Monia Lea Rafaeli è un’attrice italo-marocchina nata e cresciuta a Santa Margherita Ligure. Oggi vive tra Los Angeles e New York. È conosciuta soprattutto per il ruolo di Gabriella nella serie Netflix Survival of the Thickest. Nel curriculum compaiono anche Foster con James Franco, Off the Grid con Josh Duhamel, Greg Kinnear e Peter Stormare, Informal Crooks con Bailey Coppola e Candy Flip con Danny Trejo. Ha partecipato al Festival di Cannes 2023 e, dopo un press tour tra Italia, Spagna e Marocco, è tornata nella sua città natale, dove ha incontrato anche il sindaco. In questa intervista racconta le radici, il salto americano, il set e cosa significa non aspettare il permesso di nessuno.

Monia, presentati ai nostri lettori: chi sei, da dove vieni e come è nata la tua passione per la recitazione?

Ciao! Mi chiamo Monia, sono un’attrice italo-marocchina, nata e cresciuta a Santa Margherita Ligure, in Liguria, e oggi vivo tra Los Angeles e New York.

Sono caduta molte più volte di quante riesca a ricordare, ma ogni volta mi sono rialzata. E, passo dopo passo, quel percorso mi ha portata fino a Hollywood.

La recitazione, per me, è sempre stata il modo più naturale di esplorare la natura umana. Più che il desiderio di essere osservata, mi ha sempre affascinato la possibilità di osservare gli altri e raccontarne le varie sfaccettature.

Sei italo-marocchina e nata a Santa Margherita Ligure. Quanto pesano queste doppie radici nella tua identità e nel tuo lavoro di attrice?

Le considero una ricchezza. Mi hanno insegnato a sentirmi a casa in contesti diversi e ad adattarmi senza perdere la mia identità. È una qualità che mi porto dietro anche sul set: ogni personaggio ha un mondo diverso dal mio e io cerco sempre di entrarci con rispetto e curiosità.

Quando hai deciso di lasciare l’Italia per trasferirti a Los Angeles? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che dovevi tentare la strada americana?

Credo che nella vita arrivi un momento in cui capisci che alcune decisioni fanno più paura a non prenderle che a prenderle. Per me è stato così circa 5 anni fa. Trasferirmi in America significava ricominciare da zero, ma mi sono resa conto che avrei preferito affrontare il rischio di “fallire” piuttosto che convivere con il rimpianto di non averci mai provato. Gli States rappresentavano il paese in cui volevo mettermi davvero alla prova, senza scorciatoie e senza chiedermi, tra vent’anni, come sarebbe andata.

Sei conosciuta soprattutto per il ruolo di Gabriella nella serie Netflix Survival of the Thickest. Come sei arrivata a quel personaggio e cosa ha rappresentato per te questa esperienza?

Sono arrivata a quel personaggio attraverso un normale processo di audizione, ma quello che mi ha colpito fin da subito è stata la sua umanità. Gabriella è una sorella profondamente protettiva, qualcuno che, al di là delle parole, comunicava molto attraverso i gesti e gli sguardi. Quello che mi interessava del personaggio era il suo equilibrio: forte, ma mai caricaturale; protettiva, senza diventare invadente. Come attrice cerco sempre di partire dalle motivazioni di un personaggio più che dalle sue azioni, e questo ruolo mi ha dato la possibilità di lavorare proprio su queste sfumature. È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto sul ritmo e sul livello di precisione richiesto da un set internazionale.

Ogni personaggio ti lascia qualcosa, ma alcuni arrivano nel momento giusto. Interpretare Gabriella mi ha dato una conferma importante: mi sentivo esattamente dove avrei voluto essere.

Dallo show Netflix “Survival of the Thickest” Monia Lea Rafaeli nei panni di Gabriella

Sul set dello show Netflix “Survival of the Thickest” nella scena: Luca (Marouane Zotti) e Gabriella (Monia Lea Rafaeli)

C’è una scena o un momento particolare della serie a cui sei particolarmente legata?

Tutti i momenti sul set sono stati speciali per me. Credo che porterò sempre con me sia quelli più intimi, nel mio camerino, mentre ripassavo le battute cercando di trasformare l’adrenalina in concentrazione, sia quelli condivisi con il resto del cast davanti alla macchina da presa.

Se dovessi sceglierne uno, direi la scena in cui incontro per la prima volta la protagonista Mavis, interpretata dalla creatrice dello show, Michelle Buteau. È stata la stessa identica scena che ho recitato per il self-tape che mi ha fatto ottenere il ruolo. È stato davvero surreale ripensare a quel momento: vedere una scena nata nella mia camera, davanti a una videocamera, prendere vita prima sul set e poi sullo schermo. Mi ha ricordato quanto lontano possa arrivare un’opportunità iniziata con un semplice provino.

Dopo l’uscita della serie hai ricevuto molta attenzione mediatica. Come hai vissuto questo cambio di visibilità?

Sono una persona piuttosto riservata, quindi all’inizio è stato un cambiamento insolito. Ho sempre cercato di mantenere una distinzione tra il mio lavoro e la mia vita privata, e continuo a farlo. Ma quando questa attenzione si traduce nell’affetto delle persone, assume un significato completamente diverso. Tornare a Santa Margherita Ligure e venire riconosciuta da persone del mio paese, anche semplicemente facendo colazione al bar, mi ha emozionata profondamente. Sentire il sostegno della comunità in cui sono cresciuta è stato uno dei regali più belli che questo lavoro mi abbia fatto.

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Articolo pubblicato dal Levante

Nel tuo curriculum compaiono film come Foster con James Franco, Off the Grid con Josh Duhamel, Greg Kinnear e Peter Stormare, Informal Crooks con Bailey Coppola e Candy Flip con Danny Trejo. Quale di queste esperienze ti ha segnata di più e perché?

Ogni collaborazione è stata un privilegio, indipendentemente dalla dimensione del ruolo. Mi è successo recentemente con James Franco: sono cresciuta guardandolo in Spider-Man assieme ai miei fratelli, e ritrovarmi a lavorare al suo fianco è stato uno di quei momenti surreali.

Tra tutte le esperienze, una che mi ha segnato particolarmente è stata sul set del film Off the Grid. Lavorare accanto ad attori come Josh Duhamel, Peter Stormare e Greg Kinnear è stato un sogno. Vedere da vicino quel livello di rigore e di dedizione cambia il modo in cui guardi questo mestiere.

C’è un episodio che porto ancora con me. Nel film interpreto Jade, l’assistente di Belcor, personaggio interpretato da Peter Stormare, e, durante le riprese, la produzione continuava a ricordarmi che, entrando nel suo ufficio, dovevo togliermi le scarpe. Per me era diventata una regola del set: ero convinta che fosse un dettaglio importante della storia.

Quando il film è uscito, però, a mia sorpresa, non solo quel dettaglio non veniva spiegato… ma non compariva proprio nel film. Non c’era nessuna inquadratura in cui si vedesse quella scelta, nessun momento in cui lo spettatore potesse accorgersene. Era semplicemente sparita.

Ed è stato lì che ho avuto una specie di illuminazione. Ho capito che quella non era una richiesta della sceneggiatura né una necessità di regia. Era qualcosa che quell’attore aveva costruito per sé. Aveva immaginato un’abitudine, un rituale, un pezzo della vita del suo personaggio che probabilmente non sarebbe mai arrivato sullo schermo, ma che avrebbe influenzato il modo in cui lui abitava ogni scena.

Quella è stata una delle lezioni più importanti che abbia mai ricevuto sul set. Ho capito che i grandi attori non costruiscono solo ciò che il pubblico vede. Costruiscono anche tutto ciò che c’è venti minuti o venti anni prima dall’inquadratura, perché è proprio quella parte invisibile a rendere vero tutto il resto.

Sul set di Off the Grid: nella scena Monia Lea Rafaeli nei panni di Jade con Peter Stormare nei panni di Belcor

Sul set di Off the Grid: nella scena Monia Lea Rafaeli con Greg Kinnear 

Hai partecipato al Festival di Cannes 2023. Che ricordi hai di quell’esperienza e cosa ha significato per te essere presente in un contesto così prestigioso?

È stata un’esperienza quasi travolgente, nel senso più bello del termine. Era il mio primo grande festival internazionale e mi sono ritrovata immersa in un mondo che fino a quel momento avevo visto solo da lontano. Ovviamente c’è stata tutta l’emozione di essere a Cannes, ma quello che mi ha colpito di più è stato il Marché du Film.

Ho trascorso giornate intere a girare tra i padiglioni, prendendo appunti, ascoltando panel e incontri dedicati non solo alla recitazione, ma soprattutto al lato industriale del cinema. Per la prima volta ho iniziato a sentire parlare di tax incentives, rebates, coproduzioni, finanziamenti e di tutte quelle dinamiche che permettono a un film di esistere ancora prima che qualcuno dica “azione”.

Penso che quell’esperienza mi abbia fatto crescere non solo come attrice, ma anche come professionista. Mi ha ricordato che il cinema è una macchina complessa, fatto di tantissime componenti altrettanto complesse. Da allora ho iniziato a guardare ogni progetto con occhi diversi, con una maggiore consapevolezza e un profondo rispetto per tutte le persone che contribuiscono a trasformare una storia in un film.

Monia Lea Rafaeli al Festival di Cannes

Lavorare con nomi importanti del cinema americano ti ha cambiato il modo di affrontare un set? Cosa hai imparato da loro?

Assolutamente sì. Ho capito che l’eccellenza non nasce nei momenti straordinari. Nasce dall’ossessione per i dettagli, ripetuta ogni singolo giorno. Una volta arrivata sul set, tutta la magia che immagini da spettatore lascia spazio a un livello di disciplina quasi assoluto. Non c’è nulla di glamour nel senso romantico del termine: ci sono giornate lunghissime, ritmi serrati, una preparazione maniacale e centinaia di persone che lavorano all’unisono perché ogni minuto ha un valore enorme.

Ho avuto la sensazione che, a Hollywood, ogni reparto lavori alla massima potenza. Tutti arrivano preparatissimi, tutti conoscono perfettamente il proprio compito e il livello di professionalità richiesto è altissimo.

Ed è forse questa la lezione più importante che porto con me: il talento apre una porta, ma è la disciplina che ti permette di rimanere nella stanza.

Prima pensavo che Hollywood fosse un luogo. Oggi penso che sia soprattutto uno standard di lavoro.

Il mese scorso hai completato un mini press tour tra Italia, Spagna e Marocco. Com’è stato tornare a casa e raccontare il tuo percorso proprio sul tuo territorio?

È stato probabilmente il periodo più intenso dell’ultimo anno. A distanza di tempo mi chiedo ancora come sia riuscita a far stare tutto in poco più di due settimane. C’erano podcast, interviste, continui spostamenti, il desiderio di vedere la mia famiglia e, nel frattempo, cercare di rimanere lucida.

Mi sono ritrovata a raccontare la stessa storia in tre Paesi e in tre lingue diverse. Ed è stato interessante rendermi conto che il racconto non era mai identico. Non perché cambiassero i fatti, ma perché ogni lingua ti porta naturalmente a dare peso a sfumature diverse. È quasi un diverso modo di organizzare i pensieri.

È stata un’esperienza molto impegnativa, ma anche estremamente stimolante. Mi ha ricordato che comunicare non significa semplicemente tradurre delle parole. Significa trovare ogni volta il modo più autentico di raccontare la stessa storia a un pubblico diverso.

Hai incontrato anche il Sindaco di Santa Margherita Ligure. Che emozioni hai provato a essere ricevuta nella tua città natale dopo il successo internazionale?

È stato molto eccitante, emozionante ed ovviamente un onore. C’è qualcosa di profondamente diverso quando il riconoscimento arriva dal luogo in cui sei nata e cresciuta. È la città che ti ha vista prima che tutto questo accadesse, e proprio per questo assume un valore speciale.

Ho trovato nel Sindaco una persona brillante, autentica e di incredibile intelligenza. Mi ha fatto piacere vedere una figura giovane alla guida della città e sono convinta che abbia tutte le qualità per portare un contributo importante alla comunità.

Lui e tutto il suo staff mi hanno ricevuta con una semplicità, una disponibilità e una genuinità che mi hanno colpita profondamente. Al di là dell’incontro istituzionale, mi sono sentita davvero a casa.

Monia Lea Rafaeli fotografata assieme a Guglielmo Caversazio, Sindaco di Santa Margherita Ligure 

Articoli su Il Secolo XIX, Leggo, Il Gazzettino e molte altre testate. Qual è stato il feedback che ti ha fatto più piacere ricevere durante questo tour?

Ogni testata che ha deciso e decide di dedicarmi spazio, rappresenta per me un enorme privilegio. So bene che dietro ogni articolo c’è la scelta di raccontare una storia, e il fatto che abbiano ritenuto il mio percorso degno di essere raccontato è qualcosa che non do mai per scontato.

Se dovessi sceglierne uno, però, direi Il Secolo XIX perché è una di quelle testate che fanno parte del paesaggio quotidiano. Sapere che avevano deciso di raccontare anche la mia storia è stato un impatto fortissimo, nel senso più bello del termine. Ha emozionato profondamente anche la mia famiglia.

La cosa che ricordo con più affetto, però, è successa qualche settimana dopo. Quando l’articolo è uscito io ero negli Stati Uniti e avevo potuto leggerlo soltanto online. Tornata in Italia, sono andata a cena con mio padre e, per la prima volta, ho avuto il giornale stampato tra le mani. È stato un momento molto semplice, ma incredibilmente significativo. Credo che, in quell’istante, abbia assunto tutto un peso diverso.

Articolo del Secolo XIX

Hai partecipato all’edizione araba di Hot Ones. Come è nata questa opportunità e com’è stata l’esperienza di affrontare le famose ali di pollo piccanti in versione araba?

È stata una delle esperienze più incredibili e divertenti della mia carriera. Sono una grandissima fan di Hot Ones negli Stati Uniti, quindi quando ho scoperto che esisteva anche un’edizione araba ho pensato: “Devo assolutamente trovare il modo di farne parte.”

In quel periodo avevo un’agenda praticamente impossibile, ma sono riuscita a incastrare anche il Marocco nel programma. Quando voglio davvero qualcosa, cerco sempre un modo per farla succedere e quando sono stata ufficialmente invitata, è stato super.

Ho anche avuto modo di condividere quell’esperienza con mia mamma, che è venuta con me durante le riprese dell’episodio. Avere lei lì ha reso tutto ancora più speciale.

E poi… sì, le salse erano decisamente all’altezza della loro fama. Credo che avrei pianto molto di più se non fossi stata così concentrata a non sciogliere completamente il trucco davanti alla telecamera. È stato caotico, autentico e incredibilmente divertente. Uno di quei ricordi che, ogni volta che ci ripenso, mi fanno ancora sorridere.

Monia Lea Rafaeli nell’edizione araba dello show Hot Ones (Bss7a Wl3afia e’ il titolo originale marocchino). 

Come vivi il fatto di rappresentare, in qualche modo, sia l’Italia che il Marocco nel panorama internazionale?

Credo che ci sia inevitabilmente un senso di responsabilità, perché so che, nel mio piccolo, contribuisco all’immagine che le persone possono costruirsi dell’Italia e del Marocco. Allo stesso tempo, però, cerco di viverla soprattutto come una grande fortuna. Avere due radici significa avere due modi di osservare il mondo, due sensibilità, due patrimoni culturali che convivono dentro di me.

Non ho mai sentito il bisogno di scegliere una parte o l’altra. Anzi, penso che la ricchezza stia proprio nel punto d’incontro. È lì che nasce la mia prospettiva, sia come persona sia come attrice.

Se, attraverso il mio lavoro, posso contribuire anche solo un po’ a rendere questa complessità qualcosa di naturale, allora penso di aver fatto qualcosa di bello.

E la cosa curiosa è che, vivendo ormai da anni negli Stati Uniti, si è aggiunto quasi un terzo livello. Quando torno in Italia o in Marocco, spesso vengo percepita anche come “quella che vive in America”. È interessante vedere come l’identità continui a evolversi: non è qualcosa di statico, ma il risultato dei luoghi che attraversiamo e dei percorsi che facciamo. In fondo, sto solo cercando di navigare esperienze straordinarie e divertirmi mentre le vivo.

C’è qualcosa della cultura ligure o marocchina che porti sempre con te, anche a Los Angeles?

Più che qualcosa di materiale, porto con me un modo di stare al mondo. Dalla Liguria credo di aver ereditato una certa concretezza e il valore del lavoro fatto bene, senza troppo rumore. Dal Marocco porto invece un senso molto forte dell’ospitalità, della famiglia e del tempo condiviso.

Le mie radici non sono un luogo a cui torno. Sono il modo in cui entro in ogni stanza.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? C’è un ruolo o un genere che sogni di interpretare?

Posso dire che ci sono alcuni progetti in sviluppo, ma purtroppo non posso ancora raccontare molto. Incrocio le dita e spero di poterne parlare presto.

Per quanto riguarda i ruoli, mi piacerebbe esplorare universi molto immersivi, quelli in cui il mondo è quasi un personaggio a sé. Sono una grande appassionata di fantasy e videogiochi, quindi mi affascinerebbe entrare a far parte di un adattamento videoludico o di una saga fantasy. Sono quei progetti che ti permettono di costruire personaggi con una mitologia, delle regole e un immaginario enorme alle spalle.

Guardando al futuro, mi piacerebbe continuare ad alternare produzioni internazionali e italiane: mi piacerebbe moltissimo avere l’opportunità di lavorare con registi come Gabriele Muccino e Luca Guadagnino. Sono due autori con visioni molto diverse, ma entrambi riescono a creare personaggi che restano addosso allo spettatore.

Che consiglio daresti a una giovane attrice italiana (o italo-straniera) che sogna di fare carriera a Hollywood?

Smettere di aspettare il permesso di qualcuno per iniziare. Nessuno arriverà a dirti che sei pronta. Costruirsi una formazione solida, continuare a studiare, creare opportunità, sbagliare, riprovare. Insistere, insistere, insistere e restare autentici alla versione di sé stessi e di non compararti a nessuno. Hollywood non cerca copie. Cerca persone che abbiano qualcosa di unico da offrire. La cosa più internazionale che puoi fare è smettere di cercare di sembrare qualcun altro.

Se dovessi descrivere Monia Lea Rafaeli in tre parole, quali sceglieresti?

Tenace. Istintiva. Fuori di testa.

Episodio completo dell’edizione araba di Hot Ones con ospite Monia Lea Rafaeli

Link all’ intervista con Santa Margherita Ligure

Monia Lea Rafaeli interpreta “Gabriella” nello show Netflix “Survival of the Thickest”

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