Dieci anni davanti all’obiettivo, tra fotografia glamour, lingerie, viaggi e libertà personale. Jessica Cozza torna su Mondospettacolo per raccontare ciò che resta fuori dalle immagini: limiti, indipendenza, amore, lavoro e il bisogno di essere riconosciuta oltre il corpo.
Intervista a cura di Alessandro Cunsolo – Direttore di Mondospettacolo
Jessica Cozza conosce bene il potere di un’immagine.
Da oltre dieci anni posa, viaggia, lavora con fotografi, costruisce set e racconta attraverso il corpo una parte importante della propria identità.
Ma proprio dopo così tanto tempo davanti all’obiettivo, la domanda diventa un’altra:
quanto di una persona può davvero entrare dentro una fotografia?
Per Jessica, mai tutto.
Perché esiste sempre qualcosa che rimane fuori.
La fragilità.
I sogni.
I pensieri.
La parte folle.
E soprattutto quella zona privata che non sente il bisogno di trasformare in contenuto.

«Una fotografia non racconta mai completamente una persona»
Dopo oltre dieci anni davanti agli obiettivi, c’è ancora qualcosa di te che nessun fotografo è riuscito davvero a fotografare?
«Assolutamente sì. Credo che nessuna fotografia possa raccontare completamente una persona. Ci sono parti di me che emergono soltanto quando non devo dimostrare niente a nessuno: il mio lato più fragile, i miei pensieri, i miei sogni e quella parte un po’ folle che mi porta continuamente a cercare nuove esperienze.»
Una fotografia, continua Jessica, può catturare un’espressione.
Ma non necessariamente ciò che sta succedendo dentro.
Ed è proprio per questo che qualche volta si è trovata davanti a un’immagine perfetta pensando:
«Quella donna lì non sono io».

La foto perfetta può anche non essere vera
Jessica distingue molto chiaramente bellezza e autenticità.
«A volte vedo immagini bellissime di me, ma riconosco soltanto il personaggio, non la persona».
Al contrario, sono spesso gli scatti meno costruiti a emozionarla maggiormente.
Una risata.
Uno sguardo perso.
Un’espressione spontanea.
Momenti nei quali non sta cercando di essere bella, sensuale o perfetta.
Ed è lì che, paradossalmente, riconosce qualcosa di più vero.

Tanti personaggi, ma sempre Jessica
Quando posa non sente di diventare qualcun altro.
Preferisce pensare a diverse sfumature della stessa persona.
«Posso essere elegante, aggressiva, dolce, provocante o misteriosa. Non considero necessariamente questi aspetti dei personaggi: sono tutte parti della mia personalità».
Il set diventa quindi uno spazio nel quale scegliere quale parte portare in superficie.
Se sparissero fotografia e social?
Jessica non pensa che perderebbe la propria identità.
Le mancherebbe però un canale importante di espressione.
«Probabilmente la mia creatività e il mio bisogno di sentirmi libera avrebbero bisogno di trovare un altro modo per uscire».
E quel modo potrebbe essere il viaggio.
Le persone.
Le culture.
Le esperienze.
Perché la fotografia è un linguaggio, ma non l’unico.

Il corpo: libertà e attenzione
Essere osservata professionalmente per tanto tempo le ha dato due cose apparentemente opposte.
Più libertà.
E più attenzione.
Ha imparato a conoscere il proprio corpo, valorizzarlo e non vergognarsi di mostrarlo.
Ma nello stesso tempo il lavoro fotografico porta inevitabilmente a osservare dettagli che probabilmente, nella vita quotidiana, passerebbero inosservati.
Per Jessica la differenza tra migliorarsi e inseguire una perfezione impossibile dipende soprattutto dalla motivazione.
«Se faccio qualcosa perché desidero vedermi in un certo modo e questo mi fa stare bene, è una mia scelta. Diventa un problema quando inizi a modificarti per inseguire l’approvazione degli altri».
«Sono molto pro al cambiamento»
Non ha invece una parte del corpo che sente il bisogno di preservare simbolicamente.
Anzi.
Alla domanda se esista qualcosa che non cambierebbe perché racconta la sua storia risponde con estrema semplicità:
«No, sinceramente sono molto pro al cambiamento».
È una risposta coerente con il suo modo di vivere l’immagine.
Non come qualcosa da congelare.
Ma come qualcosa che può evolvere.

«Mi piace essere guardata»
Jessica non vede alcun problema nell’ammetterlo.
Una donna può amare essere osservata.
Può sentirsi bella.
Sensuale.
Desiderata.
Senza che questo debba essere automaticamente interpretato come superficialità o bisogno di approvazione maschile.
«Una donna dovrebbe poter dire serenamente che le piace essere guardata».
Ma c’è una differenza fondamentale.
Una cosa è essere desiderati.
Un’altra è essere visti.

Desiderata o vista?
Jessica la spiega così:
«Sentirsi desiderata significa piacere fisicamente a qualcuno. Sentirsi vista significa che quella persona riesce ad andare oltre l’aspetto estetico e riconosce il tuo carattere, la tua intelligenza, le tue fragilità e la tua personalità».
Probabilmente è una delle risposte più importanti dell’intervista.
Perché riporta il discorso dalla superficie alla persona.
Lingerie: il potere di ciò che non si vede
Tra lingerie e nudo completo, Jessica riconosce alla prima una forza particolare.
«La lingerie lascia spazio all’immaginazione».
Può essere persino più sensuale di un corpo completamente nudo.
Crea attesa.
Mistero.
Dettaglio.
E modifica anche il modo in cui una donna percepisce se stessa.
Dopo migliaia di fotografie sensuali, però, ciò che continua a farla sentire realmente provocante non è necessariamente un capo specifico.
È la sicurezza.
Uno sguardo.
Un atteggiamento.
Il modo di muoversi.

Il mistero esiste ancora?
Poco.
Ma non è scomparso.
Jessica pensa che, anche in un’epoca nella quale sembra che tutti mostrino tutto, lasciare qualcosa all’immaginazione rimanga possibile.
E persino elegante.
Se dovesse sedurre qualcuno senza fotografia, senza potersi spogliare e senza poterlo toccare, punterebbe su tre cose:
sguardo, conversazione e ironia.
«Mi piace molto il gioco mentale».
La sensualità pubblica e quella privata
Jessica distingue nettamente le due dimensioni.
Quella professionale è anche una forma di espressione artistica.
Quella privata è molto più personale e spontanea.
«Non tutto quello che sono deve necessariamente diventare pubblico».
Esistono aspetti che appartengono soltanto alle persone che fanno parte della sua vita.

Il corpo scandalizza meno della libertà
Secondo Jessica, spesso non è il corpo a creare davvero scandalo.
È la decisione autonoma di una donna di mostrarlo.
«Se una donna decide autonomamente di mostrarsi, di lavorare con il proprio corpo e gestire la propria immagine, dovrebbe poterlo fare senza essere automaticamente etichettata».
Il corpo, per lei, non dovrebbe mai diventare motivo di vergogna.

Non vuole più spiegare la differenza tra erotismo e volgarità
Su questo punto Jessica sembra aver perso completamente la pazienza.
«Non ho più tempo per queste cose».
Per lei la differenza tra nudo artistico, erotismo e volgarità è abbastanza chiara.
E se qualcuno non vuole capirla, probabilmente non è interessato alla fotografia.
È interessato soltanto a vedere una modella nuda.
«E allora semplicemente non ci lavoro».

I limiti li decide lei
Essere mentalmente aperta non significa accettare qualsiasi proposta.
Jessica racconta che in passato ha realizzato anche lavori oltre il nudo artistico.
Poi ha capito che quella dimensione la faceva sentire a disagio.
E ha smesso.
«La professionalità non significa dover accettare qualsiasi proposta. Posso essere molto aperta mentalmente, ma i miei limiti li decido io».
Una frase importante, soprattutto per chi si avvicina molto giovane a questo settore.
I primi dieci minuti di un set
Jessica capisce rapidamente quando può nascere qualcosa di buono.
La parola chiave è:
comunicazione.
«Quando fotografo e modella riescono a capirsi anche attraverso uno sguardo, significa che c’è qualcosa di interessante».
Preferisce fotografi con una visione precisa.
Ma non rigidi.
Una direzione chiara deve lasciare spazio anche all’imprevisto.

Il rispetto viene prima delle frasi
Alla domanda su quale frase potrebbe farle perdere fiducia in un fotografo, Jessica sposta il problema.
Non è tanto questione di parole.
Quanto di atteggiamenti.
Serve rispetto.
Sempre.
E se un fotografo è davvero preparato e bravo, secondo lei sa anche cogliere il momento giusto.
Bullet Jane: quando il set nasce da un’amicizia vera
Con Bullet Jane il rapporto va oltre la collaborazione professionale.
«La Roby è mia amica. Noi non lavoriamo insieme e basta: viaggiamo insieme, usciamo insieme».
Questo crea una sintonia diversa.
Sul set non c’è bisogno di costruire artificialmente un’intesa.
Esiste già.
«Possiamo creare qualcosa insieme senza dover forzare nulla».

Con le altre modelle niente guerra obbligatoria
Jessica non crede che la rivalità femminile nel mondo della fotografia sia inevitabile.
Può esistere.
Ma non è una regola.
«Ho parecchie amiche modelle e ci vado super d’accordo. Poi, se qualcuna mi parla dietro, amen: vivrò comunque».
Quello che ammira maggiormente nelle altre donne è invece la sicurezza naturale.
Donne con personalità.
Capaci di essere loro stesse.
Senza cercare continuamente di imitare qualcuno.
Uno shooting a due? No, grazie
Se dovesse scegliere una modella molto diversa da lei per costruire un contrasto fotografico?
Jessica non ha particolare interesse.
«Non mi affascina l’idea. Penso che non accetterei il lavoro».
E non sogna nemmeno di passare dall’altra parte della macchina fotografica.
Anzi.
Racconta che le amiche la prendono in giro perché, quando le chiedono una foto, riesce spesso a farla storta.

L’Australia e la libertà di non avere un curriculum
Tra i luoghi che hanno lasciato un segno profondo c’è l’Australia.
Lì Jessica ha vissuto una sensazione particolare.
La possibilità di ricominciare senza che nessuno sapesse chi fosse.
«Ho potuto conoscere persone completamente diverse e vivere senza avere continuamente il peso delle aspettative».
Quando viaggia, infatti, non cerca necessariamente nuovi lavori.
Vuole anche diventare semplicemente una persona senza curriculum.
Viaggiare senza dover monetizzare tutto
«Non voglio che ogni viaggio debba necessariamente avere uno scopo professionale».
Jessica ama scoprire culture diverse, uscire dalla routine e osservare altri modi di vivere.
L’Australia, in particolare, l’ha fatta riflettere sulla qualità della vita, sull’organizzazione e soprattutto sul rapporto con il tempo libero.
Le ha ricordato che ciò che consideriamo “normale” in Italia non è necessariamente l’unico modo possibile di vivere.

Vita privata: resta privata
Anche quando racconta episodi strani o insoliti, Jessica impone un confine molto chiaro.
Il lavoro è pubblico.
La persona non interamente.
«Anche se sono un personaggio pubblico, non scendo nei dettagli della mia vita privata».
Una scelta coerente con tutto ciò che racconta dall’inizio.
Mostrare il corpo non significa mostrare tutto.
Melbourne, Miami o San Diego
Se dovesse ricominciare completamente da zero, senza reputazione né contatti, Melbourne rimane una possibilità.
Ma oggi prenderebbe in considerazione anche Miami o San Diego.
Città internazionali.
Vicino al mare.
Con buona qualità della vita e un ambiente dinamico.

L’indipendenza non deve fare paura
Jessica non pensa di aver bisogno di qualcuno che semplicemente “tolleri” la sua indipendenza.
Serve piuttosto una persona abbastanza sicura da non viverla come una minaccia.
E oggi, racconta, il suo compagno accetta senza problemi la persona che è.
Non sempre è stato così nelle relazioni precedenti.
«Accettare qualcosa a parole è diverso dal viverla».
Una persona può pensarsi aperta mentalmente.
Finché quella libertà non entra davvero nella quotidianità.
Libertà non significa distanza
Jessica distingue molto bene i due concetti.
«La libertà significa poter essere se stessi senza sentirsi controllati. La distanza è quando manca la partecipazione».
Vuole spazi propri.
Viaggiare.
Lavorare.
Avere interessi.
Ma nello stesso tempo desidera presenza, complicità e condivisione.

La Jessica forte è quella più difficile da gestire
Alla domanda su quale parte di sé sia più complessa all’interno di una relazione, Jessica risponde:
quella forte.
«Sono arrivata a un punto della mia vita in cui arrivo prima io, quindi non sono facile da gestire».
Sa assecondare.
Sa lasciare vivere.
Ma esistono limiti che oggi non permette più a nessuno di superare.
Romanticismo? C’è ancora molto spazio
Jessica confessa di non aver ricevuto moltissimo romanticismo nella propria vita.
Per questo, alla domanda su quale gesto potrebbe ancora sorprenderla, risponde praticamente:
tutto.

«Sono come il vino»
Dopo tanti anni davanti all’obiettivo, non teme che il pubblico possa stancarsi della sua immagine.
«Sono sicura della mia persona e della mia figura. Sono come il vino: più invecchia e più è buono!»
Ride.
E riconosce naturalmente che le ragazze più giovani hanno oggi maggiori opportunità.
«Ed è giusto così. Ma io ho esperienza e un nome, quindi non mi lamento affatto».
Il corpo cambia? Per lei è migliorato
Jessica non vive oggi il cambiamento fisico come un problema.
Anzi.
«Il mio corpo è migliorato. Più tonico, più magro, più sexy».
Alla domanda su cosa la spaventi di più tra invecchiare e diventare prevedibile, però, risponde senza esitazione:
invecchiare.
Una sincerità che preferisce alla risposta costruita.

Un giorno potrebbe arrivare una famiglia
Se smettesse di posare, le mancherebbero soprattutto la creatività e la trasformazione del set.
Ma tra dieci anni non sa se si vedrà ancora principalmente come modella.
«Magari avrò da pensare ad altro. Forse a una famiglia».
Nessun piano rigido.
Nessun limite imposto al futuro.
La bugia più grande della fotografia
Secondo Jessica, il settore racconta alle ragazze che iniziano una grande bugia:
che basti essere belle.
Non basta.
La bellezza può aprire una porta.
Ma non costruisce una carriera.
E aggiunge, con la sua solita franchezza:
«Devi essere furba!»

Instagram non mostra la fatica
Dietro una fotografia perfetta possono esserci:
ore di lavoro,
attese,
spostamenti,
stanchezza,
organizzazione,
delusioni.
Il social mostra soprattutto il risultato.
Molto meno il processo.
«Anch’io devo mangiare»
Jessica non romanticizza neanche il rapporto tra arte e denaro.
In passato ha accettato lavori di nudo che oggi eviterebbe.
«Ero piccola e stupida».
Oggi può capitare ancora che accetti un lavoro pur sapendo che artisticamente non sarà memorabile.
Per un motivo molto concreto.
«Anch’io devo mangiare. E quindi fanno cassetto».
È probabilmente una delle risposte più realistiche dell’intervista.
Non tutto il lavoro deve diventare arte.
A volte è semplicemente lavoro.

Ma non tutto ha un prezzo
Questo non significa accettare qualunque cosa.
Ha rifiutato più volte lavori molto remunerativi.
«Perché non tutto si misura economicamente».
È la stessa logica che applica ai propri limiti.
Il compenso non cancella il disagio.
La fotografia perfetta può richiedere molto
La cosa più folle fatta per ottenere uno scatto?
Non identifica un singolo episodio.
Parla piuttosto di viaggi complicati, organizzazioni difficili e giornate lunghissime pur di realizzare un progetto.
Perché dietro una fotografia che dura pochi secondi nello schermo di qualcuno possono esistere giorni di lavoro.

«Io sono sempre me stessa»
Le chiediamo infine se si sia mai innamorata un po’ di una versione di sé costruita da un fotografo.
Jessica chiude con una risposta perfettamente coerente con tutto il resto:
«Io sono me stessa sempre. Quindi mi amo ogni giorno».
Ed è forse qui che si trova il centro dell’intervista.
Jessica Cozza non rifiuta l’immagine.
Non rifiuta il desiderio.
Non rifiuta il piacere di essere guardata.
Ma pretende che nessuno confonda tutto questo con l’intera persona.
Perché una fotografia può raccontare un corpo.
Uno sguardo.
Una posa.
Una fantasia.
Ma la donna che resta quando l’obiettivo si spegne è inevitabilmente più grande di qualsiasi immagine.
E forse il vero lusso, dopo dieci anni vissuti sotto gli occhi degli altri, è proprio questo:
poter continuare a scegliere cosa mostrare e cosa tenere soltanto per sé.
Fonte
Intervista e risposte di Jessica Cozza fornite direttamente alla redazione di Mondospettacolo.
https://www.instagram.com/jessica.cozza