Prima dei SOL22 ci sono stati i Pulsar, Sanremo Rock e Area Sanremo. Quando avete scelto un nuovo nome, che cosa sentivate fosse davvero terminato del progetto precedente?
Sentivamo che era terminato un ciclo legato a una giovinezza musicale più istintiva, ma anche meno consapevole. I Pulsar, insieme alle esperienze importanti come Sanremo Rock e Area Sanremo, hanno rappresentato la nostra formazione, la nostra “gavetta” e il palcoscenico su cui abbiamo sperimentato. Con il cambio di nome in SOL22 abbiamo voluto segnare una linea di demarcazione: lasciare andare le velleità del passato o i condizionamenti esterni per abbracciare un’identità più matura, diretta e autentica. Non si è trattato di rinnegare quel percorso, ma di rinascere con una visione più chiara di chi siamo oggi.
Quattro anni senza pubblicare possono allontanare anche due persone abituate a fare musica insieme. Che cosa ha tenuto uniti Cristian e Riccardo in quel periodo?
Ci ha tenuti uniti un’amicizia profonda e una complicità che va ben oltre le scadenze discografiche, ma anche un’abitudine ormai consolidata a saper gestire la distanza. Già ai tempi dei Pulsar abbiamo lavorato per circa otto anni a distanza tra Roma e Londra: nonostante i ritmi frenetici e i periodi di solitudine legati alle rispettive vite, sapevamo che in qualsiasi momento sarebbe potuto arrivare un riff di chitarra o una bozza di testo a far squillare lo smartphone. Eravamo abituati a coordinare il lavoro a distanza, con registrazioni divise tra Italia e Inghilterra e mixaggi gestiti in entrambe le nazioni. In questi quattro anni di pausa non abbiamo mai smesso di sentirci e confrontarci: quando c’è un legame umano così forte e una modalità di lavoro così collaudata, il tempo e la distanza non allontanano, ma aiutano a maturare per poi ritrovarsi ancora più affiatati.
Tra tutte le situazioni raccontate in “Treminutietrenta”, qual è quella che avete vissuto davvero o che le somiglia maggiormente?
La sensazione di dover “fare subito bella figura” a tutti i costi, in qualsiasi situazione ci trovassimo. Ci è capitato spesso di essere totalmente esausti, distrutti o mentalmente fragili, ma di dover comunque mostrare un’immagine impeccabile e al top verso l’esterno. È una pressione fortissima che viviamo un po’ tutti oggi: quella necessità di indossare una maschera di efficienza e serenità anche quando dentro stai affrontando un momento di grande stanchezza o fragilità.
Nel video continuate a cambiarvi d’abito per assecondare le possibili richieste di chi deve assumervi. Nella vostra carriera musicale vi è mai capitato di indossare, anche metaforicamente, qualcosa che non vi apparteneva?
Abbiamo faticato parecchio per costruire l’identità e l’immagine che abbiamo oggi. Certo, in fase di produzione artistica capita inevitabilmente di dover trovare il quadro e la quadra di quello che può o non può funzionare a livello sonoro o comunicativo. Ma la grande differenza rispetto al passato, ai tempi dei Pulsar, è che oggi siamo molto più trasparenti: non cerchiamo più di indossare abiti o maschere che non ci appartengono solo per compiacere qualcuno o seguire una moda, ma preferiamo essere fedeli a noi stessi, anche quando significa andare controcorrente.

Nel testo Sanremo compare in mezzo al traffico, ai social e a un’umanità proiettata verso Nettuno. Metterlo dentro una scena quasi assurda è un modo per ridimensionare quel sogno o per proteggerlo?
Entrambe le cose, in realtà. Fin da piccoli ci hanno insegnato che certi traguardi sono difficilissimi, quasi inarrivabili. Poi però impari che se hai il coraggio di provarci davvero, spesso le cose si rivelano più semplici e umane di quanto ti abbiano sempre raccontato. Mettere un sogno grande come Sanremo dentro il caos e la quotidianità di tutti i giorni è sia un modo per ridimensionarlo, togliendogli quel velo di sacralità intoccabile, sia un modo per proteggerlo e augurarci che continui a camminare con noi. Speriamo ci porti bene!
A un certo punto un uomo incontrato in un bar reclama indietro il proprio tempo. Voi quando avete cominciato a sentire che il vostro veniva consumato troppo in fretta?
Abbiamo iniziato a sentirlo quando le giornate erano diventate una corsa continua tra impegni lavorativi, scadenze e mille stimoli digitali che svuotavano il contenuto delle nostre giornate. Ti rendi conto che il tempo ti scivola via quando ti accorgi di correre tutto il giorno senza aver fatto realmente nulla di ciò che ti fa stare bene o che nutre la tua creatività. È stato proprio quel senso di consumo e di logoramento a spingerci a dire basta e a prenderci quel tempo di stop che ci ha salvato.
Il videoclip è stato girato a Roma e anche la canzone restituisce una vita congestionata, piena di interruzioni e attese. Quanto è entrata la città nel modo in cui avete immaginato il brano?
Roma è entrata nel brano in modo viscerale e naturale. Vivere questa città significa fare i conti ogni giorno con un caos bellissimo e faticoso insieme: il traffico, le code, i semafori, le attese infinite e quella sensazione di essere costantemente risucchiati da un flusso che non si ferma mai. Il brano e il videoclip respirano esattamente quell’aria lì. Roma ti dà un’energia unica, ma ti chiede anche un prezzo altissimo in termini di pazienza e di tempo. Per noi è stata la scenografia perfetta per raccontare questa frenesia quotidiana.
Avete ricominciato a pubblicare con un album in lavorazione. Al di là dei numeri, che cosa dovrebbe accadere perché possiate considerare riuscito questo ritorno?
Per noi un ritorno riuscito non si misura con le classifiche o con i numeri dello streaming, per quanto facciano piacere. La vera vittoria è riuscire a stabilire una connessione autentica con chi ascolta, magari trovando dall’altra parte qualcuno che, ascoltando le nostre canzoni, si senta meno solo nel caos di tutti i giorni. Se la nostra musica riesce a fermare il tempo di qualcuno anche solo per tre minuti e trenta, o a strappare un sorriso amaro e consapevole, allora significa che ne è valsa la pena e che l’obiettivo è centrato.