Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€

Ho letto con attenzione Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni e mi sembra evidente che non si tratti semplicemente di una raccolta di testi poetici, ma del tentativo di costruire un vero e proprio manifesto teorico. L’impressione che ne ricavo è quella di un progetto molto ambizioso, nel quale teoria, poetica e pratica artistica vengono fatte convergere in un’unica proposta culturale. Il suo obiettivo non è soltanto proporre una nuova modalità di scrivere poesia, ma ridefinire il ruolo dell’artista, della critica e dell’intero sistema letterario in relazione alla contemporaneità. L’aspetto che considero più interessante del suo lavoro è proprio questa ambizione teorica, per cui cerca di collocare il tardomodernismo all’interno di un ampio orizzonte filosofico e sociologico, richiamando autori come Lyotard, Habermas, Rorty, Putnam, Bauman, Beck, Morin, Maturana, Appadurai e molti altri. Mi sembra evidente la volontà di superare un’idea puramente estetica della letteratura, per concepirla come pratica sociale, politica e pragmatica- su questo aspetto non posso che essere in pieno accordo con Pozzoni. In tal senso, la sua proposta possiede una sua coerenza di fondo e una forte tensione progettuale. Allo stesso tempo, tuttavia, proprio questa ricchezza teorica rischia a volte – a mio modesto avviso- di diventare uno dei punti opinabili del testo. Invece che impiegare così tanti riferimenti filosofici, che talvolta rischiano di non dialogare tra di loro, per una migliore costruzione dell’argomentazione, occorrerebbe, forse, limitare le diverse teorie che richiama e sottolineare piuttosto un metodo chiaro, che consenta di integrarle in una sintesi realmente convincente. Molto interessante, invece, l’introduzione di numerosi concetti innovativi  – come ‘riot poetry’, ‘risonanza magnetica’, ‘KNSEAE’, ‘praxeologia atopica’, ‘clearity’, ‘contro-recensioni termonucleari’-, ai quali dedicherei maggiore approfondimento, perché hanno una forza autenticamente dirompente e rivoluzionaria. Lo stile, inoltre, costituisce uno degli elementi più originali del suo lavoro. La scrittura è volutamente aggressiva e forte, alterna registri linguistici differenti, passando dall’italiano all’inglese, dal greco al latino, inserendo riferimenti filosofici, politici e pop con una libertà che appare perfettamente coerente con la poetica del sovraccarico che Pozzoni dichiara di voler perseguire. Un altro aspetto interessante riguarda la continua contrapposizione tra il suo movimento e il resto del sistema letterario. Comprendo perfettamente la funzione provocatoria della polemica e capisco la necessità, in un manifesto, di costruire un’identità forte. Tuttavia, la rappresentazione del panorama letterario come ‘Stato Pontificio’, ‘camorra artistica’ o ‘mercanti del Tempio’ mi sembra talvolta eccessivamente semplificata: si rischia forse, in questo modo, che la forza della sua argomentazione si affievolisca, ‘avvantaggiando il nemico’ nella misura in cui  il dissenso può essere interpretato quasi esclusivamente come prova dell’inadeguatezza dell’interlocutore. Questo, secondo me, rischia di indebolire la potenza della sua proposta, potenza che c’è e che – come ho detto poco prima- può essere autenticamente rivoluzionaria. I testi, poi, possiedono una voce personale, riconoscibile, costruita sull’invettiva, sull’ironia, sull’iperbole e sulla continua contaminazione dei registri. Si percepisce chiaramente la volontà di rompere con la tradizione lirica e di trasformare il testo poetico in un’azione di disturbo, come nell’arte concettuale e nello spazialismo. Questo elemento è particolarmente interessante, anche se la continua autoaffermazione dell’io poetico e il frequente ricorso all’attacco diretto contro critici, riviste, autori ed editori finiscono, almeno ai miei occhi, per limitare la portata letteraria dei componimenti. Nel complesso, ciò che mi convince maggiormente del lavoro di Pozzoni è la volontà di rimettere al centro una riflessione radicale sul ruolo dell’arte e dell’artista nella contemporaneità. Apprezzo il fatto che Pozzoni non si limiti a contestare il presente, ma provi a costruire una proposta alternativa. Allo stesso tempo, però, credo che il progetto guadagnerebbe molto se alleggerisse il sovraccarico teorico, definisse con maggiore precisione i concetti fondamentali e rendesse più lineare il percorso argomentativo. Leggo il suo testo soprattutto come un manifesto di poetica più che come una teoria già pienamente compiuta. Ne riconosco l’energia, l’originalità e la capacità di provocare il dibattito, ma credo anche che una maggiore disciplina concettuale e una minore dispersione retorica renderebbero la sua proposta molto più solida e persuasiva, senza diminuirne affatto la forza innovativa. Nel complesso però mi complimento con Pozzoni, per il bellissimo testo che ha scritto, che ha in sé un’autentica forza rivoluzionaria e spalanca nuovi orizzonti, con una freschezza inattesa.

Lucrezia Lombardo

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

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