Intervista a  Clementina Tirino, autrice di “Come la tartaruga”, in uscita il 14 settembre: un romanzo sull’autismo, sulla diversità e sulla necessità di imparare finalmente ad ascoltare chi percorre la vita con un passo diverso. Clementina Tirino torna in libreria con un romanzo che cambia ritmo.Dopo aver raccontato nei suoi precedenti lavori mondi, sentimenti e conflitti lontani dall’universo dell’infanzia e dell’autismo, l’autrice entra questa volta nella mente di Lorenzo, un bambino di otto anni che osserva il mondo da una distanza che non è assenza, ma un’altra forma di presenza.In “Come la tartaruga”  Lorenzo parla attraverso liste, numeri, immagini, silenzi e piccoli gesti. Cerca di mettere ordine in un mondo che spesso gli arriva addosso troppo velocemente. Il suo modo di procedere diventa così una metafora potentissima: quella della tartaruga della favola di Esopo, apparentemente lenta e destinata a perdere contro la lepre, ma capace di arrivare al traguardo proprio perché non smette mai di camminare.La lepre è il mondo. La tartaruga è Lorenzo.E forse la domanda più importante del libro non è se Lorenzo riuscirà ad arrivare al traguardo, ma chi abbia deciso che il traguardo debba essere raggiunto alla velocità della lepre.

Abbiamo incontrato Clementina Tirino per parlare del suo nuovo romanzo.

Clementina, lei arriva a questo libro dopo aver scritto romanzi che raccontavano tutt’altro. Cosa è cambiato dentro di lei prima di arrivare a Lorenzo?

“È cambiato soprattutto il modo di guardare”. Nei miei romanzi precedenti — Mentre tutti fingono, Il tempo limite, Raccontami di Elena, mi sono occupata di altre fragilità, di relazioni, di sentimenti, di persone che combattono battaglie spesso invisibili. Con Lorenzo ho dovuto fare un passo ulteriore: smettere, per quanto possibile, di guardare una persona dall’esterno e provare a raccontare ciò che potrebbe accadere dall’interno. Non mi considero un’esperta di autismo e non ho mai voluto esserlo attraverso questo libro. Non volevo dare spiegazioni scientifiche. Volevo raccontare un bambino. Un bambino che sente il rumore in un modo diverso. Che vive il tempo in un modo diverso. Che ha bisogno di spazio. Che pensa moltissimo prima di fare cose che agli altri sembrano semplicissime. E soprattutto un bambino che, anche quando non riesce a dirlo, continua a chiedere una cosa molto semplice: lasciatemi essere qui.”

Perché allora ha scelto proprio l’autismo come centro del romanzo?

“Perché l’autismo mi sembrava un territorio narrativo nel quale la prima cosa da fare fosse togliere”.Togliere le definizioni.Togliere le etichette.Togliere l’idea che una diagnosi possa raccontare interamente una persona. Quando diciamo “bambino autistico”, spesso pensiamo di aver già detto chi abbiamo davanti. Ma abbiamo detto soltanto una parte. Lorenzo è molto più di quella definizione. È un bambino che ama i numeri perché i numeri non lo giudicano. Le parole invece possono uscire storte, possono dire troppo, possono mostrare qualcosa che lui non sa ancora spiegare. E allora ho cercato di partire da lì: non dalla diagnosi, ma dalla persona.

Lorenzo dice: “Il silenzio non è vuoto, è pieno di cose che non fanno rumore”. È forse questa la frase che meglio riassume il libro?

Forse sì.Perché il silenzio di Lorenzo non è assenza.È pieno.Pieno di pensieri, immagini, paure, ricordi, regole, suoni, sensazioni.Il problema è che noi siamo abituati a considerare comunicazione soltanto ciò che passa attraverso le parole.Lorenzo comunica anche attraverso le mani.Attraverso gli oggetti.Attraverso l’ordine.Attraverso ciò che ripete.Attraverso ciò che evita.Nel romanzo c’è una frase che per me è fondamentale: “Il suo silenzio è un forziere stracolmo di sogni, non un vuoto da riempire.”  Credo che dovremmo ricordarcelo ogni volta che incontriamo qualcuno che non comunica come noi.

Nel libro la lista è quasi un personaggio. Perché Lorenzo ha bisogno di una lista?

“Perché la lista gli dà qualcosa che il mondo non gli garantisce: prevedibilità. Le cose scritte possono essere fermate.Il mondo, invece, continua a muoversi.La lista è il suo terreno.Non gli chiede di correre. Non gli chiede di essere diverso. Gli permette semplicemente di andare. Ecco perché quella lista non è un gioco e non è un semplice esercizio. È un modo per restare.Per non perdersi quando tutto diventa troppo veloce, troppo rumoroso, troppo difficile da afferrare.»

E perché proprio la matita?

“Perché la matita perdona.La penna no.Se sbagli con la penna, il segno resta.La matita invece concede una seconda possibilità. Puoi cancellare. Puoi correggere. Puoi premere poco.Lorenzo scrive premendo poco.Mi piace pensare che anche questo sia un suo modo di stare al mondo: senza incidere, senza fare rumore, lasciando la possibilità di tornare indietro.Per lui anche un foglio bianco può diventare una forma di protezione.”

Nel romanzo ritorna continuamente il tema dello spazio. Le lettere non devono toccarsi, le persone non devono avvicinarsi troppo. Perché?

“Perché per Lorenzo lo spazio non è semplicemente distanza. È respiro.Quando le lettere si avvicinano troppo, diventano confusione. Quando una persona gli sta troppo vicino, il mondo perde i contorni.Nel libro c’è un episodio in cui un compagno stringe volutamente le parole sul suo quaderno. Lorenzo lo chiude immediatamente e non riesce più ad aprirlo per tutta la mattina.Da fuori può sembrare una reazione sproporzionata.Da dentro Lorenzo, invece, non sta reagendo a uno scherzo.Sta cercando di ricostruire un ordine che qualcuno ha appena rotto.Questo mi interessava molto: mostrare che quello che per gli altri è un dettaglio, per lui può diventare enorme.”

C’è una frase molto dura nel libro: “Il rumore mi entra nelle orecchie come se non avesse una porta”. Cosa voleva far sentire al lettore?

“Volevo fargli capire che il rumore, per Lorenzo, non è semplicemente rumore.È qualcosa che entra.Non chiede permesso.Non trova una porta chiusa.Le voci, le risate, i passi, le sedie, i bambini che si muovono contemporaneamente possono diventare un’unica cosa impossibile da separare.E quando arriva il contatto fisico, può essere ancora più difficile.Una mano che per un altro bambino significa amicizia può diventare per Lorenzo una scossa.Nel libro c’è una frase molto forte: “Non è solo pelle contro pelle. È come una scossa che attraversa tutto il corpo.” Non volevo che il lettore lo sapesse.Volevo che, per qualche riga, lo sentisse.”

A proposito di questo: nel romanzo Lorenzo vorrebbe stare con gli altri bambini, ma contemporaneamente ne è sopraffatto. Non è una contraddizione?

“No. Ed è proprio questa una delle contraddizioni che volevo raccontare.Lorenzo non è un bambino che non vuole gli altri.È un bambino che spesso non riesce a stare con gli altri nel modo in cui gli altri stanno insieme.Vorrebbe un amico.Vorrebbe appartenere al gruppo.Ma il gruppo arriva con rumori, movimenti, contatti, imprevedibilità.E allora quello che desidera diventa anche ciò che lo ferisce.Questa è una delle parti più dolorose del libro: capire che a volte non ci si allontana perché non si desidera l’altro, ma perché non si riesce a sopportare tutto ciò che arriva insieme all’altro.”

Lorenzo osserva continuamente gli altri bambini. Sembra quasi che li studi.

“Perché gli altri bambini sembrano conoscere un codice che lui deve imparare.Lorenzo si domanda: come fanno a sapere quando parlare? Come fanno a ridere tutti insieme? Come fanno a muoversi senza pensare prima?Lui invece pensa.Prima di alzare la mano.Prima di rispondere.Prima di guardare qualcuno negli occhi.Questo pensare continuo è una fatica, ma è anche una forma straordinaria di attenzione.Gli altri vivono alcune cose automaticamente.Lorenzo deve attraversarle una per una.E questo costa energia.”

A un certo punto del libro lei scrive: “Il tempo non è uguale per tutti”. È uno dei temi più interessanti del romanzo.

“Perché il tempo è una delle nostre convenzioni più rigide.Abbiamo deciso che un minuto è fatto di sessanta secondi e che tutti devono viverlo allo stesso modo.Ma Lorenzo scopre che non è così.Un minuto può essere leggerissimo.Oppure può diventare enorme.Può bloccarsi mentre qualcuno aspetta una risposta che non arriva.Può dilatarsi quando il rumore è troppo forte.Può invece passare velocissimo quando Lorenzo entra in qualcosa che comprende davvero.Nel romanzo c’è una domanda che Lorenzo si pone: “Chi ha deciso come deve essere il tempo?” Non ho voluto rispondere.Perché forse la domanda è più importante della risposta.”

Ed è qui che entra Esopo. Perché ha scelto proprio la favola della lepre e della tartaruga?

“Perché la conosciamo tutti.E proprio per questo poteva diventare qualcosa di nuovo.Nella favola tutti sanno che la lepre è quella su cui scommetteresti.È veloce.È sicura.È la favorita.La tartaruga no.La tartaruga parte già apparentemente sconfitta.E Lorenzo è quella tartaruga.Il mondo è la lepre.Un mondo che corre e sul quale tutti scommettono.Un mondo che considera la velocità una prova di valore.Se sei veloce, sei bravo.Se capisci subito, sei intelligente.Se rispondi subito, sei preparato.Se ti adatti subito, sei normale.Lorenzo non funziona così.Lui va piano.Ma non si ferma.”

Quindi la vera gara non è tra Lorenzo e gli altri bambini?

“No.La vera gara è tra Lorenzo e la rassegnazione.Questo per me è fondamentale.Lorenzo non deve diventare la lepre.Non deve trasformarsi in qualcun altro per meritare il traguardo.Deve poter arrivare con il proprio passo.Nel libro dice: “Se mi danno il tempo, io, al traguardo, ci arrivo. Forse non per primo, ma ci arrivo lo stesso.” Quella è la sua vittoria.Non arrivare prima.Arrivare.”

Ma nel romanzo sembra che nessuno scommetta davvero sulla tartaruga.

“È così.Perché siamo attratti dalla velocità.La lepre si vede.La tartaruga bisogna aspettarla.E aspettare è diventato quasi intollerabile.Lorenzo deve convivere con lo sguardo degli altri: quello dei bambini, quello degli adulti, quello dei genitori, persino quello di chi lo ama.E c’è qualcosa di terribile negli occhi di chi ti ama quando dentro quello sguardo senti una domanda: “Perché non riesci?”Lorenzo sente la fatica dei suoi genitori.Sente la loro preoccupazione.E arriva persino a pensare di essere lui il problema.Nel libro scrive sulla lista: “Non essere il problema.”È una frase che mi ha fatto molto male mentre la scrivevo.Perché è un peso enorme da mettere sulle spalle di un bambino di otto anni.”

Il rapporto con i genitori è infatti molto importante. Lorenzo sembra percepire anche il loro dolore.

“Sì.E questo è uno degli aspetti che più mi interessava raccontare.Lorenzo non è chiuso al dolore degli altri.Al contrario.Lo sente.A volte forse lo sente persino troppo.Vede la tensione nelle mani della madre.Vede il dubbio negli occhi del padre.E non sa cosa farne.Non sa come aggiustare la loro stanchezza.È un bambino che vorrebbe non far soffrire nessuno, mentre lui stesso sta facendo una fatica enorme per stare in piedi.Questa è una delle solitudini più grandi di Lorenzo: non soltanto sentirsi diverso, ma pensare che la propria diversità faccia soffrire chi ama.”

Nel libro c’è anche una maestra di sostegno. Che ruolo ha?

“È una presenza che non invade.E per Lorenzo questo conta moltissimo.A volte gli parla piano.A volte si siede accanto a lui senza dire niente.Lorenzo percepisce quando qualcuno resta senza chiedere troppo.Non serve sempre parlare.A volte basta esserci senza spingere.Credo che questa sia una delle forme più difficili dell’aiuto: sapere quando accompagnare e quando semplicemente restare.”

Lei insegna e conosce il mondo della scuola. Quanto ha influito questa esperienza nella scrittura?

“Ha influito nel modo in cui osservo.Ma non voglio utilizzare la mia esperienza per dire: “Io so”.Non credo che esista un unico modo di vivere l’autismo.Ogni persona è diversa.Il mio compito, scrivendo Lorenzo, era molto più piccolo e molto più difficile: provare a essere fedele al suo mondo.Non spiegare tutti i bambini autistici.Raccontare Lorenzo.Solo Lorenzo.E attraverso di lui lasciare che il lettore si ponga delle domande.”

Una di queste domande potrebbe essere: chi è davvero “fuori tempo”?

“Esattamente.Lorenzo a un certo punto se lo chiede: forse sono io a essere fuori tempo, oppure sono gli altri che vanno fuori tempo?E questa domanda mi piace perché rovescia completamente il punto di vista.Forse il problema non è sempre chi non riesce a stare al passo.Forse qualche volta dovremmo chiederci perché abbiamo deciso che esista un solo passo possibile”.

Il libro contiene anche momenti molto duri. Non ha avuto paura che il lettore potesse sentirsi troppo coinvolto?

“No.Ho avuto paura del contrario.Avevo paura che il lettore restasse fuori.Per questo non volevo raccontare l’autismo con parole fredde.Non volevo scrivere: “Lorenzo presenta questa difficoltà”.Volevo scrivere: “Il rumore mi entra dentro”.Volevo che il lettore smettesse per qualche minuto di sapere e cominciasse a sentire.Perché sapere che un rumore può essere fastidioso è una cosa.Immaginare un rumore dal quale non puoi chiudere la porta è un’altra.”

C’è una frase che potrebbe essere considerata il manifesto dell’intero romanzo: “Io penso che forse basta amarmi”. È davvero questo il messaggio?

“È uno dei messaggi.Ma non significa che l’amore sostituisca le cure, il lavoro, l’educazione, il sostegno o tutto ciò che può essere necessario.Significa un’altra cosa.Che prima di analizzare un bambino dobbiamo riuscire a vederlo.Prima della diagnosi c’è una persona.Prima della prestazione c’è un bambino.Prima della domanda “quanto riuscirà a fare?” dovrebbe esserci la domanda “come posso permettergli di stare bene mentre lo fa?”Lorenzo non chiede di essere lasciato indietro.Chiede di essere lasciato andare con il suo passo.”

E allora cosa vorrebbe dire al lettore che chiuderà il libro il 14 settembre?

“Vorrei dirgli di non guardare soltanto il traguardo.Di guardare la pista.Perché noi siamo ossessionati dal risultato.Quanto parla.Quanto impara.Quanto migliora.Quanto si comporta come gli altri.Lorenzo invece ci insegna a guardare il passo.Un passo che magari nessuno applaude.Una spunta che sembra insignificante.Una risposta arrivata dopo.Una mano alzata.Un rumore sopportato.Una porta attraversata.Sono piccole cose soltanto per chi non conosce il prezzo che hanno.”

E alla fine Lorenzo arriva davvero al traguardo?

“Sì.Ma non nel modo in cui lo intendiamo noi.Arriva quando smette di misurarsi con la lepre.Quando capisce che non deve vincere la gara degli altri.Deve percorrere la propria.A un certo punto la lepre si ferma.Il mondo si distrae.E Lorenzo continua.Non esulta.Non sa esultare.Ma sua madre piange.E lui scopre che le lacrime non arrivano soltanto quando qualcosa va male.A volte arrivano quando finalmente qualcosa va bene.”

Quindi la tartaruga vince?

“Sì.Ma non perché diventa veloce.Vince perché non smette di camminare.E forse è questa la cosa che più vorrei restasse del libro.Non tutti arriveranno nello stesso momento.Non tutti percorreranno la stessa strada.Non tutti avranno lo stesso ritmo.Ma arrivare dopo non significa arrivare meno.Lorenzo non è in ritardo.È Lorenzo.”

Se dovesse definire Come la tartaruga  con una sola frase, quale sceglierebbe?

Clementina Tirino resta per qualche secondo in silenzio.Poi risponde:

“È la storia di un bambino che tutti credono debba imparare a correre, e che invece insegna agli altri il valore di camminare.”Forse è proprio qui che Come la tartaruga trova la sua verità più profonda.La lepre corre.Tutti la guardano.Tutti la seguono con gli occhi.Tutti scommettono su di lei.La tartaruga invece quasi scompare.Non fa rumore.Non promette vittorie.Non chiede applausi.Tiene gli occhi sulla pista.Un passo.Poi un altro.E mentre il mondo continua a misurare la distanza, Lorenzo misura qualcosa che nessun cronometro può registrare: la fatica necessaria per non arrendersi.Il suo traguardo non è arrivare prima.È arrivare senza essersi perso.E forse, alla fine, la domanda più scomoda che questo libro lascia al lettore è proprio questa:

se abbiamo sempre scommesso sulla lepre, siamo davvero sicuri di aver capito cosa significa vincere?

Con Come la tartaruga  Clementina Tirino non chiede al lettore di conoscere l’autismo.Gli chiede qualcosa di più difficile.Gli chiede di fermarsi.Di ascoltare.E, per una volta, di aspettare Lorenzo.

Clementina, che cosa l’ha spinta davvero a scrivere Come la tartaruga e, arrivata alla fine di questo viaggio, chi sente di dover ringraziare?

“Mi ha spinta la necessità di provare a dare una voce a ciò che spesso voce non ha. Il mio lavoro di insegnante mi ha portata a fermarmi davanti a quello che gli altri, qualche volta, attraversano senza vedere. Ho studiato, ho osservato, ho cercato di comprendere, ma ci sono emozioni, sensazioni, paure e fatiche che nessun libro può insegnarti davvero: puoi soltanto incontrarle attraverso la presenza, l’ascolto, la relazione.Per questo ho scritto Lorenzo con molta cautela. Non con la presunzione di conoscere un mondo che non vivo, ma con l’audacia di avvicinarmi a quel mondo attraverso i suoi occhi. Ho cercato di lasciare intatto il suo tempo, il suo spazio, la sua voce. E soprattutto ho sperato che, attraverso queste pagine, potesse essere visto là dove troppo spesso viene soltanto giudicato.Ma alla fine, più di ogni altra cosa, ringrazio la scrittura.La scrittura mi salva. Non perché cancelli ciò che fa male, ma perché gli dà una forma. E dare una forma al dolore, qualche volta, significa impedirgli di avere l’ultima parola.Forse è per questo che continuo a scrivere.Perché ogni volta che la vita prova a farmi fuori, io rispondo con una pagina.E finché avrò parole, avrò ancora un modo per restare.”

Prima di concludere questa conversazione, è doveroso ricordare che il percorso letterario di Clementina Tirino si compone di diverse opere, ciascuna caratterizzata da una propria identità narrativa e da una particolare attenzione alla dimensione emotiva dei suoi personaggi.

Tra le sue pubblicazioni troviamo Mentre tutti fingono, Raccontami di Elena e Il tempo limite, tre romanzi attraverso i quali l’autrice esplora sentimenti, relazioni, fragilità e scelte che appartengono, in forme diverse, all’esperienza di ciascuno di noi. Per chi desidera conoscere più a fondo la sua scrittura, queste opere rappresentano un’occasione per entrare nel suo universo narrativo e ritrovare, tra le pagine, storie capaci di emozionare, interrogare e lasciare una traccia.

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