Una voce premiata, il percorso da Me río de ti a Virale 2.0 e la libertà di un’artista indipendente. Katia si racconta tra musica, televisione, sensualità e il bisogno di custodire una parte di sé lontano dai riflettori.

Intervista a cura di Alessandro Cunsolo

Quando le chiediamo che cosa significhi avere successo, Katia Zaia non parte dalle classifiche e nemmeno dai numeri dei social. Risponde con una parola: libertà. Quella di scegliere con chi lavorare, di esprimersi e di ritrovarsi, alla fine della giornata, fiera della donna e dell’artista che vede allo specchio.

È una dichiarazione che aiuta a entrare nel suo mondo, fatto di canto, conduzione, scrittura e comunicazione. Dimensioni diverse, ma legate dalla stessa intenzione: raggiungere chi ascolta senza rinunciare alla propria identità.

Al suo percorso si aggiunge il riconoscimento documentato dall’attestato dell’Elite Music Contest, prima edizione 2026, datato 28 settembre 2026. Il documento reca l’intestazione «Premio della giuria – Miglior voce» e una motivazione che valorizza la sua timbrica, la completezza artistica e l’espressività sul palco.

Ma dietro Katia c’è anche Caterina: una donna che ama la casa, la cucina, la lettura e il silenzio. Una parte riservata che non vive in contraddizione con l’artista, ma le permette di ritrovare equilibrio dopo l’energia richiesta dal lavoro.

A Mondospettacolo, Katia racconta entrambe. Ripercorre le sue canzoni, parla del significato di essere indipendente e affronta il rapporto tra immagine e sostanza, senza accettare che la sensualità diventi un motivo per sottovalutare la preparazione di una donna. E guarda avanti: a nuove sonorità, a un possibile album e al desiderio di incontrare dal vivo le persone che la seguono.

Caterina e Katia: la donna e l’artista

Katia, partiamo dalla donna prima ancora che dall’artista: chi è Caterina Zaia quando si spengono telecamere, microfoni e social?

Caterina è una persona estremamente semplice, molto riservata e legata alle piccole cose. Quando si spengono i riflettori amo la tranquillità, la mia casa, le mie abitudini, la cucina e il tempo passato con chi sa guardarmi dentro senza etichette.

Ho un forte bisogno di quiete per bilanciare l’energia e il caos che questo lavoro inevitabilmente richiede.

Nel tuo profilo ti presenti come cantante e presenter, con esperienze tra Sky, Discovery, Mediaset e Rai. Qual è stato il primo momento in cui hai capito che il mondo dello spettacolo sarebbe diventato davvero casa tua?

Ero piccolissima, ma ricordo la sensazione fisica di protezione e libertà assoluta su un palco o davanti a una telecamera.

Non c’è stato un giorno esatto, quanto piuttosto una serie di segnali inequivocabili: il momento in cui ho smesso di sentire l’ansia della performance e ho iniziato a sentire quel luogo come il mio posto naturale nel mondo.

Canto e conduzione sono due forme di comunicazione molto diverse. In quale delle due senti di riuscire a esprimerti più liberamente?

Il canto è la mia anima nuda, l’emozione che non passa attraverso il filtro della parola detta ma arriva dritta allo stomaco.

La conduzione è connessione viva con gli altri, empatia e ritmo. Se devo scegliere dove mi spoglio completamente, dico il canto; ma la conduzione è il vestito che mi calza a pennello da sempre.

Quando sali su un palco per cantare e quando invece prendi in mano un microfono da presentatrice cambia anche il tuo modo di essere?

In superficie sì, nei ruoli e nell’energia immediata. Quando presento guido la barca, tengo i fili della situazione e mi prendo cura del pubblico e degli ospiti.

Quando canto, invece, lascio che siano gli altri a prendersi cura di me attraverso la mia musica. Alla fine, però, la radice emotiva resta la stessa: la ricerca di un contatto sincero.

Quanto ti hanno insegnato le esperienze televisive sul rapporto con il pubblico e con la telecamera?

Mi hanno insegnato il rispetto dei tempi, la misura e l’ascolto.

La televisione ti insegna che la telecamera non è un nemico che ti giudica, ma un occhio amico attraverso cui parli a migliaia di persone come se fossero lì, a un centimetro da te.

La televisione ti ha resa più sicura oppure ha aumentato anche la consapevolezza di essere continuamente osservata?

Entrambe le cose. Ti dà una corazza professionale forte, ma ti espone a un giudizio costante che richiede un grande lavoro di centratura.

Con gli anni ho imparato a non confondere mai l’immagine pubblica con il mio valore reale.

Le canzoni, la scrittura e la voglia di cambiare

Il tuo percorso musicale parte da Me río de ti, che hai definito un inno alla vita. Cosa rappresentava quel brano nella fase in cui lo hai pubblicato?

Rappresentava la necessità viscerale di rinascere, di riprendermi i colori dopo periodi complessi.

Era un invito a ballare anche quando tutto intorno sembra immobile o grigio, un manifesto di resilienza e solarità.

C’è qualcosa di autobiografico dentro quella canzone?

C’è la mia essenza più ottimista. Anche nei momenti più difficili ho questa spinta innata verso la luce, la capacità di sorridere e di aggrapparmi alla bellezza.

Quel brano ero io allo specchio che mi dicevo: «Non smettere mai di crederci».

Con Privè hai sperimentato sonorità più moderne collaborando anche con un rapper e un producer. Quanto ti piace contaminare il pop con linguaggi differenti?

Moltissimo, lo trovo vitale. La musica è un flusso in continua evoluzione e fossilizzarsi su un unico genere mi annoierebbe.

Le contaminazioni permettono di scoprire sfumature della propria voce e della propria personalità che non sapevi di avere.

Sei un’artista che preferisce avere un’identità musicale precisa oppure ti senti più libera quando puoi cambiare pelle da una canzone all’altra?

Credo che la vera identità di un artista risieda nella sua voce e nella sua intenzione emotiva, non nel genere musicale in cui viene incasellato.

Cambiare veste, sperimentare ritmi e atmosfere diverse è sinonimo di crescita e di libertà creativa.

Virale ha segnato un passaggio importante anche dal punto di vista autoriale. Quanto è importante per te scrivere direttamente ciò che canti?

È fondamentale perché rende ogni singola parola autentica.

Quando canti qualcosa che hai scritto tu, non stai interpretando una storia: stai regalando un pezzo di te stessa a chi ascolta, e il pubblico percepisce immediatamente questa verità.

Nel 2025 è arrivata Nella macchina mia, un brano pop-reggaeton con sfumature flamenco e atmosfere molto sensuali. Come nasce quella canzone?

Nasce dalla voglia di estate, di movimento, di notte e di quella sensualità libera, cinematografica e travolgente.

Volevo un pezzo che sapesse di viaggio, di finestre abbassate e di batticuore.

In Nella macchina mia emerge una Katia più passionale e cinematografica. Quanto ti rappresenta quella parte sensuale?

Mi rappresenta totalmente. La sensualità per me non è mai un artificio o un travestimento, ma un modo di vivere le emozioni con pienezza, intensità e coraggio.

Fa parte del mio essere donna mediterranea.

Il brano è entrato anche nelle classifiche indipendenti italiane. Quanto contano ancora oggi classifiche e passaggi radiofonici in un mercato dominato da streaming e social?

Contano ancora molto come gratificazione tangibile del lavoro svolto e come validazione professionale.

Tuttavia, oggi la metrica più bella è un’altra: vedere la reazione diretta delle persone, i video che girano spontaneamente e la connessione reale con la fan base.

Ti emoziona di più vedere una tua canzone salire in classifica oppure ricevere un messaggio da qualcuno che ti dice: “Questo brano parla di me”?

Senza esitazione alcuna: il messaggio.

Le classifiche sono numeri, freddi e passeggeri. Sapere che una mia canzone è diventata la colonna sonora di un momento di vita, di un dolore o di una rinascita di qualcun altro è il vero senso di fare musica.

Virale 2.0: amore, pace e responsabilità

Arriviamo a Virale 2.0. Perché hai sentito il bisogno di tornare su quel progetto e trasformarlo in una nuova versione?

Perché Virale aveva ancora cose da dire, un’energia che meritava di essere amplificata e vestita di nuove sfumature, soprattutto in un momento storico in cui c’era bisogno di rimettere al centro messaggi forti di unione e speranza.

Il brano parla di amore, pace e superamento delle barriere. Quanto senti che un artista debba usare la propria visibilità anche per trasmettere messaggi sociali?

Chi ha una voce ascoltata ha anche una responsabilità morale, secondo me.

Non bisogna fare prediche, ma quando la musica può farsi portavoce di valori universali come la pace, l’inclusione e l’empatia, allora diventa uno strumento potentissimo che va sfruttato al massimo.

Nel videoclip hai voluto richiamare simbolicamente anche popolazioni segnate dai conflitti. Come hai cercato di evitare che il messaggio diventasse retorico?

Ho puntato sulla purezza degli sguardi, sui dettagli umani e sulla poesia visiva anziché sulla crudezza o sulla spettacolarizzazione del dolore.

Volevo che l’empatia nascesse dalla bellezza della condivisione e dal desiderio comune di pace.

Pensi davvero che la musica possa ancora unire persone che fuori da una canzone sembrano divise praticamente su tutto?

Ci credo fermamente. Quando parti da una frequenza emotiva comune, le etichette, le divisioni e le barriere mentali cadono.

La musica bypassa la ragione e arriva dritta al cuore, dove siamo tutti incredibilmente simili.

Essere indipendente: libertà e lavoro dietro le quinte

Sei un’artista indipendente e lavori con KZ Record. Quanto è importante per te mantenere il controllo sulle tue scelte artistiche?

È una priorità assoluta.

Essere indipendente significa avere totale libertà creativa, poter sbagliare con la propria testa e, soprattutto, restare fedele alla propria visione artistica senza compromessi dettati unicamente dalle logiche di mercato.

Essere indipendenti significa anche doversi occupare di moltissimi aspetti che il pubblico non vede. Qual è la parte più difficile del lavoro dietro una canzone?

La gestione della burocrazia, della promozione strategica e di quel dietro le quinte fatto di scadenze, tasselli organizzativi e pianificazione millimetrica.

Richiede un’energia pazzesca, ma ripaga ogni sforzo quando vedi il progetto prendere il volo.

Ti senti prima cantante, autrice, performer oppure comunicatrice?

Mi sento un’artista a trecentosessanta gradi, dove tutte queste anime convivono e si nutrono a vicenda.

Se proprio dovessi scegliere una radice da cui tutto parte, direi la comunicazione emotiva: che sia cantata, scritta o vissuta su un palco.

Quanto conta oggi l’immagine per una cantante? Riesci ancora a separare musica e immagine oppure sono ormai due parti inseparabili dello stesso progetto?

Oggi sono assolutamente inseparabili. L’immagine è il primo biglietto da visita visivo di un mondo sonoro.

Racconta chi sei prima ancora che parta la prima nota, ed è uno strumento narrativo potentissimo se usato con coerenza.

Sensualità e talento: nessuna scelta obbligata

Il tuo profilo social ha numeri importanti. Quanto è cambiato il tuo rapporto con Instagram da quando è diventato anche uno strumento professionale?

È diventato un vero e proprio palcoscenico quotidiano. All’inizio era un gioco o un diario visivo, oggi richiede cura, strategia e attenzione.

La sfida più grande è mantenere quella spontaneità che ti fa sentire vicina alla tua community, pur lavorando in un contesto professionale.

C’è mai il rischio che il pubblico si concentri più sull’immagine di Katia che sulle canzoni di Katia?

Il rischio c’è sempre, soprattutto per una donna che cura molto la propria estetica.

Ma sta all’artista ribaltare questo pregiudizio con la sostanza: quando apri bocca e dimostri spessore, scrittura e competenza, l’immagine torna a essere solo il contorno di un contenuto solido.

Quanto è difficile per una donna nel mondo dello spettacolo essere sensuale senza venire immediatamente ridotta alla propria immagine?

È una battaglia culturale quotidiana. Spesso c’è il retropensiero pigro per cui se una donna è curata o sensuale debba per forza valere meno artisticamente.

La risposta migliore è continuare a fare musica di qualità, rivendicando il diritto di essere femminili, intelligenti e autrici di se stesse senza dover scegliere.

Ti è mai capitato di sentirti sottovalutata professionalmente proprio perché sei una donna molto attenta alla propria immagine?

All’inizio sì, capita di dover faticare il doppio per dimostrare che dietro un’immagine curata c’è studio, gavetta, competenza e un lavoro autoriale durissimo.

Ma col tempo, la determinazione e i fatti smontano ogni pregiudizio.

Come gestisci critiche, commenti aggressivi e giudizi sui social?

Con grande distacco. Ho imparato che gli haters e i leoni da tastiera parlano dei loro propri vuoti, non di chi sono io.

Se una critica è costruttiva la ascolto; se è pura cattiveria gratuita faccio spallucce e vado avanti.

Riesci a ignorare davvero gli haters oppure qualche commento riesce ancora a colpirti?

La corazza è spessa, ma siamo umani. A volte, nei giorni di stanchezza, può capitare che un commento particolarmente gratuito ti strappi un amaro sorriso o ti faccia riflettere sulla cattiveria che gira online.

Ma dura lo spazio di un secondo: la mia energia va investita su chi mi vuole bene.

Qual è invece il complimento che ti emoziona maggiormente ricevere?

Quando mi dicono che la mia voce ha fatto compagnia a qualcuno in un momento difficile, o che le mie parole hanno dato voce a ciò che non riusciva a esprimere.

Quella è la vera magia.

Il pubblico e la vita da proteggere

Hai quasi novecentomila follower. Quando i numeri diventano così grandi, cambia anche la responsabilità di ciò che si comunica?

Totalmente. Più lo spazio è grande, più devi pesare le parole, l’esempio e l’energia che diffondi.

La gentilezza, il rispetto e la positività sono valori non negoziabili per me.

Quanto di Katia Zaia vediamo realmente sui social e quanto invece tieni gelosamente lontano dal pubblico?

Sui social vedete la mia energia artistica, la mia solarità, la mia estetica e il mio lato professionale.

Tengo gelosamente lontano tutto ciò che riguarda la mia vulnerabilità più profonda, i miei affetti privati e i momenti di quiete assoluta che appartengono solo a Caterina.

C’è una Caterina molto diversa dalla Katia che vediamo sul palco e online?

Caterina è molto più casalinga, silenziosa e riflessiva di quanto si possa pensare.

Katia è il suo alter ego performativo, solare e scoppiettante; Caterina è quella che ama leggere in tuta sul divano in silenzio.

Hai attraversato musica, televisione e comunicazione. Qual è stata finora l’esperienza che ti ha insegnato di più?

Ogni singola diretta televisiva e ogni studio di registrazione.

Ma se devo scegliere, ti dico la gavetta: l’insieme dei piccoli palchi, dei progetti andati male e delle porte chiuse che mi hanno insegnato la disciplina e la gratitudine.

E quale esperienza, invece, ti ha fatto capire chiaramente cosa non vuoi più fare?

I contesti in cui si cerca la polemica a tutti i costi o in cui la musica viene trattata come un semplice contorno televisivo senza rispetto per l’arte.

Oggi scelgo solo progetti in cui c’è verità e rispetto reciproco.

Le collaborazioni dei sogni e le radici siciliane

Se domani dovessi scegliere un unico grande progetto televisivo, quale tipo di programma vorresti condurre?

Un grande show musicale in prima serata, un programma che unisca performance dal vivo, interviste intime e intrattenimento elegante, sulla scia dei grandi varietà televisivi rivisitati in chiave moderna.

E se potessi scegliere una collaborazione musicale italiana senza limiti, con chi vorresti dividere un brano?

Sarebbe un sogno incredibile poter condividere un pezzo con Tiziano Ferro o con Elisa: artisti immensi, dotati di una sensibilità vocale e autoriale straordinaria.

E a livello internazionale?

Adoro l’energia e la classe di Dua Lipa o la potenza espressiva di Shakira.

Portare un tocco di contaminazione latina o pop-dance internazionale con loro sarebbe pazzesco.

Quanto ti affascina l’idea di portare la tua musica fuori dall’Italia?

Moltissimo! Le mie origini e la mia apertura verso sonorità solari e mediterranee strizzano l’occhio anche al mercato estero.

È un obiettivo che ho ben chiaro nel mio percorso futuro.

Le tue origini siciliane quanto continuano a influenzare il tuo modo di sentire, di scrivere e perfino di stare sul palco?

Influenzano tutto. La Sicilia è fuoco, passione, sole, drammaturgia e intensità.

C’è una forza viscerale nelle mie radici che si riflette nel modo in cui vivo le emozioni e le porto sul palco.

C’è qualcosa della Sicilia che senti presente in ogni tua canzone anche quando non viene nominata?

Il calore, il ritmo interiore e quella sorta di malinconia luminosa che appartiene a chi nasce in terra di mare.

È un’impronta che ti porti dentro ovunque tu vada.

Nuove canzoni, un album e il desiderio di incontrare il pubblico

Dopo brani più ironici, sensuali e socialmente impegnati, quale lato di Katia non abbiamo ancora ascoltato musicalmente?

Una ballad acustica, nuda, intima e sussurrata al pianoforte.

Un brano in cui la voce sia l’unica vera protagonista assoluta, senza sovrastrutture.

Hai già in mente il prossimo singolo o una direzione nuova che sorprenderà chi ti segue?

Sì, sto lavorando a qualcosa di nuovo che spiazzerà un po’, unendo la mia anima melodica a sonorità fresche e inaspettate.

Non vedo l’ora di potervi svelare tutto!

Ti piacerebbe arrivare a un album completo oppure senti che oggi il singolo sia il formato più adatto al tuo modo di lavorare?

Oggi il singolo permette di raccontare storie mirate e di vivere nel flusso veloce della musica digitale.

Ma il sogno nel cassetto di un album completo, come un vero romanzo diviso in capitoli, resta sempre vivo in me.

Sanremo è un sogno che fa parte dei tuoi obiettivi oppure preferisci costruire un percorso completamente indipendente?

Sanremo è il palco italiano per eccellenza, il sogno di ogni artista.

Ma la bellezza del percorso indipendente è che ti permette di arrivarci, o di camminare a testa alta anche senza, con la consapevolezza di aver costruito tutto mattone dopo mattone con le tue mani.

Se potessi scegliere un solo palco italiano sul quale esibirti domani sera, quale sceglieresti?

Il palco dell’Arena di Verona: ha un’energia sacra, una storia incredibile e una bellezza che toglie il fiato.

Guardando indietro a Me río de ti e poi arrivando a Virale 2.0, qual è il cambiamento più grande nella tua voce e nella tua personalità artistica?

La consapevolezza.

Prima cercavo di dimostrare quanto valessi; oggi so quanto valgo, mi diverto molto di più, ho una voce più rotonda, matura e sicura, e non ho più paura di mostrare tutte le mie sfumature.

Dopo tutto quello che hai costruito, cosa significa oggi per te “successo”?

Significa libertà.

Libertà di scegliere con chi lavorare, libertà di esprimermi senza censure e libertà di andare a dormire la sera fiera della donna e dell’artista che sono allo specchio.

Qual è il sogno professionale che ancora ti manca e che vorresti assolutamente realizzare?

Un tour live che tocchi i teatri e le piazze di tutta Italia, per guardare negli occhi le persone che mi seguono e cantare insieme a loro a squarciagola.

E chiudiamo andando oltre classifiche, televisione e follower: che cosa vorresti che il pubblico ricordasse soprattutto di Katia Zaia come donna e come artista?

Vorrei che ricordassero che sono stata una persona vera, capace di metterci sempre il cuore, di portare un sorriso dove c’era grigiore e di non aver mai tradito la propria autenticità.

Una donna che ha amato profondamente la vita e la musica, e che ha cercato di trasmettere tutto questo senza riserve.

Un abbraccio fortissimo alla redazione di Mondospettacolo e a presto!

La voce prima dei numeri

Ringraziamo Katia Zaia per aver condiviso questo racconto con i lettori di Mondospettacolo.

Il riconoscimento alla voce offre l’occasione per parlare del lavoro che la sostiene: la scrittura, le scelte artistiche, l’organizzazione e il confronto con il pubblico. Nell’intervista trovano posto anche il bisogno di fermarsi, la riservatezza di Caterina e il diritto di non far coincidere il proprio valore con l’immagine pubblica.

Tra i progetti che desidera realizzare, il tour restituisce forse nel modo più diretto la sua idea di musica: uscire dalle statistiche e incontrare le persone. Perché, come racconta, un messaggio di chi si è riconosciuto in una canzone può contare più di una posizione in classifica.

Le dichiarazioni sono tratte dalle risposte scritte di Katia Zaia per Mondospettacolo: dal rapporto tra canto e conduzione al valore dell’ascolto, fino ai progetti e alla sua definizione di successo.
Fonte del riconoscimento: attestato Elite Music Contest, I edizione 2026, datato 28 settembre 2026, fornito alla redazione.


https://www.instagram.com/katiazaiareal

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