di Senee Akramallah

Da quando avevo dodici anni ho iniziato a costruire il mio mondo attorno all’immagine, alla presenza scenica e alla fotografia. Un universo che, con il tempo, è diventato parte della mia identità, del mio percorso personale e del modo in cui ho scelto di esprimermi.

Eppure oggi mi rendo conto, forse più che mai, di quanto questo mondo continui a essere giudicato.

Sono Senee Akramallah, sono nata ad Asti. Durante il periodo del Covid ho posato per Playboy e ho collaborato con diversi fotografi, arrivando anche a comparire in più occasioni su Mondospettacolo.

Ho scelto di esprimermi anche attraverso il nudo, rivendicando la libertà di mostrare il mio corpo senza che questo debba diventare la definizione totale della mia persona.

Eppure, per una parte della società, una donna che posa nuda è ancora troppo spesso considerata una “poco di buono”. Una donna che appare su una rivista come Playboy rischia di essere ridotta semplicemente a un corpo, come se quell’immagine cancellasse automaticamente la sua intelligenza, le sue capacità, i suoi valori e la sua sensibilità.

Come se la bellezza fosse incompatibile con il pensiero.

Come se la sensualità escludesse la profondità.

Come se una donna dovesse necessariamente scegliere tra essere libera nel proprio corpo ed essere rispettata per la propria mente.

Io rifiuto questa contrapposizione.

Il 2 febbraio ho iniziato un percorso nel quale ho scelto di parlare di violenza, affrontando questo tema anche nella sua dimensione sistemica. Sono arrivata a candidarmi in una lista civica della mia città, portando avanti questioni che considero fondamentali per la comunità.

Insieme alla mia lista civica ho inoltre scelto di promuovere un gruppo di ascolto, perché credo che le persone debbano poter trovare uno spazio nel quale essere ascoltate senza avere paura di essere giudicate.

Ho deciso di parlare anche di quei lavori che una parte della società considera ancora poco etici o moralmente discutibili. Non perché pretenda che tutti condividano le mie scelte, ma perché credo che qualunque confronto debba partire dal rispetto, non dal pregiudizio.

Ed è proprio qui che vedo una contraddizione profonda.

Possiamo parlare di violenza, dignità, diritti e libertà. Ma quando una donna proviene dal mondo dell’immagine, della sensualità o del nudo, troppo spesso la sua voce viene messa in discussione prima ancora che qualcuno si prenda il tempo di ascoltarla.

Nel nostro ambiente esiste ancora un tabù: una donna bella che sceglie di posare nuda viene talvolta considerata automaticamente una persona priva di contenuti, come se il suo corpo fosse l’unica cosa che ha da offrire.

Ma chi ha stabilito che una donna debba essere meno intelligente perché mostra la propria nudità?

Chi ha deciso che la libertà di esprimere la propria sensualità debba essere incompatibile con l’etica, la consapevolezza e l’impegno sociale?

Il corpo non misura l’intelligenza.

Una fotografia non racconta l’intera identità di una persona.

E il lavoro che una donna sceglie di fare non dovrebbe mai diventare una sentenza sul suo valore umano.

Non pretendo di essere giudicata positivamente da tutti. Pretendo, però, che il giudizio non sostituisca la conoscenza e che l’apparenza non diventi una condanna.

Perché una donna può essere sensuale e sensibile, bella e intelligente, libera e responsabile.

Può aver posato per una rivista, aver lavorato con fotografi e aver scelto di mostrare il proprio corpo e, allo stesso tempo, parlare di violenza, promuovere l’ascolto e impegnarsi nella propria comunità.

Le due cose non si escludono.

Possono convivere nella stessa persona senza alcuna contraddizione.

La vera domanda, allora, non è perché una donna posi nuda e poi parli di etica.

La vera domanda è perché una parte della società continui a pensare che le due cose non possano stare insieme.

Io sono anche questo: la mia immagine, il mio percorso, le mie idee, le mie battaglie e la mia voce.

E non permetterò che una sola parte della mia identità venga utilizzata per cancellare tutto il resto.

Perché una donna non deve dimostrare di meritare rispetto rinunciando alla propria libertà.

Il rispetto non si guadagna nascondendo il proprio corpo. Si riconosce alla persona, nella sua interezza.

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