Con La sala professori l’ambizioso ed erudito regista tedesco di origini turche İlker Çatak era riuscito a far ottenere all’apologo sull’intimità delle relazioni umane circoscritte all’interno d’una scuola media di Amburgo una prestigiosa candidatura all’Academy Award for Best International Feature Film in virtù del carattere d’ingegno creativo volto a convertire la composizione visiva in destrezza introspettiva ed esplorare sulla scorta degli appositi esami comportamentistici la ragione dei furti avvenuti in un istituto d’eccellenza dedito a primo acchito all’accoglienza.
Grazie alle soluzioni stilistiche ed espressive portate ad effetto in Yellow letters, mostrando il prezzo che gli artisti devono pagare per tenere fede ai propri ideali attraverso la connessione d’una geografia emozionale fuori dall’ordinario all’interazione canonica tra rappresentazione teatrale ed esistenza reale, l’autore d’ascendenza turca, divenuto crucco, ha poi stregato l’altera giuria cosmopolita presieduta dall’estroso ed esperto Wim Wenders, nativo di Düsseldorf ma cittadino del mondo, nell’ambito della settantaseiesima edizione del Festival di Berlino. Al punto da conquistare l’Orso d’oro. Sgominando la temibile concorrenza di Grant Gee per Everybody digs Bill Evans.

Una corretta ed esaustiva disamina critica deve però rimanere restia ad aderire ai parametri di giudizio tanto degli Oscar quanto del Festival cinematografico tenuto ogni anno a Berlino. Altrimenti le scorciatoie del cervello sarebbero indotte a dedurre che il concorso recato in Yellow letters dal ricorso originale alla geografia emozionale sia bastato e avanzato ad agguantare il beneplacito di Wim Wenders. Regista decano eletto legittimamente ad autore con la “a” maiuscola per l’attitudine ad analizzare gli accordi e i disaccordi tra habitat ed esseri umani mediante lo scandaglio antropologico dello spazio attivo assurto a location (da Alice nelle città sino ad arrivare a Il sale della terra, incentrato sul senso d’appartenenza del fotografo brasiliano allo stato del sud est denominato Minas Gerais dove ha trascorso l’infanzia). Occorre piuttosto capire, analizzando la scrittura per immagini, dispiegata ai fini d’immergere gli spettatori nei luoghi dell’attanagliante repressione avvenuta ad Ankara e Istanbul, ricostruita tuttavia de facto di nuovo ad Amburgo nonché a Berlino, se Yellow letters costituisca sul versante dell’approfondimento psicologico un’involuzione o un’evoluzione rispetto a La sala professori. Con l’avvicendamento d’interni claustrofobici e rivelatori ed esterni allusivi ed estemporanei sugli scudi. Alla stregua dell’immagine compressa dall’inquadratura 4:3 per spingere gli spettatori a puntare lo sguardo sul soggetto centrale. Riuscendo di conseguenza ad accrescere la sensazione d’impossibile sorveglianza a largo raggio in un un posto monitorato solo ed esclusivamente sulla carta. L’inversione di tendenza stabilita dall’incipit di Yellow letters in confronto ai pedinamenti garantiti dall’utilizzo della macchina a mano sembrerebbe pagare subito dazio all’impasse del déjà vu. Ed ergo all’accidia tipica dei nani sulle spalle dei giganti. Specie l’ineguagliabile Karel Reisz ne La donna del tenente francese. Nonostante la notevole destrezza recitativa esibita dalla bravissima Özgü Namal nel ruolo della Prima Donna Deyra sul palco del Teatro di Stato di Istanbul acquisti immediatamente spicco, grazie allo spettacolo nello spettacolo impreziosito agli occhi del pubblico dai gusti semplici dall’ammiccante ed energica performance muliebre sulle tavole del palcoscenico alle prese col personaggio di finzione e nell’intimità del convivio domestico in compagnia dell’istruito consorte, la narrazione a specchi contrapposti veleggia a lungo in superficie.

Senza trovare il filo conduttore in grado di connettere la vicenda di finzione e d’immedesimazione con quella destinata a pagar dazio all’imposizione della sospensione dell’attività artistica. In seguito all’invito all’autodeterminazione del marito professore Aziz agli studenti e alle studentesse del corso di teatro in merito alla manifestazione di dissenso al governo svolta a un tiro di scoppio dall’università. I successivi movimenti a schiaffo da un soggetto all’altro, assai differenti dal contrasto speculare tra piani fissi e obliqui predisposti con La sala professori per evidenziare l’equilibrio precario che non preserva il rispetto delle regole scolastiche dallo spettro della crisi in atto, riescono invece ad alzare l’asticella di Yellow letters. Al pari delle dotte correzioni di fuoco. La voglia di vederci chiaro ivi congiunta in mezzo agli sviluppi imprevisti e alla consegna delle amare ed emblematiche lettere gialle, con le quali il governo turco comunica le attanaglianti azioni legali contro i cittadini colpevoli a parere delle istituzioni d’istigare alla ribellione le giovani generazioni, lascia una traccia decisamente più vigorosa ed epidermica dell’ennesima pentola a pressione ghermita da İlker Çatak ne La sala professori. Merito pure dei silenzi eloquenti associati alla struttura a incastro che ridelinea la forza significante sotto l’aspetto del racconto con l’immusonita figlia tredicenne, all’inizio piuttosto risaputa per via dell’arcinoto mix d’introversione ed esasperata insofferenza che si porta appresso, a braccetto di altre figure di fianco, parallelamente ai nervi tirati allo spasimo per il Purgatorio vissuto tramite il trasferimento obtorto collo da Instanbul ad Ankara a casa della madre del docente idealista Aziz, che riflettono il senso caotico dell’esistenza reale. Quando Yellow letters segue il trito e ritrito filone del cinema giudiziario d’oltreoceano, per consentire al professore di drammaturgia Aziz fedele ai suoi princìpi di reclamare il diritto al dissenso dinanzi alla severa corte del tribunale, l’egemonia metaforica carica di significato delle forme geometriche andate a rotoli sull’ingannevole ordine accostato al benessere cede la ribalta all’enfasi di maniera. Rintracciabile negli ovvi valori della persona in attrito con le leggi cementate dall’ipocrita effigie dell’imparzialità. Spostando l’asse portante di Yellow letters dal caos fertile e dagli spicchi trascendentali di realtà legati ai silenzi esacerbati dal ridimensionamento economico ai vani coefficienti spettacolari delle opere d’impegno civile avvezze ad anteporre per motivi di cassetta lo spettacolo subalterno della recitazione allo spettacolo principale della regìa. Sulla scontata scia dei thriller tribunalizi Sotto accusa di Jonathan Kaplan ed …E giustizia per tutti di Norman Jewison.

Nondimeno alla prova del nove, allorché il desiderio del risentito coniuge Aziz di manifestare l’acuto diniego alla censura subita mediante una pièce teatrale entra in collisione con la decisione dell’ostinata dolce metà Derya di cogliere l’occasione di recitare in una fiction televisiva raddrizzando il bilancio familiare, l’ambivalenza dei labili batticuore in ballo, col pluralismo degli inconciliabili punti di vista inaspriti dalla prevalenza dello spirito sulla materia o della materia sullo spirito, e la messa in crisi di tutto ciò che alberga nella sfera quotidiana di coppia fasciano d’intrigante ed ermetico appeal l’intero prosieguo. Scevro dell’ormai vetusta attesa angosciosa secondo copione. Distinguendosi perciò dall’inane smania di connettere ancora alla bell’e meglio il dinamismo dell’azione alla contemplazione. È l’apparente logica della rinuncia del drammaturgo Aziz, impersonato con palpabile ed encomiabile tensione intimista dal sorprendente Tansu Biçer, ad accrescere curiosamente l’appeal del passaggio dalla teoria alla prassi. Dalla ribellione all’accettazione. Dalla riflessione alla commozione. Al termine della rappresentazione teatrale col metal detector che costringe i cittadini a mettersi a nudo. È in ogni caso la geografia emozionale, tonificata dalla deliberata e sagace dissonanza tra luoghi narrativi ed epigoni figurativi, ad agire in zona Cesarini da fulgida cassa di risonanza. D’una società opprimente. D’una coppia spesso in procinto di scoppiare. D’una dissidenza militante coi paraocchi. D’un autoritaritarismo altresì miope. D’uno smarrimento frammisto all’ammonimento degli ex proseliti della sinistra al caviale. D’un ridimensionamento finanziario accorpato al ravvedimento d’una classe borghese votata all’esibizione artistica. Disposta, in extremis, a rimboccarsi sul serio le maniche. Yellow letters, dopo aver collegato appieno lo status compiuto di disagio nella conscia ed eminente discordanza dei luoghi pensati in Turchia e girati in Germania, che riverberano ad hoc la reazione alla frustrazione smuovendo i compositi processi decisionali, chiude i battenti in filigrana. Con la visione in soggettiva di Aziz, dentro l’elegante roulotte della troupe del piccolo schermo per cui Derya ha deciso di prodigarsi, del catartico cielo smerlettato. Uguale realmente sotto qualunque latitudine. E da qualsivoglia prospettiva.
