’acume genuino. Ciò nondimeno quando, vinta la profonda diffidenza reciproca, l’avventizia scrittrice inchioda l’attenzione del cinico ed esperto sceneggiatore incaricato di aiutarla nella stesura di un copione per il grande schermo, raccontandogli della lotta sostenuta contro l’impietoso tumore dal protagonista maschile Marco, lo spazio filmico si erge ad apologo sincero sull’egemonia del cuore sul cervello. Prima della scena madre, scevra a ogni buon conto dalle secche della retorica, giacché frutto di un attento processo d’incubazione all’insegna di pittoresche impuntature, dialoghi caustici ed esposizioni critiche, l’uso della metonimìa, dinanzi al tablet, con la storia da ritoccare punto per punto, trascende la sostanziale banalità dei cosiddetti nani sulle spalle dei giganti.

Non è certo il cavallo di battaglia di un autore con la “a” maiuscola. Però neanche l’extrema ratio dell’ennesimo mestierante che se la cava per il rotto della cuffia scopiazzando a destra e manca. I coloriti siparietti all’interno dei consorzi domestici risultano tuttavia piuttosto bozzettistici ed estranei quindi alla compiutezza espressiva ed evocativa dei semitoni colti dal vero. Al contrario tutte le sequenze girate nei bar, nei ristoranti, nel distretto di Quiapo, nella florida regione di Sagada riescono a conferire all’universo di passioni, scontri, accordi ed empiti ora di stizza ora di gioia lo slancio dell’ordine naturale delle cose. Il dinamico montaggio dell’incipit, scandito dagli ammiccanti split screen e dai movimenti di macchina a schiaffo da un soggetto all’altro, cede al momento giusto la ribalta tanto alla dimensione mitopoietica della geografia emozionale quanto alle prospettive psicologiche ed empatiche dei dramedy intellettuali. La vicenda a distanza di Marco e Joyce, a dispetto di qualche deleteria scoria patetica, traduce in termini immaginifici il bisogno di anteporre alla freddezza delle valutazioni analitiche il calore dei sentimenti. Celati spesso e volentieri dai calcoli professionali, dai deliri d’onnipotenza, dalla voglia di spaccare il mondo. Anziché farne parte prendendo spunto dalle esperienze di vita per chiudere il cerchio ed elaborare i segni della sconfitta, la memoria dei padri e l’inversione di rotta con la virtù dell’autoanalisi.

L’intenzione quasi liricizzante, agli antipodi rispetto al piglio disinibito ed eccentrico adattato all’inizio per rinvigorire l’insito scambio tra i fiumi di parole e le raffigurazioni dai calori pastosi, non trova nella modesta fotografia le scelte cromatiche adatte a riverberare l’appeal liturgico della scrittura per la Settima arte sorretta dalla spontaneità del carattere d’ingegno creativo. L’avvertito taglio viceversa delle inquadrature, l’arguto campo-controcampo, l’opportuno dosaggio degli attimi realmente gustosi, con l’omaggio culinario alle prelibatezze locali sulla falsariga del sapido affresco taiwanese Mangiare bere uomo donna di Ang Lee, e dei vincoli di suolo, eletti ad antidoto contro l’impasse dei luoghi comuni seppur riverniciati di fresco, rimescolano solo le carte, per prendere al laccio gli spettatori dai palati fini, o cementano il colpo d’ala di un’opera d’estro cominciata come un’operetta sulla scia dei maestri? Quot capita, tot sententiae. Write about love, nonostante l’impiego di canzoni inclini all’enfasi, preferisce comunque la polpa dell’esame comportamentistico che va sotto pelle agli espedienti tirati via alla carlona ed estrapola dalla verve degli interpreti un saggio connubio di spigliato dinamismo ed efficiente meditazione.

 

 

Massimiliano Serriello