A letto con la storia: dodici donne tornano a reclamare la propria voce
A cura di Alessandro Cunsolo – Direttore di Mondospettacolo
Da dove nasce il romanzo
- Tamara, quando è nata l’idea di A letto con la storia?

Credo che le storie più interessanti nascano da una domanda, non da una risposta. La mia era apparentemente semplice: che cosa accadrebbe se le donne che hanno attraversato i secoli potessero finalmente raccontare la propria versione dei fatti?
Mi affascinava l’idea di restituire movimento ai volti immobili dei ritratti, di immaginare che dietro una cornice esistessero ancora desideri, paure, ironia e persino qualche conto in sospeso con la Storia. Da quell’immagine è nato tutto.
- Perché hai scelto un titolo provocatorio come A letto con la storia?
Perché mi piacciono i titoli che incuriosiscono e che, possibilmente, provocano un piccolo sorriso.
Il letto è il luogo dell’intimità, dei segreti, delle confessioni, ma anche quello in cui da bambini ascoltiamo le prime storie. Volevo avvicinare la grande Storia alla dimensione più privata dell’essere umano.
E poi, diciamolo, nella Storia sono entrate moltissime donne passando attraverso i letti degli uomini. Io ho voluto immaginare che, almeno per una volta, fossero loro a decidere cosa raccontare.
- La Storia sembra avere un corpo, una voce e dei debiti da saldare. Era questa la tua intenzione?
Assolutamente sì. La Storia non è un museo di statue immobili. È fatta di persone che hanno amato, sbagliato, sofferto, desiderato e spesso pagato il prezzo delle proprie scelte.
Mi interessava togliere la polvere dai monumenti e restituire umanità ai personaggi. Credo che il passato abbia ancora qualcosa da dirci, soprattutto quando impariamo ad ascoltare chi non ha avuto il privilegio di scriverlo.
- Quanto tempo hai impiegato a scrivere il romanzo e quanto è cambiato rispetto alla prima idea?
Ci lavoro da anni. È un romanzo che ho scritto, riscritto, smontato e ricostruito infinite volte. A volte ho avuto persino la sensazione che non volesse essere terminato, quasi che le sue protagoniste avessero ancora qualcosa da raccontarmi.
La prima idea si è trasformata profondamente durante la scrittura. Sono cambiati alcuni personaggi, si sono intrecciati nuovi misteri e Greta ha assunto una dimensione psicologica sempre più complessa.
Ho imparato che scrivere un romanzo non significa soltanto trovare le parole giuste, ma avere anche il coraggio di cancellare quelle alle quali siamo più affezionati.
A letto con la storia mi accompagna da anni. Ci sono dentro studio, immaginazione, ostinazione e molte notti trascorse a cercare il senso di una frase.
Forse non si finisce mai davvero di scrivere un romanzo. A un certo punto bisogna semplicemente trovare il coraggio di lasciarlo andare.
- Hai costruito prima la trama oppure sei partita dalle donne?
Sono partita dalle donne. Volevo che ciascuna possedesse una voce, una ferita e una personalità riconoscibile.
La trama è cresciuta attorno a loro, ma a un certo punto ho capito che non bastava farle incontrare Greta. Dovevano anche cambiare qualcosa nella sua esistenza.
È lì che il romanzo ha trovato il suo centro: non era soltanto il passato a chiedere di essere ascoltato. Era anche il presente.
Greta e il punto di vista contemporaneo
- Perché hai scelto una restauratrice come protagonista?
Perché una restauratrice possiede una qualità che considero preziosa: sa guardare oltre la superficie.
Greta è abituata a cercare ciò che il tempo ha nascosto sotto la polvere, le vernici e le crepe. Mi sembrava il personaggio ideale per avvicinarsi a donne che la Storia aveva spesso ricoperto di interpretazioni.
E poi amo l’idea che una persona impegnata a restituire bellezza alle opere debba, a un certo punto, imparare a restaurare anche qualcosa di sé.
- Quanto il restauro diventa una metafora del romanzo?
È una delle metafore centrali.
Restaurare non significa rendere nuovo ciò che è antico, né cancellare i segni del tempo. Significa permettere a un’opera di tornare leggibile, rispettandone l’identità.
Vorrei che accadesse qualcosa di simile con le donne del romanzo. Non desideravo trasformarle in figure contemporanee o correggerne il passato. Volevo liberarle, almeno narrativamente, dagli strati di giudizio che si sono accumulati sopra le loro vite.
- Quanto c’è di te in Greta?
Più di quanto forse avrei voluto ammettere.
Mi riconosco nella sua curiosità, nell’inquietudine, nell’ostinazione con cui cerca risposte e anche nella difficoltà di accontentarsi delle apparenze.
Greta desidera capire tutto, forse perché teme ciò che non può controllare. È una caratteristica che conosco bene.
Ma c’è anche una differenza: lei attraversa fisicamente i quadri, mentre io mi limito ad attraversarli con l’immaginazione. Per il momento!
- Quanto cambia Greta grazie alle donne del passato?
All’inizio Greta cerca risposte. Alla fine impara a formulare domande diverse.
È un cambiamento fondamentale. Le donne che incontra non le consegnano un modello perfetto da imitare. Le mostrano che si può essere coraggiose e fragili, intelligenti e contraddittorie, libere e tuttavia prigioniere del proprio tempo.
Greta comprende gradualmente che conoscere se stessa non significa possedere tutte le risposte, ma imparare ad ascoltare anche ciò che la mette in discussione.
- Una parola per Greta all’inizio e una alla fine?
All’inizio direi smarrita.
Alla fine, consapevole.
Non scelgo la parola «risolta», perché non credo molto nei personaggi che alla conclusione di un romanzo hanno improvvisamente compreso tutto della vita.
Preferisco immaginare Greta ancora imperfetta, ma finalmente capace di abitare la propria storia.
Torino come personaggio
- Perché hai scelto Torino come punto di partenza?
Perché Torino è la mia città e la sento profondamente mia.
Possiede un’eleganza riservata, quasi aristocratica. Non mostra immediatamente tutto ciò che custodisce. Bisogna attraversarne i portici, osservare i palazzi, entrare nei cortili e concedersi il tempo di scoprirla.
Mi piace pensare a Torino come a una donna bellissima che non sente il bisogno di sedurre tutti. Preferisce essere capita.
- Quanto hai lavorato sul rapporto tra Torino reale e Torino immaginata?
Volevo che i luoghi fossero riconoscibili, ma che conservassero sempre una seconda possibilità.
La chiesa, le strade e i palazzi appartengono a una geografia concreta. Il mistero nasce quando Greta comincia a percepire ciò che normalmente rimane invisibile.
In fondo, la letteratura funziona così: prende un luogo che conosciamo e ci suggerisce che dietro una porta potrebbe esistere un mondo completamente diverso.
- Quanto ti interessava la Torino esoterica?
Mi interessava moltissimo la sua atmosfera, ma non volevo costruire il romanzo soltanto sui luoghi comuni della Torino magica.
La città possiede già abbastanza mistero nella propria storia, nell’architettura e nelle contraddizioni.
Ho preferito suggerire che l’enigma potesse nascondersi anche in un dettaglio apparentemente ordinario: una cornice, un vecchio libro, un pennello dimenticato.
A volte il mistero più inquietante non è quello che si manifesta. È quello che ci osserva in silenzio.
- C’è un luogo torinese che ha ispirato particolarmente il romanzo?
La chiesa dei Santi Martiri, in via Garibaldi, è un riferimento importante per l’inizio della vicenda.
Mi affascina il contrasto tra il movimento della città contemporanea e il silenzio custodito negli edifici religiosi.
Basta attraversare una soglia perché cambino la luce, i rumori, persino la percezione del tempo. Per una storia come quella di Greta era un’atmosfera perfetta.
- Quali luoghi consiglieresti per un itinerario torinese del romanzo?
Comincerei da via Garibaldi e dalla chiesa dei Santi Martiri, per poi raggiungere Piazza Castello e percorrere via Po fino a Piazza Vittorio Veneto.
Suggerirei anche una passeggiata lungo il fiume e una visita alle gallerie d’arte della città.
Ma inviterei soprattutto i lettori a osservare Torino senza fretta. Il mio itinerario ideale non è fatto soltanto di luoghi: è fatto di porte, dettagli e storie che normalmente attraversiamo senza vedere.
Il SATOR e il mistero
- Che cosa ti ha affascinata del quadrato magico del SATOR?
Il fatto che cinque parole possano attraversare i secoli continuando a suscitare domande.
Il SATOR è affascinante perché sembra promettere una spiegazione e contemporaneamente sottrarsi a essa. La sua struttura invita a cercare collegamenti, simmetrie e significati nascosti.
Per il mio romanzo era perfetto: un enigma che si può leggere in più direzioni, proprio come la memoria e la Storia.
- Quanto hai approfondito il SATOR dal punto di vista storico e simbolico?
Mi interessavano le sue attestazioni storiche e le diverse interpretazioni che gli sono state attribuite.
Ho cercato di distinguere il dato storico dalle ipotesi e dalle letture simboliche. Il SATOR, infatti, è stato interpretato in modi differenti e non possiede una spiegazione universalmente condivisa.
Nel romanzo mi sono concessa la libertà di trasformarlo in un elemento narrativo, senza pretendere che la mia interpretazione costituisca una verità storica.
- È stato difficile bilanciare il mistero narrativo e quello simbolico?
Sì, perché un simbolo può diventare molto affascinante per chi scrive, ma non deve trasformarsi in un ostacolo per chi legge.
Volevo che il SATOR accompagnasse Greta nella ricerca e, contemporaneamente, suggerisse qualcosa di più profondo: il rapporto tra ordine e caos, destino e libertà.
Il mistero deve incuriosire, non diventare un esame che il lettore è obbligato a superare.
- Preferisci che il lettore trovi una risposta o conservi qualche dubbio?
Vorrei che trovasse le risposte necessarie per comprendere la storia, ma che conservasse almeno una domanda.
I romanzi che amo non finiscono davvero quando si chiude l’ultima pagina. Continuano a muoversi nella mente del lettore.
Un mistero completamente spiegato rischia di perdere parte del suo fascino. Naturalmente, non bisogna confondere il mistero con la confusione: sono due cose molto diverse.
- Hai lasciato volutamente qualche elemento aperto a più interpretazioni?
Sì, soprattutto nel rapporto tra memoria, rappresentazione e libertà.
Mi piace che il lettore possa interrogarsi sul significato di alcune presenze e sul confine tra ciò che appartiene alla dimensione fantastica e ciò che Greta deve affrontare dentro di sé.
Non volevo però lasciare in sospeso il cuore emotivo del romanzo. Quello doveva trovare una conclusione.
Artemisia Gentileschi e le altre donne
- Perché Artemisia Gentileschi è la prima a riemergere dalla tela?
Perché Artemisia incarna perfettamente il rapporto tra arte, identità e volontà di essere riconosciute.
È una donna che ha saputo affermare il proprio talento in un mondo nel quale essere donna rappresentava già un limite imposto dagli altri.
E poi mi piaceva immaginare il suo sguardo davanti a Greta: quello di una pittrice che osserva un’altra donna mentre impugna un pennello. Quasi un passaggio di testimone.
- Quale aspetto di Artemisia volevi sottrarre agli stereotipi?
La sua identità di artista.
Troppo spesso Artemisia viene ricordata soprattutto attraverso la violenza che subì, come se quell’episodio dovesse spiegare tutta la sua esistenza.
Non voglio minimizzare il dolore, naturalmente. Ma desideravo raccontare una donna di straordinario talento, ambizione, intelligenza e determinazione.
Artemisia è molto più di ciò che le è accaduto. È anche, e soprattutto, ciò che ha saputo creare.
- Come hai scelto le dodici donne?
Cercavo personalità che avessero attraversato epoche e condizioni profondamente diverse.
Una pittrice, una cortigiana colta, una donna accusata di stregoneria, una scrittrice, una sovrana: ciascuna porta con sé una particolare forma di libertà o di ribellione.
Non volevo costruire una galleria di donne perfette. Volevo mettere in dialogo esistenze complesse, mostrando quanto possano cambiare i secoli e quanto, talvolta, rimangano simili i giudizi.
- Cercavi destini simili oppure donne molto diverse?
Donne diverse, assolutamente.

Mi interessava proprio il contrasto. Le protagoniste non appartengono alla stessa epoca, non condividono la medesima condizione sociale e non affrontano le difficoltà nello stesso modo.
Alcune hanno esercitato il potere, altre lo hanno subito. Alcune hanno scelto di esporsi, altre sono state costrette a difendersi.
È nella diversità che emerge il legame più interessante: il desiderio di non essere definite esclusivamente dagli altri.
- Quali figure femminili hai scoperto più profondamente durante la scrittura?
Direi Petronilla de Meath e Tamara, regina di Georgia. Due donne lontanissime per epoca, condizione e destino, eppure entrambe capaci di suscitare in me una profonda curiosità.
Petronilla mi ha colpita per la drammaticità della sua vicenda. Una donna vulnerabile, travolta da accuse e meccanismi di potere che non le lasciarono la possibilità di difendersi davvero. Ho pensato a quante esistenze siano state ridotte a una condanna, a un nome scritto negli atti di un processo, dimenticando la persona che vi era dietro.
Tamara, invece, mi ha affascinata per ragioni quasi opposte. Una donna capace di esercitare un potere straordinario in un mondo dominato dagli uomini, tanto da essere ricordata con il titolo di «re dei re».
Una è stata privata della propria voce, l’altra ha saputo imporsi fino a governare un regno.
Eppure, in entrambe ho riconosciuto qualcosa che mi interessa profondamente: il rapporto tra una donna e il potere che gli altri esercitano su di lei, oppure quello che lei riesce a conquistare.
Forse è proprio questo che amo della Storia: scoprire che due destini apparentemente inconciliabili possono raccontarci qualcosa della stessa condizione umana.
- C’è stata una figura che ti ha costretta a cambiare parte della trama?
Più che una singola figura, è stato il rapporto tra le donne a modificare progressivamente la direzione del romanzo.
Durante la costruzione delle loro storie mi sono resa conto che non potevano limitarsi a entrare in scena e raccontarsi.
Dovevano avere una funzione precisa nel cambiamento di Greta. Questo mi ha portata a ripensare alcuni collegamenti e a dare maggiore importanza alla memoria familiare.
- Quale donna è stata più difficile da raccontare?
Maria di Magdala, probabilmente.
È una figura sulla quale si sono accumulate interpretazioni religiose, artistiche e culturali molto diverse.
Raccontarla significava affrontare non soltanto ciò che sappiamo, ma anche ciò che nei secoli è stato costruito attorno a lei.
Il rischio era trasformarla nell’ennesimo simbolo. Io desideravo avvicinarmi alla persona, pur attraverso la libertà inevitabile della finzione letteraria.
La Storia scritta dagli altri
- Quanto ti sta a cuore il tema delle donne che raccontano se stesse?
Moltissimo.
Mi colpisce che per secoli tante donne abbiano avuto un ruolo importante e che, nonostante questo, la loro identità sia stata raccontata soprattutto attraverso le parole di padri, mariti, amanti, accusatori o cronisti.
Mi sono chiesta che cosa avrebbero detto se avessero potuto intervenire in quelle narrazioni.
Forse non avrebbero chiesto di essere celebrate. Avrebbero semplicemente preteso di essere ascoltate.
- Molte donne sono state dimenticate oppure raccontate attraverso lo sguardo maschile?
Sono accadute entrambe le cose.
Alcune sono state cancellate quasi completamente; altre sono sopravvissute nella memoria collettiva attraverso ruoli che non raccontano tutta la loro complessità: la musa, l’amante, la peccatrice, la strega, la regina.
Non penso che si debba sostituire una lettura ideologica con un’altra. Credo però sia necessario tornare alle fonti, interrogare le interpretazioni e lasciare spazio a prospettive che per troppo tempo sono rimaste marginali.

- Come eviti di attribuire sensibilità moderne alle donne del passato?
È una delle difficoltà più interessanti della narrativa storica.
Bisogna ricordare che quelle donne vivevano all’interno di sistemi di valori molto diversi dai nostri. Non possiamo pretendere che ragionassero tutte come una donna contemporanea.
Cerco quindi di partire dalla loro epoca, dai limiti e dalle possibilità che avevano.
Poi interviene la letteratura, che immagina emozioni e dialoghi. Ma la libertà narrativa, per me, non dovrebbe diventare indifferenza verso la verità storica.
- Ti sei data regole per distinguere storia e invenzione?
Sì. Ho cercato di rispettare gli elementi storici documentati, lasciando alla finzione gli incontri impossibili, i dialoghi immaginari e la dimensione fantastica.
Il romanzo non è un saggio e non pretende di esserlo.
La fantasia permette di avvicinare il lettore a figure storiche, ma dovrebbe anche stimolare il desiderio di conoscerle meglio.
Se dopo aver letto il libro qualcuno volesse approfondire la vita di Petronilla o di Veronica Franco, ne sarei felice.
- Hai modificato qualche convinzione troppo contemporanea attribuita alle protagoniste?
Durante la revisione ho cercato soprattutto di evitare che tutte parlassero con la medesima sensibilità.
Una sovrana medievale, una cortigiana del Cinquecento e una scrittrice del Novecento non possono avere lo stesso linguaggio o lo stesso rapporto con la libertà.
Volevo che il lettore percepisse le differenze, anche quando le loro esperienze entravano in dialogo con problemi ancora attuali.
Maria di Magdala e il peso delle interpretazioni
- Perché il percorso culmina con Maria di Magdala?
Perché rappresenta in modo straordinario il tema dell’identità raccontata dagli altri.
Poche figure femminili hanno attraversato così tante interpretazioni, sovrapposizioni e trasformazioni simboliche.
Mi interessava arrivare a una donna sulla quale il peso delle narrazioni successive fosse particolarmente evidente.
Nel romanzo Maria diventa anche l’occasione per una domanda fondamentale: quanto di ciò che crediamo di conoscere appartiene alla persona e quanto all’immagine che abbiamo costruito di lei?
- Come hai affrontato una figura tanto importante religiosamente?
Con rispetto e con la consapevolezza che si tratta di una figura profondamente significativa per molte persone.
Ho cercato di distinguere la Maria testimoniata dalle fonti dalle interpretazioni nate successivamente.
Non volevo costruire una provocazione religiosa fine a se stessa.
Mi interessava piuttosto il rapporto tra identità e rappresentazione, tra la donna e le immagini che i secoli le hanno attribuito.
- Ti interessava la Maria storica, religiosa o quella trasformata dall’immaginario?
Tutte e tre, ma soprattutto il punto in cui queste dimensioni si incontrano e talvolta si confondono.
La Maria storica richiede attenzione alle fonti. La tradizione religiosa possiede un significato che va rispettato. L’immaginario collettivo, invece, ci racconta molto del modo in cui ogni epoca ha interpretato la figura femminile.
È proprio questa stratificazione ad avermi affascinata.
- Maria di Magdala rappresenta il caso più estremo di un’identità raccontata dagli altri?
Nel romanzo sì, perché il suo nome è diventato un contenitore di interpretazioni molto più grande della conoscenza storica che possediamo sulla sua persona.
Mi interessava restituirle la possibilità narrativa di sottrarsi alle definizioni.
Non come gesto contro la tradizione religiosa, ma come invito a distinguere una donna dalle immagini che sono state costruite attorno a lei.
Thomas, il Testimone e il tema della memoria
- Quanto è importante Thomas rispetto al tema della memoria?
Thomas è importante perché condivide con Greta un passato di cui entrambi possiedono soltanto frammenti.
All’inizio sembra una figura capace di aiutarla a interpretare il mistero. Gradualmente, però, emerge quanto anche lui sia coinvolto.
Mi interessava evitare il personaggio maschile che arriva con tutte le risposte.
Thomas deve fare i conti con ciò che non ricorda, con ciò che teme di scoprire e con la possibilità che la propria identità sia meno stabile di quanto credesse.
- Perché un architetto accanto a una restauratrice?
Perché costruire e restaurare sono due modi diversi di dialogare con il tempo.
L’architetto immagina uno spazio, gli dà forma, cerca un ordine. La restauratrice si confronta con ciò che esiste già e cerca di comprenderlo prima di intervenire.
Thomas e Greta rappresentano anche queste due tensioni: costruire una spiegazione e recuperare ciò che è stato nascosto.
Naturalmente, nessuno dei due può riuscirci completamente da solo.
- Che cosa rappresenta Testimone?
Testimone rappresenta un interrogativo che attraversa tutto il romanzo: chi possiede il diritto di raccontare una storia?
Essere testimoni significa custodire una memoria, ma può anche significare selezionare ciò che viene ricordato e ciò che viene escluso.
Mi interessava costruire una figura ambigua, legata al bisogno umano di conservare il passato e al rischio di volerlo controllare.

- Testimone è custode, manipolatore o qualcosa di diverso?
Preferisco lasciare al lettore una parte di questa risposta.
Credo però che Testimone incarni una contraddizione profondamente umana: si può desiderare di proteggere qualcosa e, nel tentativo di farlo, finire per imprigionarlo.
Il controllo nasce talvolta dalla paura della perdita.
Ma custodire una memoria non significa possederla. È una distinzione fondamentale per comprendere il romanzo.
Famiglia, assenze e identità
- Quanto era importante collegare la grande Storia alla famiglia di Greta?
Era essenziale.
A un certo punto ho capito che sarebbe stato troppo semplice permettere a Greta di ascoltare le sofferenze di donne vissute secoli prima senza costringerla ad affrontare anche le proprie.
La grande Storia e la memoria familiare non sono mondi separati.
Spesso comprendiamo il passato più lontano con maggiore facilità rispetto a quello che ci riguarda intimamente.
Greta deve imparare che anche una madre è stata una donna prima di diventare nostra madre.
- Pensi che ciò che ignoriamo della nostra famiglia influenzi la nostra identità?
Sì, profondamente.
Le assenze non sono necessariamente vuote. A volte vengono riempite dalle spiegazioni che immaginiamo, dalle paure che ereditiamo o dai silenzi degli altri.
Possiamo crescere costruendo certezze su cose che non abbiamo mai verificato.
Nel romanzo Greta scopre che conoscere le proprie origini non significa semplicemente recuperare un’informazione. Significa rimettere in discussione l’immagine che aveva costruito di se stessa.
- Qual è la differenza tra ricordare e ricostruire?
Ricordare significa tornare a qualcosa che abbiamo vissuto, anche se la memoria non è mai una registrazione perfetta.
Ricostruire significa cercare un significato attraverso frammenti, racconti, documenti e talvolta interpretazioni.
Greta deve fare entrambe le cose.
Il problema nasce quando una ricostruzione diventa così convincente da essere scambiata per una verità assoluta.
- Tutte le verità devono essere riportate alla luce?
Credo che la verità abbia un valore enorme, ma non penso che il diritto di conoscere cancelli automaticamente il dolore che una rivelazione può provocare.
Esistono silenzi nati dalla paura, altri dalla vergogna e altri ancora dal desiderio di proteggere qualcuno.
Il punto, per me, è comprendere quando il silenzio protegge davvero e quando invece diventa una prigione.
Nel romanzo molti personaggi devono affrontare proprio questa distinzione.
Il finale e lo spazio vuoto
- Che cosa significa lasciare una sedia vuota?
Significa riconoscere che non tutto deve essere posseduto, rappresentato o concluso.
Per gran parte del romanzo Greta cerca di riportare alla luce figure che sembrano attendere di essere liberate. Alla fine comprende che ascoltare qualcuno non significa decidere quale immagine debba lasciare di sé.
La sedia vuota è uno spazio di libertà.
È il posto destinato a chi verrà dopo, a chi non è ancora stato ascoltato e forse anche a chi preferirà non farsi raccontare da nessuno.
- Il vuoto rappresenta un’assenza o una possibilità?
Entrambe.
Un’assenza può provocare dolore, ma può anche diventare uno spazio nel quale qualcosa di nuovo trova posto.
Mi piace pensare che il vuoto non debba essere sempre riempito.
Viviamo in un mondo che pretende continuamente risposte, definizioni e immagini. Lasciare uno spazio libero può essere un gesto di grande rispetto.
- Quanto è stato difficile trovare il finale?
La difficoltà maggiore era evitare una conclusione che spiegasse troppo.
Dopo un percorso così ricco di enigmi, avrei potuto cercare un ultimo grande colpo di scena.
Invece desideravo che il finale restituisse alla storia una dimensione intima.
Alla fine non contano soltanto il pennello, i dipinti o il SATOR. Conta ciò che Greta ha imparato a fare: ascoltare.
- Sapevi già come sarebbe finito il romanzo?
Conoscevo il significato che desideravo raggiungere, ma non ogni passaggio necessario per arrivarci.
Scrivendo, i personaggi e i loro rapporti hanno assunto un’importanza sempre maggiore.
Il finale ha trovato progressivamente la propria forma attorno all’idea che una storia possa concludersi senza pretendere di chiudere tutte le possibilità.
Ed è forse per questo che l’ultima frase mi piace particolarmente.
Tra realismo magico, arte e mistero
- Come definiresti il genere del romanzo?
Mi piace definirlo un romanzo di mistero storico e realismo magico, con una forte componente psicologica.
Ci sono enigmi, personaggi realmente esistiti, viaggi e situazioni fantastiche, ma al centro rimane il percorso emotivo di Greta.
In generale non amo molto le etichette troppo rigide.
La letteratura possiede una libertà meravigliosa: può attraversare generi differenti senza dover chiedere il permesso.
- Quali autori o opere hanno influenzato il tuo modo di scrivere?
Credo che ogni scrittore sia il risultato delle letture che lo hanno accompagnato, anche quando non ne è pienamente consapevole.
A me interessano soprattutto le opere capaci di creare atmosfere, raccontare personaggi complessi e suggerire che dietro la realtà visibile possa esistere qualcos’altro.
Per questo romanzo, però, non ho cercato di imitare un modello letterario preciso. Ho voluto trovare una voce mia, lasciandomi guidare dalle storie delle protagoniste.
- Che rapporto hai personalmente con pittura, restauro e immagini?
Ho sempre trovato affascinante la capacità delle immagini di raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere completamente.
Un ritratto può sembrare immobile eppure suggerire una vita intera attraverso un’espressione, la posizione di una mano o la direzione dello sguardo.
La pittura, nel romanzo, diventa una forma di linguaggio.
Il restauro mi interessava anche per il suo valore simbolico: il gesto paziente di chi non vuole cancellare il passato, ma imparare a leggerlo.
- Quale quadro reale trasformeresti in una porta narrativa?
Sceglierei l’Autoritratto come Allegoria della Pittura di Artemisia Gentileschi.
Mi affascina l’idea di una donna che non si limita a essere ritratta, ma sceglie di rappresentare se stessa attraverso l’atto creativo.
Immaginare che possa uscire dal dipinto e raccontarci ciò che prova sarebbe straordinario.
E sospetto che Artemisia avrebbe molto da dire. Non necessariamente con delicatezza!
Scrivere donne forti senza trasformarle in simboli perfetti
- Quanto era importante mostrare anche le contraddizioni delle protagoniste?
Era fondamentale.
Non credo nei personaggi impeccabili, perché raramente li trovo interessanti.
Le donne del romanzo hanno attraversato difficoltà straordinarie, ma questo non significa che fossero prive di difetti, esitazioni o contraddizioni.
Volevo raccontare persone, non costruire monumenti.
Una donna può essere coraggiosa e commettere errori. Può desiderare libertà e avere paura di conquistarla. È proprio questa complessità a renderla credibile.
- Ti infastidisce l’obbligo di rappresentare sempre donne forti?
Sì, soprattutto quando la parola «forte» diventa un’altra gabbia.
Una protagonista non dovrebbe essere interessante soltanto perché riesce a sopportare tutto, affrontare tutti e non mostrare mai una debolezza.
Trovo molto più affascinante una donna capace di riconoscere le proprie fragilità.
Non dobbiamo dimostrare continuamente di essere invincibili per meritare rispetto.
A volte la forza consiste semplicemente nel trovare il coraggio di dire: «Ho paura».
- Quale fragilità senti più vicina?
Quella che nasce dal desiderio di essere riconosciute per ciò che siamo davvero.
È un sentimento che attraversa molte delle protagoniste, anche se si manifesta in forme differenti.
Mi commuove l’idea di una donna che deve continuamente dimostrare il proprio valore, difendere la propria identità o giustificare le proprie scelte.
Forse perché il bisogno di essere viste, ascoltate e comprese non appartiene a una sola epoca.
- Che cosa vorresti che una lettrice riconoscesse di sé?
Vorrei che trovasse il coraggio di non lasciarsi definire completamente dallo sguardo degli altri.
Ma vorrei anche che riconoscesse il diritto di essere imperfetta, di cambiare idea, di ricominciare.
Non desidero consegnare alle lettrici un modello da seguire.
Mi piacerebbe che chiudessero il libro pensando che ogni esistenza, anche quella apparentemente più ordinaria, possiede una storia che merita di essere raccontata.
Il rapporto con il presente
- Quanto sono lontane da noi le battaglie di queste donne?
Per alcuni aspetti moltissimo, per altri sorprendentemente poco.
Le condizioni sociali, giuridiche e culturali sono cambiate profondamente, e sarebbe sbagliato negarlo.
Eppure restano attuali alcune domande: chi decide ciò che una donna può diventare? Quanto pesa il giudizio degli altri? Quanto siamo davvero libere di sottrarci alle aspettative?
Le risposte sono diverse rispetto al passato, ma le domande non sono scomparse del tutto.
- Quale forma di controllo sociale ha semplicemente cambiato linguaggio?
Il giudizio sul corpo e sull’immagine femminile è certamente uno degli esempi più evidenti.
Un tempo esistevano regole sociali molto rigide che stabilivano quale comportamento fosse appropriato per una donna.
Oggi possediamo libertà impensabili per molte delle protagoniste del romanzo, ma continuiamo spesso a misurarci con aspettative contraddittorie.
Dobbiamo essere belle, intelligenti, indipendenti, desiderabili, ma possibilmente senza esagerare in nulla. A volte sembra quasi che la libertà femminile debba ancora rispettare un regolamento non scritto.
- Quale delle protagoniste sarebbe più sorpresa dal mondo contemporaneo?
Forse Cristina di Svezia.
Mi divertirebbe osservare la sua reazione davanti a un mondo nel quale molte donne possono studiare, viaggiare, lavorare e scegliere percorsi di vita un tempo difficilmente immaginabili.
Credo che sarebbe affascinata dalle possibilità offerte dalla conoscenza contemporanea.
Naturalmente, conoscendo la sua personalità storica, immagino che non mancherebbero osservazioni critiche. E probabilmente avrebbe molto da ridire anche sui nostri governanti!
- Chi direbbe invece che non è cambiato poi così tanto?
Veronica Franco, probabilmente.
Immagino che osserverebbe con una certa ironia il rapporto contemporaneo tra immagine, reputazione, desiderio e giudizio sociale.
Cambiano gli strumenti, cambiano le parole, ma il desiderio di controllare la narrazione delle donne non è completamente scomparso.
E credo che Veronica saprebbe rispondere con un’intelligenza tagliente, proprio come mi piace immaginarla.
Dal libro allo schermo
- Hai immaginato il romanzo come un film o una serie televisiva?
Sì, perché mentre scrivevo vedevo molte scene con grande chiarezza.
La chiesa immersa nella penombra, le cornici vuote, il pennello che sembra animarsi, le donne che attraversano le tele: sono immagini che possiedono una dimensione cinematografica naturale.
Credo che una serie permetterebbe di approfondire maggiormente i personaggi, concedendo a ciascuna donna il tempo necessario per raccontarsi.
- Preferiresti una grande produzione o un adattamento intimo?
Una produzione capace di unire qualità visiva e profondità emotiva.
Naturalmente il romanzo offre molte possibilità spettacolari, ma non vorrei che gli effetti speciali diventassero più importanti delle protagoniste.
La magia deve sorprendere, mentre le emozioni devono rimanere autentiche.
Preferirei una serie elegante e suggestiva, nella quale anche una stanza silenziosa possa diventare più intensa di una scena spettacolare.
- Chi immagini nel ruolo di Greta?
Potrei immaginare Matilda De Angelis, per la sua capacità di unire energia, fragilità e determinazione.
Greta deve possedere uno sguardo curioso, ma anche quella sottile inquietudine di chi non si sente mai completamente al proprio posto.
Naturalmente non ho un volto definitivo in mente.
Mi piacerebbe soprattutto un’attrice capace di rendere credibile il suo cambiamento senza trasformarla in un’eroina perfetta.
- Quale attrice vedresti nei panni di Artemisia Gentileschi?
Mi piacerebbe Jasmine Trinca.
Ha una presenza intensa e una capacità espressiva che immagino adatte a una figura come Artemisia.
Per interpretarla servirebbe un’attrice capace di comunicare forza e vulnerabilità senza ricorrere continuamente alle parole.
Artemisia deve entrare in scena e far capire immediatamente che non è una donna disposta a lasciarsi raccontare da qualcun altro.
- Quale scena vorresti vedere sullo schermo per prima?
L’ingresso di Greta nella sacrestia.
Immagino la luce incerta, il silenzio della chiesa, le cornici vuote e quelle tre donne anziane che tessono come se il tempo non le riguardasse.
Greta le osserva senza capire se stia assistendo a qualcosa di reale o impossibile.
Credo sia una scena capace di racchiudere il cuore del romanzo: il momento in cui la realtà si incrina e lascia intravedere qualcosa di straordinario.
Tamara Brazzi, oltre il libro
- Chi è Tamara Brazzi quando non scrive?
Sono una donna curiosa, passionale, complicata e profondamente contraddittoria. In fondo, sono tutto e il contrario di tutto.
Posso essere forte e fragilissima, razionale e impulsiva, romantica e terribilmente cinica. Amo la solitudine, ma ho bisogno delle persone. Cerco l’ordine, eppure sono attratta da tutto ciò che sconvolge le mie certezze.
Ho imparato che non devo necessariamente scegliere una sola versione di me stessa. Sono fatta di sfumature, di eccessi, di entusiasmi improvvisi e di qualche meravigliosa incoerenza.
Forse è proprio per questo che scrivo: perché dentro di me convivono tante donne diverse e, ogni tanto, devo permettere a qualcuna di prendere la parola.
Del resto, essere sempre uguali a se stessi dev’essere di una noia mortale!
- Che rapporto hai con la Storia nella vita quotidiana?
Mi affascina soprattutto la dimensione umana della Storia.
Quando entro in una chiesa, osservo un dipinto o leggo la biografia di una persona vissuta secoli fa, finisco per chiedermi chi fosse davvero oltre il ruolo che conosciamo.
Mi interessano le vite private, le scelte difficili, i sentimenti e le contraddizioni.
La grande Storia è fatta di eventi, ma anche di esseri umani che spesso ignoravano di starne diventando parte.
- Scrivi seguendo una disciplina oppure aspetti l’ispirazione?
L’ispirazione è meravigliosa, ma da sola non basta.
Ci sono momenti nei quali una scena arriva quasi spontaneamente, come se fosse già pronta da raccontare. Altri nei quali bisogna tornare sulle parole, correggere, eliminare e ricominciare.
La scrittura possiede una parte istintiva e una artigianale.
La prima mi entusiasma. La seconda qualche volta mi fa perdere la pazienza, ma so quanto sia necessaria.
- Pianifichi tutto oppure lasci decidere i personaggi?
Parto da un’idea e cerco di darle una direzione, ma mi piace lasciare ai personaggi uno spazio di libertà.
A volte una battuta cambia il tono di una scena. Un dettaglio apparentemente secondario acquista un’importanza inattesa e costringe a rivedere ciò che avevo immaginato.
Naturalmente poi devo riportare ordine, soprattutto in una storia ricca di misteri come questa.
Ma credo che un personaggio interessante debba anche essere capace di sorprendere chi lo ha creato.
- Qual è la parte della scrittura che ami di più e quella più faticosa?
Amo il momento in cui un personaggio comincia a sembrarmi vivo.
Quando riesco a immaginarne la voce, il carattere e persino il modo di guardare qualcuno, la scrittura diventa una forma di incontro.
La parte più faticosa è la revisione, perché richiede di guardare il proprio lavoro con distacco.
Bisogna avere il coraggio di togliere anche una frase che ci piace, quando non serve davvero alla storia.
E per una persona affezionata alle proprie parole non è sempre semplice!
Il futuro
- L’universo di Greta potrebbe continuare?
Il romanzo possiede una propria conclusione e desidero che il lettore possa sentirla come tale.
Questo non significa necessariamente che Greta abbia esaurito tutte le possibilità narrative.
Ci sono personaggi che continuano a vivere nell’immaginazione anche dopo l’ultima pagina.
Per il momento, però, preferisco lasciare che A letto con la storia compia il proprio viaggio, senza anticipare ciò che potrebbe accadere in futuro.
- Ci sono altre donne che avresti voluto inserire?
Moltissime.
La difficoltà non è trovare donne interessanti nella Storia, ma scegliere quali raccontare.
Esistono artiste, scienziate, sovrane, scrittrici e donne rimaste quasi completamente anonime che meriterebbero un romanzo.
Ho dovuto stabilire un confine, perché ogni storia ha bisogno anche di sapere quando fermarsi.
Ma questo non significa che quelle voci abbiano smesso di incuriosirmi.
- Stai già lavorando a un nuovo progetto?
Le idee non mancano mai. Anzi, a volte arrivano tutte insieme e pretendono immediatamente attenzione!
La scrittura fa parte della mia vita e difficilmente riesco a immaginare di smettere.
Preferisco però parlare di un nuovo progetto quando ha trovato una forma sufficientemente chiara.
Per ora desidero accompagnare A letto con la storia, il mio sesto romanzo, nel suo incontro con i lettori.
- Ti piacerebbe cambiare genere oppure continuare a raccontare figure femminili storiche?
Non vorrei sentirmi obbligata a rimanere all’interno di un genere.
Mi piace sperimentare e credo che ogni storia richieda il proprio linguaggio.
La figura femminile continuerà probabilmente a interessarmi, ma questo non significa che i miei romanzi debbano affrontare sempre gli stessi argomenti.
La libertà che cerco di raccontare nei miei libri vorrei conservarla anche come scrittrice.
- «Se la Storia potesse parlare con la propria voce, ci direbbe che…»
«…non tutto ciò che è stato dimenticato è scomparso, non tutto ciò che è stato scritto corrisponde alla verità e non tutte le donne hanno avuto la possibilità di scegliere come essere ricordate.
Ci direbbe che dietro ogni nome esiste una vita, dietro ogni silenzio una possibilità e dietro ogni ritratto qualcuno che ha desiderato essere visto davvero.
E forse ci chiederebbe una cosa soltanto: prima di giudicarmi, provate ad ascoltarmi.»
Perché il desiderio più grande di chi scrive non è soltanto essere letto, ma lasciare qualcosa che continui a vivere oltre l’ultima pagina.
E magari, un giorno, qualcuno mi dirà:
«Ho finito il tuo romanzo, ma le tue donne sono ancora dentro di me».
Credo che non esista riconoscimento più bello per una scrittrice.
