La diciassettesima edizione del Premio Mario Verdone ha ufficialmente annunciato la cinquina dei finalisti in lizza per il riconoscimento riservato ai registi italiani debuttanti e under quaranta, offrendo uno specchio luminoso sulle nuove energie della cinematografia nazionale.
Istituito nel 2009 dai fratelli Carlo, Luca e Silvia Verdone in memoria dell’illustre padre – critico, saggista e figura di ineguagliabile cultura enciclopedica –, il premio si rinnova attraverso la scelta operata dalla famiglia nella Sala Enea dell’Hotel Bernini Bristol di Piazza Barberini, a Roma.

I giovani autori dovranno attendere il weekend conclusivo del Festival del Cinema Europeo, ideato e prodotto dall’Associazione Culturale “Art Promotion” con il sostegno della Regione Puglia, del Ministero della Cultura e del Comune di Lecce, per scoprire a chi verrà assegnato il prestigioso tributo. La cinquina include la scalpitante Maria Fondacaro con l’opera Il primo figlio, un lavoro capace di fondere gli stilemi dell’horror paranormale con le sfumature del thriller psicologico. Un orizzonte incoraggiante ed eminentemente suggestivo che prende a modello il percorso cosmopolita del film di genere e al contempo d’autore L’estranea diretto da Paolo Strippoli e designato a rappresentare l’Italia alla novantanovesima edizione degli Academy Awards del 2027 in virtù della destrezza dell’artefice in ballo a passare dall’egemonia del cupio dissolvi sull’amor vitae al thrill o brivido che dir si voglia. A contendere all’avvertita Maria il riconoscimento in prima fila figurano inoltre Alberto Palmiero per Tienimi presente, Tommaso Renzoni per Notte prima degli esami 3.0, Davide Angiuli per Cattiva strada, e la co-regia di Gabriele Berti e Diego Tricarico per Strike – Figli di un’era sbagliata. A margine dell’annuncio, Carlo Verdone ha offerto una lucida riflessione sulla crisi del mercato cinematografico italiano, individuando nella forza significante della scrittura e della sceneggiatura il solo e autentico antidoto alle difficoltà strutturali del settore, anteponendo l’ispirazione e l’ideazione alla mera tecnica di conduzione della macchina da presa. Fortemente confortato dal ricambio generazionale constatato in sede di provino per la sua serie Vita da Carlo, il celebre regista e attore capitolino ha auspicato un ardito e indispensabile superamento della centralità dei nomi noti e consolidati a favore di un estro genuino ed ergo aderente alla contemporaneità.

Una visione culturale pienamente condivisa e sottoscritta da Laura Delli Colli, presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, la quale ha ribadito la centralità di un cinema capace di saldare l’immagine all’immaginazione e alla forza viva del talento emergente in piena autonomia rispetto alla dipendenza, sottobanco, dall’invadente ed eccedente intelligenza artificiale. Un’interazione, all’opposto, tra autonomia espressiva, spontaneità di tratto ed echi di pertinente attualità ravvisabile a parer nostro soprattutto nella vena malincomica di Alberto Palmiero in Tienimi presente che si distingue nel panorama cinematografico autoctono per la sua capacità, attinta alla cifra stilistica ed espressiva di Richard Linklater senza cadere nell’impasse del plagio camuffato da sentito omaggio, di dissezionare con caustica ironia le dinamiche relazionali e le ipocrisie che permeano i luoghi d’incontro della filiera produttiva, evitando la deriva dei cliché sugli outsider e sui parvenu. L’opera coniuga un’autenticità di fondo con una profonda cognizione di causa, focalizzandosi sul complesso transito creativo e geografico dal cortometraggio al lungometraggio. In linea col percorso compiuto dai previi vincitori del Premio Mario Verdone. Con Susanna Nicchiarelli sugli scudi. All’insegna della virtù di accorpare in cabina di regìa immagine e immaginazione senza ricorrere ad alcun tipo di slavata improntitudine né all’accidia delle idee prese in prestito. Preservando piuttosto la fragranza del carattere d’ingegno creativo insieme alla schiettezza. Come suggellato nel proprio lascito dal compianto Mario Verdone. Fiancheggiatore, oltre ché della riscoperta del Futurismo pittorico e d’un cinema d’autore scevro da pose snobistiche, altresì dell’indispensabile linearità dell’animo umano.