Due uomini siedono allo stesso tavolo, nello stesso caffè, nella stessa città, nello stesso giorno, mentre intorno a loro accadono gli stessi eventi. Entrambi, per qualche minuto, abbassano lo sguardo sul telefono. Uno vede un Paese sull’orlo del collasso, l’altro uno Stato che non è mai stato così stabile. A uno la guerra appare quasi inevitabile, all’altro una minaccia inventata. Uno vede un politico come un protettore, l’altro come un pericolo. Quando rialzano gli occhi dallo schermo, fisicamente si trovano ancora nello stesso luogo, ma non partono più dalla stessa immagine del mondo. Il loro disaccordo ha già superato la semplice differenza di interpretazione degli stessi fatti, perché a ciascuno è stata offerta in precedenza una diversa selezione di dati, un diverso ordine, una diversa intensità e un diverso accompagnamento emotivo.

È uno dei punti di partenza del libro Il potere della percezione – Quando la realtà perde la battaglia. La trasformazione decisiva del nostro tempo sta nel fatto che l’ambiente informativo si è personalizzato fino a un livello che un tempo sarebbe stato impensabile. Milioni di persone guardavano lo stesso telegiornale o aprivano lo stesso quotidiano e soltanto dopo cominciavano a scontrarsi sul significato di ciò che avevano visto. Oggi ogni utente riceve una propria edizione del mondo, costruita sulla base dei clic precedenti, del tempo trascorso su un contenuto, delle persone che segue e di ciò che lo fa arrabbiare, divertire o impaurire. Per questo chiedersi se un’informazione sia corretta non basta più, se la domanda resta isolata. Occorre chiedersi anche perché proprio noi abbiamo ricevuto un certo contenuto, perché proprio in quel momento, quante volte ci verrà mostrato e che cosa resterà fuori dal nostro campo visivo mentre continuiamo a credere di esplorare liberamente il mondo.
Il Fyre Festival è quasi un esperimento di laboratorio su ciò che accade quando l’immagine diventa più potente della realtà che dovrebbe rappresentare. Alla fine del 2016 gli organizzatori annunciarono un festival musicale di lusso alle Bahamas e costruirono una campagna promozionale calibrata con precisione sulla generazione di Instagram. Circa 400 influencer e celebrità furono coinvolti nella campagna, tra cui Kendall Jenner, Bella Hadid ed Emily Ratajkowski, mentre il pubblico veniva sommerso da immagini di mare turchese, jet privati, yacht, spiagge e vita esclusiva. In una pubblicazione coordinata del 12 dicembre 2016, numerosi account postarono lo stesso quadrato arancione, che rimandava a un video promozionale. Ai futuri ospiti si vendeva l’idea di due «weekend trasformativi», con sistemazioni di lusso, alta cucina, musica e un senso quasi mitico di appartenenza a una cerchia ristretta di privilegiati.
Quando, nell’aprile 2017, gli ospiti arrivarono sull’isola di Great Exuma, la scena che si trovarono davanti recise di netto la fantasia digitale. Al lusso promesso si sostituirono tende improvvisate, infrastrutture incompiute, problemi con il cibo e i trasporti e artisti che cancellavano le proprie esibizioni. Il festival collassò quasi prima ancora di cominciare e il suo fondatore, Billy McFarland, in seguito ammise frodi legate agli investitori e alle attività connesse all’evento e fu condannato al carcere. Il valore di questo caso, quando si parla di percezione, sta nell’enorme distanza tra ciò che il pubblico aveva guardato per mesi e ciò che esisteva fisicamente sull’isola. Gli acquirenti avevano pagato un biglietto, ma insieme al biglietto avevano comprato anche un ricordo prefabbricato, uno status sociale e l’appartenenza a un mondo che sullo schermo appariva più convincente della realtà che avrebbe dovuto sostenerlo.

Un esempio molto più grave ci porta a Washington, poche settimane dopo l’invasione irachena del Kuwait nel 1990. Davanti al Congressional Human Rights Caucus, un gruppo di membri del Congresso degli Stati Uniti impegnato sui temi dei diritti umani, comparve una quindicenne kuwaitiana presentata al pubblico soltanto come Nayirah, con la spiegazione che la sua identità doveva essere protetta per non mettere in pericolo la famiglia rimasta nel Kuwait occupato. Disse di aver lavorato in un ospedale e, tra le lacrime, raccontò che i soldati iracheni avrebbero strappato neonati prematuri dalle incubatrici, portato via le apparecchiature e lasciato i bambini morire sul pavimento. L’immagine era quasi insostenibile, facilissima da ricordare e moralmente così potente da mettere in ombra con naturalezza tabelle sull’equilibrio militare, il diritto internazionale e le conseguenze strategiche. La storia ebbe un’enorme risonanza e divenne parte del dibattito pubblico americano alla vigilia della Guerra del Golfo.
Soltanto in seguito l’opinione pubblica conobbe un elemento essenziale del contesto. Nayirah era la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti, Saud Nasir al-Sabah, e la sua apparizione era collegata alla campagna di Citizens for a Free Kuwait, nella quale ebbe un ruolo importante l’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton. Le indagini successive misero in dubbio la storia dei neonati nelle incubatrici e l’affidabilità di quella testimonianza. È proprio per questo che il caso, a distanza di decenni, resta una delle lezioni più note su come l’emozione possa modellare la percezione pubblica. Si può discutere in dettaglio dell’aggressione irachena, della sicurezza del Kuwait e degli obblighi internazionali, ma l’immagine di un neonato sul freddo pavimento di un ospedale scavalca una parte enorme del processo razionale. Entra direttamente nell’intuizione morale e reclama una reazione prima ancora che la verifica dei fatti sia cominciata.
È qui che si capisce perché il linguaggio sia uno degli strumenti più potenti della percezione. La stessa persona può essere, in una frase, un «combattente per la libertà», in un’altra un «ribelle», in una terza un «terrorista». Una folla in strada può essere una «protesta civile», dei «disordini», un’«insurrezione» o un «tentativo di destabilizzazione». L’evento fisico resta lo stesso, mentre la cornice attraverso cui lo osserviamo ne cambia il significato. Il primo sostantivo che accettiamo spesso determina il modo in cui leggeremo tutti i dati che verranno dopo. Per questo il libro dedica tanto spazio ai titoli, agli eufemismi, alla scelta delle parole, all’autorevolezza delle fonti e al modo in cui una formulazione finisce per diventare parte della realtà stessa. Riconosciamo più facilmente la manipolazione quando qualcuno pronuncia una menzogna verificabile. È molto più difficile accorgerci del momento in cui i fatti restano corretti, ma la loro disposizione ha già cominciato a orientarci verso una conclusione.
Nello spazio digitale, quel lavoro è svolto sempre più spesso da un direttore che nessuno di noi ha assunto. Immaginate un giornale di cui non avete mai visto il direttore, di cui non conoscete il nome, i criteri né la linea editoriale, anche se ogni mattina è proprio lui a decidere che cosa vedrete per primo, quale tema vi riproporrà cinque volte e quale informazione non arriverà affatto fino a voi. Ora immaginate che quel giornale abbia miliardi di edizioni diverse e che ciascuna sia confezionata per un solo lettore. È un’immagine sorprendentemente vicina agli attuali algoritmi di raccomandazione. Il loro potere non dipende dall’invenzione dei fatti, perché possono esercitare un’influenza enorme semplicemente distribuendo l’attenzione, stabilendo l’ordine dei contenuti e decidendo con quale frequenza determinati temi torneranno davanti ai nostri occhi.
Qui emerge il paradosso della libertà informativa contemporanea. L’accesso ai dati non è mai stato così ampio e, nello stesso tempo, non è mai stato così facile trascorrere l’intera giornata dentro una selezione molto ristretta di contenuti che confermano ciò che siamo già inclini a pensare. L’algoritmo impara dal nostro comportamento e poi ce ne restituisce una versione amplificata. Se ci soffermiamo a lungo su un contenuto che suscita rabbia, il sistema registra quell’attenzione. Se reagiamo a una teoria che ci spaventa, riceveremo altro materiale dello stesso tono. Dopo un po’, un utente può convincersi che «ne parlino tutti», quando in realtà è il suo schermo a parlarne senza sosta. A quel punto il confine tra il mondo e la selezione dei contenuti diventa quasi invisibile.
La parte più pericolosa di questo processo comincia quando le nostre abitudini ci vengono restituite come prova delle nostre convinzioni. Una frase che dieci anni fa avrebbe provocato sconcerto, dopo centinaia di ripetizioni perde peso. Un’affermazione estrema si sposta verso il centro soltanto perché è diventata familiare. La ripetizione le conferisce un senso di familiarità e la mente umana scambia spesso quella familiarità per affidabilità.
Per questo il problema di una realtà condivisa è più profondo della classica discussione sulla disinformazione. Un sistema democratico, un’aula di tribunale, un contratto commerciale, un dibattito scientifico, perfino un matrimonio o una conversazione in famiglia si reggono su una premessa silenziosa. Le persone possono scontrarsi duramente sul significato dei fatti, sulle responsabilità e sulle conseguenze, ma deve restare almeno la possibilità di stabilire che cosa sia accaduto. Quando scompare perfino quel minimo, la discussione perde il proprio terreno comune. Ogni parte entra con le proprie prove, le proprie autorità e una propria storia degli eventi. A quel punto l’argomento migliore perde forza, perché i partecipanti non riconoscono più lo stesso terreno sul quale il suo valore potrebbe essere verificato.
Lo stesso problema può essere immaginato pensando a due famiglie che vivono nello stesso palazzo e guardano dalla stessa finestra, mentre sul vetro di ciascuna è stato applicato un filtro diverso. Uno accentua i toni scuri, l’altro quelli chiari; uno elimina determinati colori, l’altro li rende dominanti. Dopo abbastanza tempo, entrambe le famiglie sosterranno in perfetta buona fede di descrivere ciò che vedono. La difficoltà nasce nel momento in cui dimenticano che tra l’occhio e la strada esiste un filtro. L’ambiente digitale di oggi è proprio quel vetro, con una caratteristica che lo rende ancora più potente. Il filtro si adatta a ciascuno di noi e cambia mentre lo stiamo guardando.
Il potere della percezione – Quando la realtà perde la battaglia va quindi molto oltre una storia sui social network. Vi si incontrano psicologia, comunicazione politica, propaganda, media, aule di tribunale, scandali aziendali, linguaggio, piattaforme digitali, algoritmi, intelligenza artificiale e relazioni quotidiane tra le persone. Il legame tra ambiti apparentemente così lontani diventa chiaro quando si pone sempre la stessa domanda. Chi definisce la cornice entro la quale qualcosa ci appare importante, credibile, normale o vero? La risposta cambia da un caso all’altro, ma il meccanismo resta riconoscibile. La nostra percezione cerca sempre una scorciatoia per orientarsi nell’immensità del mondo, e i sistemi contemporanei sono diventati straordinariamente abili nel decidere quali scorciatoie offrirci.
All’individuo resta ancora uno spazio di scelta, ma quello spazio richiede più disciplina di un tempo. Una diffidenza permanente verso tutto ciò che vediamo distruggerebbe la fiducia con la stessa efficacia della credulità. Il compito più serio è quindi reimparare a distinguere l’informazione dalla cornice in cui viene inserita, il fatto dall’intensità con cui ci viene presentato, la popolarità dall’affidabilità e la familiarità dalla verità. Questa abitudine mentale diventa più difficile proprio nel momento in cui l’intero sistema digitale è progettato per premiare la rapidità della reazione e trattare ogni esitazione come attenzione perduta.
Forse un giorno scopriremo che la privacy era soltanto una parte del prezzo pagato per la comodità del digitale. Una perdita molto più profonda si produrrebbe se smettessimo di possedere un linguaggio comune con cui descrivere ciò che abbiamo davanti. Una società può sopravvivere a divergenze durissime finché i suoi membri riescono ancora a guardare lo stesso evento e a riconoscere almeno i fatti fondamentali che lo riguardano. Quando ciascuno riceve una propria versione della realtà, la politica, i media e la tecnologia non riescono più a contenere il conflitto entro i rispettivi confini e questo entra nella struttura stessa della vita quotidiana. A quel punto la domanda su chi dà forma alla realtà diventa molto più importante della domanda su chi dirige un giornale, una televisione o un social network, perché dalla risposta dipende se, nonostante tutte le differenze che ci separano, saremo ancora capaci di riconoscere lo stesso mondo quando guarderemo fuori dalla finestra.
