Al Teatro Petrolini di Roma va in scena “Xanax” di Angelo Longoni con la regia di Marco Fiorini: uno spettacolo intenso, ironico e profondamente umano che trasforma una crisi claustrofobica in un racconto emotivo sulla vita contemporanea.
ROMA – Ci sono spettacoli che intrattengono, altri che fanno riflettere. E poi ci sono rappresentazioni come “Xanax”, capaci di entrare lentamente sotto pelle, lasciando nello spettatore quella sensazione rara di essersi riconosciuto in qualcosa di profondamente vero.
Al Teatro Petrolini di Roma, la messinscena del testo firmato da Angelo Longoni e diretto da Marco Fiorini ha conquistato il pubblico con una combinazione difficile da trovare: intensità teatrale, ironia amara, tensione emotiva e una straordinaria capacità di raccontare le fragilità contemporanee senza mai cadere nel moralismo.
Dopo il successo della prima serata, anche la replica del 13 maggio viaggia verso il tutto esaurito, confermando quanto questo spettacolo riesca a parlare direttamente a una generazione adulta che si muove ogni giorno tra ansia, relazioni sospese, lavoro alienante e bisogno disperato di autenticità.
La scena è apparentemente semplice: un ascensore bloccato. Due colleghi, Anna e Daniele, costretti a convivere in pochi metri quadrati dal venerdì sera fino al lunedì mattina. Ma ben presto il meccanismo narrativo supera la dimensione claustrofobica per trasformarsi in qualcosa di molto più profondo.
L’ascensore diventa metafora della vita contemporanea. Una gabbia emotiva da cui i protagonisti non riescono più a uscire nemmeno fuori dal palazzo in cui lavorano.
Sul palco Daniela Benvenuti e Massimo Mangia costruiscono una prova attoriale intensa e credibile, giocata tutta sulle sfumature emotive. I loro personaggi oscillano continuamente tra ironia, disagio, tensione, attrazione e disperazione, mantenendo sempre una straordinaria naturalezza scenica.
Il pubblico ride, si tende, si riconosce. Perché “Xanax” racconta qualcosa che ormai appartiene alla quotidianità di moltissime persone: attacchi di panico, insonnia, ansiolitici, gastrite nervosa, relazioni consumate dalla routine, lavori vissuti come continua recita sociale.
Il testo di Longoni ha il merito di affrontare questi temi senza trasformarli in manifesto sociologico. Tutto resta umano, concreto, riconoscibile. Lo Xanax e il Prozac non diventano simboli provocatori ma strumenti di sopravvivenza emotiva dentro vite che sembrano aver perso il contatto con sé stesse.
Ed è qui che lo spettacolo trova la sua forza più autentica. Anna e Daniele non sono personaggi estremi. Sono persone normali. Funzionano socialmente, lavorano, sorridono, tengono in piedi relazioni e routine. Ma dentro portano crepe invisibili che emergono lentamente durante il lungo fine settimana nell’ascensore bloccato.
La regia di Marco Fiorini accompagna tutto questo con grande equilibrio. Nessuna ricerca dell’eccesso, nessuna spettacolarizzazione del disagio. La tensione cresce attraverso il ritmo dei dialoghi, le pause, gli sguardi e una gestione intelligente degli spazi scenici.
Anche la componente tecnica contribuisce in modo decisivo all’atmosfera della rappresentazione. Le luci e la fonica curate da Marcello Vanni amplificano il senso di sospensione e compressione psicologica, mentre le musiche accompagnano il racconto senza mai invaderlo, lasciando respirare i silenzi e le fragilità dei protagonisti.
Uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo è il modo in cui affronta il tema delle relazioni adulte. Non esistono colpevoli assoluti. Esistono persone che si sono perse dentro vite costruite più sull’abitudine che sul desiderio reale. Matrimoni svuotati, tradimenti, amori sopravvissuti per inerzia, paura della solitudine. Tutto emerge lentamente, senza bisogno di grandi dichiarazioni.
E proprio quando i personaggi sembrano crollare completamente, nasce qualcosa di autentico. Non un amore idealizzato, ma il riconoscimento reciproco di due fragilità simili.
Il finale evita intelligentemente qualsiasi retorica romantica. Quando l’ascensore torna finalmente a funzionare, Anna e Daniele scelgono di rientrarci volontariamente per ritrovarsi ancora. La gabbia che prima rappresentava la crisi diventa improvvisamente uno spazio di libertà emotiva. Un luogo in cui smettere finalmente di fingere.
Molti spettatori, al termine dello spettacolo, sono rimasti seduti in silenzio per qualche istante prima di alzarsi. Segno evidente di una rappresentazione che non si limita a essere vista, ma continua a lavorare interiormente anche dopo il sipario finale.
Particolarmente toccante anche il momento conclusivo con il ricordo dedicato da Marco Fiorini ad Angelo Longoni, autore dello spettacolo scomparso lo scorso anno.
“Questo spettacolo mi emoziona ancora di più vederlo adesso, perché purtroppo l’autore che lo ha scritto l’anno scorso ci ha lasciati. Angelo Longoni è stato un autore importante di teatro, cinema e televisione. Una grande perdita per il nostro teatro e per il mondo dello spettacolo”, ha detto Fiorini davanti al pubblico del Petrolini.
Un applauso lungo e sentito ha chiuso una serata teatrale che conferma come il palcoscenico, quando incontra testi capaci di leggere davvero il presente, possa ancora trasformarsi in uno specchio potente delle nostre inquietudini più profonde.
Dino Tropea è scrittore e autore di tre libri: «Lasciato Indietro» (Armando Editore), «Ombre e Luci di un Cammino» (Laura Capone Editore) e «Il regno sommerso di Coralyn» (VJ Edizioni Milano). La sua scrittura, empatica ed evocativa, mescola narrativa, poesia e riflessione sociale. Al centro ci sono le persone, con le loro cadute e le loro ripartenze. Resilienza, memoria e speranza non sono parole da copertina, ma esperienze vissute e poi restituite sulla pagina con sincerità. Lavora come curatore letterario, seguendo progetti editoriali e accompagnando autori nel dare forma alle loro storie. In passato ha ideato e condotto programmi radiofonici dedicati alla rinascita, all’arte e all’impegno sociale, portando al centro voci spesso lasciate ai margini. Oggi quella stessa attenzione continua nei suoi scritti e nelle collaborazioni culturali, con uno sguardo sempre rivolto a chi cerca un nuovo inizio.