Il regista britannico Malcolm Venville dirige il film documentario Iron Maiden – The burning ambition.

Un viaggio epico che celebra cinquant’anni di storia di una delle più prolifiche e influenti band heavy metal del pianeta.

Tutto ha inizio nel 1975 nell’East London, e il regista pone l’attenzione sulla veemente ambizione e passione di un giovanissimo Steve Harris, bassista e fondatore della band di cui ha ideato anche il nome, ispirato allo strumento di tortura che vide nel film La naschera di ferro, diretto nel 1939 da James Whale. Un omaggio agli Iron Maiden, ma anche a tutti i milioni di fan di tutto il mondo, e peculiare per questo è aver dato la parola ad alcuni di essi, tra i quali anche una celebrità come il noto attore Javier Bardem. Impossibile non emozionarsi riascoltando la voce del compianto Paul Di’Anno che fa vibrare le corde della memoria con Prowler, brano contenuto nell’album d’esordio che porta il nome della band. E in copertina la mascotte “Eddie”, un personaggio che è un ibrido tra un punk e uno zombie, nato dalla matita di Derek Riggs, che caratterizzerà da lì in avanti tutte le cover degli album. Una voce particolare quella del frontman che ha fatto parte della formazione solo per due dischi: Iron Maiden e Killers. Tra il 1978 e il 1981 ha lasciato il segno, ma, a causa della sua dipendenza da alcool e droghe, fu allontanato dal gruppo, perché incompatibile con i frenetici ritmi dei tour. Il sottotitolo del documentario, The burning ambition, fa riferimento ad un brano inciso nel 1979 e inserito sul lato “B” del singolo Running free; e la scelta di Malcolm Venville ben configura la bruciante ambizione di una band in cui non c’era spazio per persone non affidabili.

Il racconto infatti procede con il passaggio di testimone da Paul Di’Anno a Bruce Dickinson, divenuto un’autentica icona  nel panorama del rock mondiale per la sua straordinaria estensione vocale. All’interno del documentario intervengono anche star della musica come Tom Morello, chitarrista dei Rage Against The Machine, Lars Ulrich, batterista dei Metallica, Gene Simmons dei Kiss e Chuck D, rapper dei Public Enemy. Ognuno di essi, a suo modo, racconta le influenze che gli Iron Maiden, hanno avuto su intere generazioni. Mentre si susseguono brani leggendari come Running free, Run to the hills,The number of the beast e Rime of the ancient mariner, il racconto prosegue affrontando anche la crisi del gruppo, coincisa con l’abbandono forzato di Dickinson per un tumore alla gola. Il periodo di difficoltà è associato anche all’arrivo del nuovo cantante, ovvero Blaze Bayley, che ha avuto un impatto tutt’altro che esaltante nello stile e nella storia della band; ma nel documentario si registra una vena d’indulgenza nei suoi confronti. Il ritorno di Bruce Dickinson è in grande stile, guarito dal cancro e fresco di brevetto di volo, è anche il pilota che conduce in aereo gli Iron Maiden nei successivi concerti.

Da segnalare anche il rientro del chitarrista Adrian Smith per l’album Brave new world, del 2000. In questa girandola di fuochi d’artificio, però, un’altra tegola si abbatte sui Maiden: l’abbandono forzato del leggendario batterista Nicko McBrain, che il 7 Dicembre 2024 ha comunicato di non poter più suonare dal vivo con il gruppo a seguito di problemi di salute causati da un ictus del Gennaio 2023. La band si è concessa a cuore aperto ai suoi fan, e Venville ha colto in Iron Maiden – The burning ambition il sacro fuoco dell’ambizione che celebra l’epopea del metal, che ha saputo resistere e rinascere dalle sue ceneri come l’Araba Fenice; mentre, sottolinea con sarcasmo (anche irriverente) Gene Simmons, il grunge, che sembrava aver spazzato via tutto, è morto. Il documentario chiude con l’ennesima dedica ai fan tramite il brano Blood brotthers che sancisce il legame di sangue con essi. Nota stonata in Iron Maiden – The burning ambition, però, è l’aver concesso poco spazio all’indimenticabile e fondamentale Paul Di’Anno, rispetto soprattutto a quanto ne è stato dato a Blaze Bayley.

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