Ci sono persone che hanno paura della libertà…non lo ammetteranno mai, naturalmente. Diranno di amare la democrazia, di difendere i diritti, di combattere ogni forma di imposizione. Ma osservatele.

Hanno bisogno che qualcuno dica loro cosa pensare, cosa temere, cosa approvare, cosa condannare. Hanno bisogno di una voce autorevole che stabilisca dove finisca il bene e cominci il male.

Perché pensare autonomamente è faticoso e loro, dopo anni di manipolazione mentale, non ne sono più nemmeno capaci. Il pensiero critico è scomodo perché induce a dubitare delle proprie certezze facendo vacillare l’amata comfort zone.

Obbedire è molto più semplice. Ti toglie il peso della responsabilità. Se qualcuno decide per te, non devi più scegliere. Se qualcuno pensa per te, non devi più interrogarti. Se qualcuno stabilisce cosa sia vero, puoi finalmente smettere di cercare.

Ed è così che nasce la forma più sofisticata di prigionia: quella nella quale nessuno ti costringe a rimanere. Ti danno confini e li chiami sicurezza. Ti danno regole e le chiami civiltà.

Ti danno una versione della realtà e la chiami verità. Poi, lentamente, smetti di guardare oltre il recinto…

quando qualcuno prova a mostrarti che esiste un mondo oltre quelle sbarre, sei tu a difendere la cella. Non perché qualcuno ti abbia minacciato, ma perché ormai hai costruito lì dentro la tua identità. Hai imparato a sentirti al sicuro nel limite, a chiamare “responsabilità” la rinuncia, a chiamare “buon senso” la conformità, a chiamare “libertà” la possibilità di scegliere soltanto ciò che ti è stato concesso di scegliere…allora accade qualcosa di terribile: non hai più bisogno di un padrone. Ti controlli da solo. Ti censuri da solo. Ti correggi da solo. E, cosa ancora più inquietante, controlli gli altri affinché non escano dal recinto che hai imparato ad amare.

È ridicolo come, oggi, gli stessi che hanno applaudito alla libertà messa al guinzaglio vengano a impartire lezioni di democrazia. La cosa più pericolosa non è una dittatura che ti mette in prigione. È quando ti abitui talmente tanto alla prigione da chiamarla casa, arredarla, difenderla e persino ringraziare chi ti ha dato le chiavi. A quel punto il carceriere diventa superfluo: la porta è aperta, ma tu non esci.

Carmen Cascone

Diritti d’autore (L.633/1941)

 

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