All’interno di un ricco cast che, oltre al comparto rosa costituito da Giules Cowie, Amélie Hois, Martina Avogadri e Sara Sedran, include Andrea Beruatto, Joshua Albano e il Giulio Greco recentemente visto nella serie televisiva Supersex e nel cinecomic Prophecy, figura anche il Marcello Fonte noto soprattutto come protagonista del garroniano Dogman in The Krampus rises, primo lungometraggio di finzione diretto dall’Andrea Dalfino proveniente dall’universo degli short e autore nel 2022 del documentario Le streghe dello Sciliar.
Lungometraggio che prende avvio da una delle più classiche situazioni di partenza dell’horror in fotogrammi: la combriccola di giovani in vacanza destinata a trascorrere tutt’altro che uno spensierato periodo di divertimento.

Sei giovani, precisamente, i quali, approdati nel remoto villaggio di montagna di Talschlüss per quella che avevano preventivato essere una fuga invernale, prima riscontrano una certa ostilità da parte degli abitanti del posto, poi quel qualcosa di sinistro preannunciato da minacciosi avvenimenti e inquietanti simboli sparsi nella valle sembra concretizzarsi trascinando il tutto dalle parti dello slasher soprannaturale.
Perché, se da un lato il gruppo di vacanzieri in baita richiama evidentemente alla memoria La casa di Sam Raimi, ricordato anche nel momento in cui abbiamo una delle protagoniste presa a sghignazzare in maniera diabolica, dall’altro è impossibile non pensare a Jason va’ all’inferno di Adam Marcus quando, percorrendo un sentiero proibito, una ragazza cade in una grotta e, trovato un grosso cuore pulsante incastonato nel ghiaccio, lo divora scatenando inavvertitamente una forza che avrebbe dovuto rimanere sepolta.

Del resto, sebbene l’attrazione dell’insieme sia il demoniaco essere della mitologia europea provvisto di corna suggerito dal titolo e non nuovo a sfruttamenti cinematografici (citiamo soltanto Krampus – Natale non è sempre Natale di Michael Dougherty e il collettivo A Christmas horror story di Grant Harvey, Steven Hoban e Brett Sullivan), a spingerci a pensare ad influenze provenienti dall’appena menzionato nono capitolo della saga Venerdì 13 è la tipologia di antica arma bianca utile per annientarlo.
Dunque, tra piogge di liquido rosso, corpi divisi a metà e teste tagliate e parlanti Dalfino sfoggia chiaramente tutto il proprio amore nei confronti del genere senza lasciare a desiderare sul versante splatter e concretizzando un autentico involucro di follia da schermo orchestrato alternando visioni, incubi, sanguinose uccisioni e perfino fotografie che prendono vita.

Un involucro di follia piuttosto movimentato che, infarcito di immancabili e indispensabili jump scare, gioca anche la carta delle paranoie favorite dalla maledizione alla base di The Krampus rises.
Un godibilissimo film dell’orrore decisamente atipico e coraggioso per la Settima arte italiana d’inizio terzo millennio sempre più stritolata da stucchevole buonismo e furbi plot accaparra-finanziamenti statali che, ulteriormente impreziosito dalla scelta di ricorrere in maniera principale ad effetti speciali pratici (ottimi) a cura di David Bracci e Chiara Livi e complice la avvolgente fotografia di Maurizio Sala, possiede tutte le carte in regola che gli consentono tranquillamente di affrontare il vasto e difficile mercato internazionale.

Non vedo l’ora di vederlo, sincero