In Fall on the Berlin Wall hai immaginato un 2038 nel quale l’umanità, dopo la Terza Guerra Mondiale, è riuscita a risolvere alcuni problemi che sembravano insormontabili, senza però eliminare le contraddizioni della società. Da quale intuizione è nata la scelta di raccontare una distopia in cui il nuovo ordine mondiale ha prodotto anche miglioramenti concreti?

Solitamente i mondi narrati dalla letteratura distopica sono esageratamente negativi e questa tendenza mi ha sempre lasciato perplesso. Così ho provato a disegnare una distopia che a mio avviso ha più aspetti positivi che negativi, mettendola però in discussione per non renderla un nirvana creato dalla mente di un autore e allo stesso tempo alimentare la discussione su come dovrebbe essere un mondo ideale.

L’UTE ha sostituito le vecchie nazioni con quasi trecentomila piccoli Stati, mantenendo un’autorità sovranazionale su alcune questioni e lasciando ai singoli governi importanti margini di autonomia. Quale ragionamento politico ti ha portato a immaginare questa particolare distribuzione del potere e quali conseguenze volevi mettere in evidenza?

L’idea di base parte dalle radicate convinzioni anarchiche che rigettano il concetto di stato, oltre al mio definirmi ‘Cittadino della Terra’ sin da quando ho un profilo social. Allo stesso tempo volevo mettere in scena la situazione che auspico per il mondo: nessuna guerra più, visto che il territorio non viene più gestito dagli stati. E soprattutto la libera circolazione, una grandissima conquista di civiltà che in tanti si perdono non uscendo mai dall’Italia.

Il tuo futuro presenta un sistema economico profondamente riorganizzato, con l’Earth Stock Exchange, una maggiore stabilità finanziaria e pensioni gestite dall’UTE, mentre la sanità rimane in buona parte affidata alle scelte dei singoli Stati e alle assicurazioni. Come hai costruito questo equilibrio tra conquiste collettive, autonomia territoriale e problemi ancora irrisolti?

Una volta che tutte le risorse ‘pubbliche’ del pianeta sono in mano a un’organizzazione sovranazionale che deriva dall’evoluzione dell’ONU, con la valuta unica e le amministrazioni locali ridotte al minimo, il problema della povertà di fatto è stato risolto. Paradossalmente, eliminando di fatto l’immigrazione, ossia proprio quel fattore che adesso in tanti combattono sotto il paravento delle varie bandiere. L’indipendenza dei singoli stati nell’universo narrativo di FOTBW rimane comunque effettiva sulla carta e i ‘mercati’ interni a loro volta sono più o meno attraenti, per riproporre la contraddizione del nostro mondo.

Nel mondo del 2038 molte discriminazioni appartengono ormai al passato, ma l’introduzione obbligatoria della lingua universale ha modificato il rapporto delle persone con le proprie origini culturali. Attraverso questa contraddizione volevi interrogarti anche sul prezzo che una società può pagare quando cerca di eliminare le differenze che in precedenza avevano alimentato i conflitti?

Qui ho calcato la mano fortemente sul politically correct, spingendolo agli estremi. Uomo e donna sono la stessa cosa, ma non mi sono spinto a eliminare del tutto l’indicazione del genere o a sdoganare in maniera legislativa il poliamore. La questione della lingua è giustamente un paradosso: dovrebbe servire a eliminare le differenze culturali, ma il personaggio di Cathryn dimostra che in realtà nemmeno parlando tutti lo stesso idioma imposto si elimineranno secoli di storia pregressa.

Il muro di Gesundbrunnen nasce da una promessa elettorale di Kareem e ottiene il sostegno di una parte della popolazione, pur limitando una libertà riconosciuta nel resto del mondo. Perché hai scelto di far nascere questa forma di isolamento da un processo democratico e quale riflessione volevi proporre sul rapporto tra volontà della maggioranza e diritti individuali?

L’idea di riproporre il Muro di Berlino in una funzione completamente diversa è stata la molla iniziale da cui è nato il testo. Il fatto di affidarlo a una democrazia è una critica al fatto che certe elezioni, influenzate da fattori esterni, riducono lo scheletro istituzionale a un terreno di conquista da parte delle pulsioni più negative dell’uomo, che nessuna riforma amministrativa potrà mai sopire del tutto.

Il funzionamento della società del 2038 emerge anche da particolari quotidiani come i terminali personali, le tasse di connessione tra territori, i sistemi sanitari, le dogane e i differenti corpi di polizia. Quanto lavoro hai dedicato a questi aspetti e come hai stabilito quali innovazioni introdurre affinché il futuro risultasse credibile anche nelle abitudini più comuni?

Il world building del libro è complesso e affidato in larga parte ai dialoghi tra i personaggi, ma rimane una conquista da fare con grande calma e attenzione da parte del lettore. L’idea dei corpi di polizia privati nasce dall’intuizione che possano essere meno corruttibili, e che la pluralità di visioni aiuti la stabilità del territorio.

Berlino è molto più di uno sfondo narrativo: i suoi quartieri diventano Stati autonomi, le strade cambiano nome e persino la geografia urbana riflette le trasformazioni politiche. Nei ringraziamenti racconti di aver visitato personalmente i luoghi del romanzo; quanto ha influenzato questa esperienza la costruzione della città del 2038 e perché hai scelto proprio Berlino per ambientare la vicenda?

Come dicevo prima, ci doveva già essere stato un muro, e quindi Berlino è stata una scelta ovvia, oltre al fatto che amo visceralmente la città. I quartieri diventano stati, un paradosso che viene esplicitato in un’osservazione di uno dei protagonisti: ‘se anche un quartiere può essere portatore di nazionalismo, allora la nostra missione è fallita in partenza’. C’è tanto da scoprire della città presente, nel libro, per proseguire nelle descrizioni ambientali con le quali ho iniziato a scrivere qualche anno fa.

Klaus, Osman, Mehmet, Christina, Sophie e gli altri protagonisti hanno convinzioni e desideri differenti, che non sempre coincidono con le loro scelte. La coralità permette così di osservare la stessa società attraverso prospettive anche contrastanti. Come hai costruito queste personalità e quale importanza attribuisci alla possibilità che il lettore comprenda posizioni diverse senza dover necessariamente condividere quelle di un singolo personaggio?

Anche la coralità è un elemento di difficoltà per la trama, ma rende la vicenda molto più prismatica e credibile, a mio avviso. Il rischio come dici bene tu è che non ci sia un personaggio in cui il lettore si immedesima, come accaduto in altri miei romanzi. Eppure, nell’universo dei personaggi ritroviamo la stessa differenza di atteggiamenti e opinioni che si possono trovare oggi, a ulteriore conferma che la natura umana non si piega facilmente.

Nei ringraziamenti racconti di aver modificato l’impostazione narrativa, passando da una scrittura basata su molteplici punti di vista a quello che definisci un «narratore oscillante». Che cosa ti ha spinto a compiere questa scelta e quali possibilità espressive ti ha offerto, soprattutto nelle scene in cui diversi personaggi condividono lo stesso spazio?

Questo è stato un passaggio essenziale del processo di editing con Edizioni Underground?, perché la coralità estrema affidata a 7 differenti POV rischiava di rendere dominanti i pensieri dei personaggi rispetto all’azione che nella seconda metà del libro accelera progressivamente verso un finale con quattro scene che si svolgono più o meno in contemporanea. Con il narratore che invece si sposta da un personaggio all’altro è stata ricalibrata l’importanza delle varie sottotrame che rendono il libro una sorta di kolossal.

La vicenda intreccia un progetto rivoluzionario, una serie di omicidi e numerose relazioni sentimentali, elementi narrativi che acquistano un significato particolare nel contesto sociale e politico che hai immaginato. Come hai lavorato affinché queste storie contribuissero a mostrare le contraddizioni del mondo del 2038, senza perdere la propria autonomia narrativa?

Diciamo che il world building è stata la causa stessa della trama rivoluzionaria, mentre quella degli omicidi vi si è innestata immaginando le strade deserte di Gesundbrunnen, il quartiere-stato separato dal resto del mondo da una barriera divisoria. Come dici bene tu, immaginare queste situazioni, assieme alle relazioni sentimentali, mi ha dato modo di narrare altre contraddizioni del mondo attuale e di quello immaginato.

Cathryn desidera scrivere un libro sulla caduta del Muro di Berlino del 1989, introducendo una storia nella storia e creando un confronto tra due epoche. Anche la differenza tra Fall on the Berlin Wall e Fall of the Berlin Wall assume così un significato preciso. Come è nata questa scelta e quale ruolo attribuisci alla memoria storica in una società che ha cercato di superare molte delle divisioni del passato?

Questa storia è nata dalla quasi omonimia tra il mio titolo e l’espressione storica inglese che descrive la caduta del muro della DDR nel 1989. La memoria storica viene perpetrata nelle biblioteche, oltre che nei social, anche se l’ipocrisia e la vacuità della gente non verranno sconfitte nemmeno imponendo alcuni valori essenziali. Sicuramente avere aggiunto brevi stralci del libro di Cathryn rende il tutto molto più berlinese e inoltre mi serve per sollevare la questione della letteratura in mano all’intelligenza artificiale, che immagino dominante nei mercati tra 12 anni.

Hai concepito il romanzo come un’opera teatrale in quaranta scene, ciascuna associata a una canzone dei Mono Inc., gruppo gothic rock che ha influenzato la scrittura. In che modo i brani hanno contribuito alla costruzione delle atmosfere e dei personaggi, e come immagini possa cambiare l’esperienza di lettura per chi decide di ascoltarli durante i rispettivi capitoli?

Tutti i miei romanzi hanno la stessa struttura teatrale dei vari capitoli: ambientazioni diverse, tempo che trascorre dall’uno all’altro e personaggi sulla scena differenti. In questo caso però per la prima volta dopo l’esordio sono tornato a concepire la playlist del libro non più con una lista di canzoni ispiratrici e di atmosfera, ma con il principio di equità per il quale a ogni capitolo corrisponde una canzone che gli dà anche il titolo. Le atmosfere dark gothic della band di riferimento hanno influenzato la stesura in molte delle scene.

Dopo aver progettato una società così articolata, nella quale riforme radicali hanno portato benefici reali ma anche conseguenze impreviste, vorrei chiederti di uscire per un momento dalla prospettiva del narratore: se avessi la possibilità di introdurre oggi una delle riforme dell’UTE, quale sceglieresti e quale, invece, contrasteresti con maggiore convinzione?

Sicuramente sceglierei di vivere in un mondo senza armi, ad esclusione di quelle in dotazione a chi difende la sicurezza. Mi piacerebbe molto anche la valuta unica con i pagamenti digitali obbligatori e la scomparsa del contante, ma prima dovrebbero comunque scomparire gli stati. Invece osteggerei l’uso delle tasse di connessione, una sorta di favore lasciato al settore privato, che anche in un mondo resettato da zero non ha perso la propria influenza. E non obbligherei mai le persone a esprimersi in una lingua che non hanno studiato da giovani.

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