In pochi giorni se ne sono andati Walter Koenig, il nostro Pavel Chekov, e Sir Patrick Stewart, l’indimenticabile Jean-Luc Picard. Per chi ama Star Trek non sono soltanto due grandi attori che ci lasciano: è come vedere spegnersi, una dopo l’altra, alcune delle stelle che ci hanno accompagnato per tutta la vita.
di Alessandro Cunsolo – Direttore di Mondospettacolo
Ci sono morti di attori che apprendiamo con dispiacere.
E poi ce ne sono altre che arrivano molto più vicino.
Perché quella persona non apparteneva soltanto al cinema o alla televisione. Apparteneva alla nostra memoria.
Alla nostra casa.
Alle serate davanti allo schermo.
A quel momento preciso della vita in cui abbiamo incontrato per la prima volta un’astronave chiamata Enterprise e abbiamo deciso, senza rendercene conto, che non l’avremmo mai più abbandonata.
Questa è una di quelle settimane.
Prima Walter Koenig, il Pavel Chekov della serie classica.
Poi Sir Patrick Stewart, il capitano Jean-Luc Picard di Star Trek: The Next Generation.
Due generazioni diverse.
Due Enterprise diverse.
Due modi differenti di raccontare lo stesso sogno.
E per noi fan, improvvisamente, l’universo sembra un po’ più vuoto.

Walter Koenig è morto a 90 anni. Era entrato nell’equipaggio originale di Star Trek interpretando il giovane ufficiale russo Pavel Chekov, diventando uno dei simboli di quella visione del futuro immaginata da Gene Roddenberry: un futuro nel quale uomini e donne provenienti da nazioni che nel presente erano rivali potevano sedere insieme sul ponte di comando e guardare nella stessa direzione.
Non era un dettaglio.
Erano gli anni della Guerra Fredda.
Mettere un russo sull’Enterprise significava dire al pubblico che forse, un giorno, le divisioni del presente sarebbero diventate soltanto un ricordo.
Chekov aveva entusiasmo, ironia, giovinezza.
E quel modo tutto suo di ricordarci, spesso con orgoglio, che praticamente qualsiasi cosa fosse stata inventata dai russi.
Era uno dei volti della famiglia originale.
E oggi, dopo la scomparsa di Leonard Nimoy, DeForest Kelley, James Doohan, Nichelle Nichols e Walter Koenig, tra i sette interpreti principali di quella prima Enterprise rimangono William Shatner e George Takei.
Scriverlo fa impressione.
Perché per noi quei personaggi non sono mai realmente invecchiati.
Kirk continuerà sempre a sedersi sulla sua poltrona.
Spock continuerà ad alzare la mano e a dirci di vivere a lungo e prosperare.
Scotty sarà sempre pronto in sala macchine.
Uhura continuerà ad ascoltare le voci provenienti dallo spazio.
Sulu guarderà davanti a sé.
E Chekov continuerà a essere lì, al navigatore.
È questo il piccolo miracolo del cinema e della televisione: il tempo porta via le persone, ma non riesce completamente a portarci via ciò che hanno creato.
Poi, quasi senza darci il tempo di assorbire quella perdita, è arrivata la notizia di Patrick Stewart.
Ottantasei anni.
Una carriera immensa.
Shakespeare.
Teatro.
Cinema.
Gli X-Men.
Ma per milioni di persone nel mondo, prima di tutto e per sempre, Jean-Luc Picard.

Patrick Stewart era arrivato su Star Trek: The Next Generation nel 1987.
All’inizio qualcuno dubitava persino che quel capitano inglese, calvo, più riflessivo e apparentemente meno avventuroso di James T. Kirk potesse reggere il peso dell’Enterprise.
Poi Jean-Luc Picard è diventato uno dei più grandi capitani della storia della fantascienza.
Forse perché non era soltanto un comandante.
Era un uomo che pensava.
Che ascoltava.
Che cercava quasi sempre una soluzione prima di aprire il fuoco.
Che credeva nella diplomazia, nella conoscenza, nell’archeologia, nella musica, nella cultura.
E soprattutto credeva profondamente nell’idea che l’umanità potesse migliorare.
Stewart gli diede una dignità straordinaria.
La sua preparazione shakespeariana trasformava persino un briefing nella sala tattica in qualcosa che poteva sembrare teatro.
E quando Picard parlava dell’umanità, della libertà o della responsabilità morale, noi gli credevamo.
Patrick Stewart tornò poi al personaggio nei film e, molti anni dopo, in Star Trek: Picard, permettendoci qualcosa che raramente accade: vedere invecchiare insieme a noi un personaggio che avevamo conosciuto decenni prima.
Non era più soltanto il capitano perfettamente composto della plancia.
Era un uomo anziano.
Con rimpianti.
Ferite.
Paure.
Amici perduti.
E proprio per questo era diventato forse ancora più umano.
La notizia della morte di Stewart ha provocato una reazione enorme nel mondo dello spettacolo e nella famiglia di Star Trek.
William Shatner lo ha ricordato come un uomo capace di portare intelligenza, grazia e profonda umanità in tutto ciò che faceva. George Takei ha sottolineato come Picard abbia ispirato un’intera generazione a guardare verso un futuro migliore. Jonathan Frakes, Wil Wheaton e molti altri compagni di viaggio gli hanno dedicato parole di affetto.
Ma forse, per comprendere davvero quello che proviamo noi fan in questi giorni, bisogna uscire per un momento dalle biografie.
Perché noi sappiamo che gli attori muoiono.
Lo sappiamo razionalmente.
Eppure una parte di noi continua a pensare che quell’equipaggio debba esistere da qualche parte.
Forse è questo che Star Trek ha fatto meglio di qualsiasi altra saga.
Ci ha fatto sentire parte di una famiglia che non abbiamo mai realmente incontrato.
Abbiamo passato ore sul ponte di comando dell’Enterprise.
Abbiamo aspettato che si aprissero le porte automatiche.
Abbiamo sentito il rumore dei motori a curvatura.
Abbiamo visto mondi nuovi.
Abbiamo incontrato Klingon, Romulani, Borg.
Abbiamo assistito alla morte di Tasha Yar.
Abbiamo visto Data cercare di comprendere cosa significasse essere umano.
Abbiamo seguito Spock nel suo rapporto impossibile tra logica ed emozione.
Abbiamo visto Kirk perdere amici.
Abbiamo osservato Picard affrontare i Borg e portarsi dentro per sempre le conseguenze di quell’esperienza.
E intanto siamo cresciuti.
Il tempo passava anche per noi.
Per questo, quando muore uno di loro, non perdiamo soltanto un attore.
Perdiamo un piccolo pezzo del nostro passato.
Una voce.
Un volto.
Un periodo della nostra vita.
Forse ricordiamo ancora quando abbiamo visto per la prima volta Star Trek II – L’ira di Khan.
O quando abbiamo scoperto The Next Generation.
O quando aspettavamo un nuovo episodio.
O quando compravamo una videocassetta, un DVD, un modellino dell’Enterprise.
Erano attori, certamente.
Ma per noi diventavano presenze.
E oggi quella grande famiglia si sta lentamente assottigliando.
È inevitabile.
Ed è doloroso.
Ma sarebbe sbagliato pensare che Star Trek stia morendo insieme ai suoi protagonisti.
Perché il messaggio più profondo della saga è sempre stato esattamente l’opposto.
Le persone passano.
Le idee restano.
L’Enterprise cambia.
Il capitano cambia.
L’equipaggio cambia.
Ma il viaggio continua.
Walter Koenig ci lascia Chekov e quella splendida visione di un futuro in cui perfino le divisioni politiche che sembravano insanabili potevano essere superate.
Patrick Stewart ci lascia Picard e un’idea quasi rivoluzionaria di leadership: comandare non significa essere il più forte, ma assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Ci lascia la curiosità.
La cultura.
Il dubbio.
La dignità.
E quella convinzione profondamente trekker secondo cui il futuro, nonostante tutto, merita ancora di essere esplorato.
Forse è per questo che oggi la tristezza è così grande.
Perché questi uomini non interpretavano soltanto personaggi di fantascienza.
Interpretavano una speranza.
La speranza che l’umanità potesse diventare migliore di quella che vediamo ogni giorno.
Più intelligente.
Più tollerante.
Più curiosa.
Più capace di vivere insieme.
Oggi salutiamo Walter Koenig.
Oggi salutiamo Patrick Stewart.
E insieme a loro pensiamo a Leonard Nimoy, DeForest Kelley, James Doohan, Nichelle Nichols e a tutti gli altri volti di questo universo che non sono più con noi.
Uno dopo l’altro se ne stanno andando.
E noi fan rimaniamo qui.
Un po’ più vecchi.
Un po’ più malinconici.
Ma ancora davanti a quella finestra piena di stelle.
Perché, in fondo, Star Trek ci ha insegnato proprio questo.
Che nessun viaggio dura per sempre.
Ma ciò che abbiamo scoperto durante il viaggio può accompagnarci molto più lontano.
Buon viaggio, Chekov.
Buon viaggio, Capitano Picard.
Da qualche parte nell’universo vogliamo immaginare che un’Enterprise vi stia già aspettando.
E che il viaggio continui.
Lunga vita e prosperità.
Credits Photo: Patrick Stewart – Foto Peabody Awards/Wikimedia Commons, CC BY 2.0 e Walter Koenig – Foto Super Festivals/Wikimedia Commons, CC BY 2.0.