
La storia di un attore e doppiatore che unisce tecnica, sensibilità e dedizione tra teatro, cinema e doppiaggio
Attore e doppiatore con una solida formazione teatrale, Edoardo Perniconi è una di quelle figure che vivono la scena come un atto d’amore verso l’arte. Appassionato di cinema, doppiaggio e musica, unisce rigore tecnico e sensibilità interpretativa, muovendosi con naturalezza tra palcoscenico e microfono. In questa intervista ci racconta il suo percorso, le influenze artistiche che lo hanno formato e la profondità emotiva che accompagna ogni interpretazione.
Edoardo, hai avuto modo di formarti attraverso diversi insegnanti e approcci nel mondo del teatro. Ti va di raccontarci chi sono stati e cosa ti hanno lasciato?
«Certamente. Ho avuto l’opportunità di lavorare con vari insegnanti in diversi teatri. Ricordo in particolare Tiziano Storti, che mi ha trasmesso l’importanza dell’improvvisazione, fondamentale per restare spontanei sul palco. Poi Agostino Casaretto, con cui ho approfondito la recitazione e la prosa. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di prezioso, e tutte queste esperienze continuano ad arricchire il mio modo di stare in scena».
Come definiresti il lavoro dell’attore? Quanto contano l’esperienza e l’improvvisazione?
«L’attore si costruisce attraverso l’esperienza, soprattutto con l’allenamento sul palcoscenico o sul set. È lì che si impara a reagire in tempo reale a ciò che accade. Penso a Leonardo DiCaprio, che reputo uno degli attori più autentici: anche quando sbaglia o improvvisa, continua a recitare finché il regista non dice “stop”. È quella capacità di essere presenti che fa davvero la differenza».
Hai dei riferimenti artistici che ti ispirano particolarmente?
«Tra gli attori italiani ammiro moltissimo Marco Giallini, che riesce a essere sempre se stesso, curando ogni minimo dettaglio. Nel doppiaggio, invece, mi ispiro a grandi voci come Bellia e Maggi: la loro capacità di dare anima ai personaggi è straordinaria».
Che tipi di ruoli ti hanno visto protagonista finora?
«Principalmente in ambito teatrale. Ho recitato in diversi spazi romani come Tor Bella Monaca, con la Compagnia dell’Orologio, Teatro 7, Teatro Marconi e Teatro Trastevere. Ogni palco mi ha insegnato qualcosa di nuovo, sia a livello tecnico che emotivo».
E nel doppiaggio, come ti trovi?
«Nel doppiaggio ho trovato un mondo che mi appartiene. Forse anche perché sono musicista, e il senso del tempo, fondamentale nella musica, è altrettanto essenziale qui. Il doppiaggio richiede ritmo, ascolto e precisione. Per passione ho anche co-prodotto un film, Punk State, con Bedi Produzioni: credo molto nel valore del cinema indipendente, che lascia spazio alla libertà espressiva».
Qual è stato il ruolo più difficile che hai interpretato?
«Sicuramente fare la parte di un medico. È un personaggio che richiede grande intensità emotiva. Sono una persona molto sensibile, quindi per entrare in ruoli del genere devo connettermi profondamente al personaggio. Non è semplice, ma quando accade è un’esperienza totalizzante».
Ti capita mai di perdere una battuta sul palco?
«Può succedere, certo, ma cerco sempre di non anticipare mai i tempi. Il ritmo per me è tutto: anche un silenzio, se arriva nel momento giusto, può essere risolutivo. Tempo e presenza sono le chiavi della recitazione autentica».
Edoardo Perniconi è un artista che vive la scena con rispetto e passione, un interprete che fa della precisione e dell’ascolto la propria cifra stilistica. Nella sua voce, nel suo modo di raccontare e di stare sul palco, c’è la consapevolezza di chi sa che la vera arte nasce dall’equilibrio tra tecnica e istinto, tra parola e silenzio. Una presenza discreta ma potente, capace di bucare lo spazio — proprio come fa un grande attore.
A cura di Mario Altomura
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