Wrong turn: boscaioli massacratori reboot

Nei panni di un padre alla ricerca della figlia scomparsa dopo essersi avventurata insieme a un gruppetto di amici nei boschi del West Virginia in direzione monti Appalachi, è il Matthew Modine di Full metal jacket che vediamo immediatamente in scena in Wrong turn, annunciato come settimo capitolo della violentissima saga iniziata nel 2003 dall’omonimo lungometraggio diretto da Rob Schmidt e rimasta ferma al mediocre Wrong turn: Last resort, firmato da Valeri Milev undici anni dopo.

Soltanto annunciato, però, in quanto, sceneggiato dallo stesso Alan B. McElroy che scrisse proprio il capostipite, più che in qualità di sequel questo nuovo lungometraggio appare chiaramente come autentico reboot del franchise che ci ha abituati alle sanguinolente imprese della famiglia di deformi esseri proto-Le colline hanno gli occhi geneticamente mutati.

Esseri che vengono in questo caso sostituiti con una sorta di tribù di selvaggi esistente dai tempi della guerra civile e dall’appetito cannibale; ma che, manifestando esponenti tutt’altro che mostruosi (spesso oltretutto dai volti celati dietro teschi cornuti di animali) e facendo il proprio ingresso nell’operazione a molti minuti dopo l’avvio del tutto, contribuisce a lasciar intendere come Wrong turn si distacchi non poco dal tenore di liberatorio slasher di serie b che ne aveva caratterizzato i sei predecessori.

Perché è evidente che, dietro la macchina da presa, Mike P. Nelson – autore, tra l’altro, del post-apocalittico The domestics – non manchi di abbracciare l’epoca cinematografica del fastidioso politicamente corretto diffusosi in questi anni Venti del XXI secolo. Con tanto di ragazzo di colore buono e giudizioso e girl power in agguato nel corso della circa ora e cinquanta di visione, chiaramente destinata a poggiare sul classico topos riguardante le temibili conseguenze dell’”invasione” del territorio redneck da parte di giovani borghesi di città. Ma, al di là del fatto che, complice una durata decisamente eccessiva per una tipologia di prodotto in fotogrammi tranquillamente orchestrabile in circa novanta minuti, l’evoluzione della vicenda rischi di apparire tirata un po’ troppo per le lunghe, a lasciare di sicuro delusi i fan della serie che ha riconosciuto nel blood’n’gore il proprio marchio di fabbrica è la risicata dose di splatter.

In mezzo a tronchi d’albero pericolosamente rotolanti, trappole assortite, frecce, teste spaccate e ferri ardenti utilizzati per accecare le vittime, infatti, il consueto campionario sadico viene inscenato lasciando fuori campo i dettagli più raccapriccianti, ad eccezione di quelli relegati alla fase conclusiva del film.

Mentre il finale decisivo viene posto durante i titoli di coda di un horror che non risulta certo bocciabile, ma che, con ogni probabilità, non conquisterà coloro che si aspettano l’esagerato massacro cosparso di liquido rosso regalatogli tra il 2003 e il 2014.

Quindi, la domanda sorge spontanea: perché intitolare Wrong turn un elaborato che rispecchia soltanto in minima parte i connotati del maggiormente fuori di testa e molto meno serioso materiae di partenza?

 

 

Francesco Lomuscio