Intervista a cura di Alessandro Cunsolo

Ci sono attività commerciali che, con il passare degli anni, smettono di essere semplicemente un luogo di lavoro e diventano parte della storia personale di chi le ha create e portate avanti.

Per Erika Verduci, il Bar Mix è stato questo e molto altro. Quasi ventiquattro anni trascorsi dietro un bancone, tra sacrifici, incontri, amicizie, serate e persone provenienti anche dal mondo dello sport e dello spettacolo. Oggi quella lunga esperienza arriva alla chiusura, ma Erika non vuole che venga raccontata soltanto attraverso una serranda abbassata.

Dietro la decisione ci sono anche questioni immobiliari e una proposta di acquisto che, racconta, non ha avuto esito positivo. Erika sceglie però di non trasformare questa intervista in una resa dei conti: parla della propria esperienza, dell’amarezza e soprattutto del valore umano che, secondo lei, dovrebbe continuare a esistere anche quando entrano in gioco affari e interessi economici.

A Mondospettacolo racconta la fine di un capitolo importante, ma anche la volontà di ricominciare.

Quasi 24 anni di Bar Mix

Erika, dopo quasi 24 anni hai chiuso il Bar Mix. Che cosa rappresenta per te questo momento?

Non sto chiudendo semplicemente un bar, ma un capitolo enorme della mia vita. Dietro quel bancone ho trascorso anni di lavoro, sacrifici, amicizie, serate indimenticabili e incontri con persone provenienti da mondi diversi, anche dello sport e dello spettacolo.

Ho lavorato tantissimo, spesso senza concedermi pause vere. Il Bar Mix non era soltanto un’attività commerciale: era una parte di me.

Per questo la chiusura fa male, ma non cancella quello che ho costruito.

Si è parlato della possibilità che tu acquistassi i muri del locale. Che cosa è successo?

Quando ho capito che il futuro del locale era cambiato, ho cercato una soluzione concreta, arrivando a formulare una proposta di acquisto euro per la mia parte.

La risposta è stata negativa.

Non voglio trasformare questa intervista in uno scontro personale: posso raccontare quello che ho vissuto e la proposta che ho fatto. Resta l’amarezza di aver visto sfumare una possibilità per la quale ero disposta a mettermi in gioco ancora una volta.

Dopo tanti anni, avrei sperato che si potesse trovare una strada diversa.

La vicenda riguardava anche il locale accanto al tuo. Quanto ha inciso la situazione immobiliare?

Da quello che ho compreso, il progetto immobiliare riguardava un’area più ampia, che comprendeva anche il locale vicino.

Le trattative e le condizioni prospettate non hanno portato a una soluzione che consentisse a me di continuare la mia attività.

Non entro nei dettagli delle trattative altrui, perché ognuno ha la propria versione e i propri interessi.

Posso però dire una cosa: quando si parla di immobili e di cifre importanti, bisognerebbe ricordare che dietro ogni serranda ci sono persone che lavorano, famiglie e anni di sacrifici.

Delusione, rispetto e dignità

In questa vicenda, qual è stata la cosa che ti ha delusa maggiormente?

Credo che la delusione più grande sia stata rendermi conto che, dopo quasi 24 anni di lavoro, non sempre la storia che hai costruito ha il peso che pensavi potesse avere.

Non pretendo trattamenti di favore e non penso che tutto sia dovuto, ma credo che il rispetto e il dialogo dovrebbero avere un valore, soprattutto quando si ha a che fare con persone che hanno dedicato una parte importante della propria vita a un’attività.

Gli affari sono affari, certo, ma il modo in cui si affrontano le situazioni racconta molto anche del valore umano delle persone.

Dopo questa esperienza, pensi che nella vita alla fine tutto torni?

Io penso che nella vita non serva augurare niente a nessuno. Le persone si raccontano da sole attraverso le decisioni che prendono e il modo in cui trattano gli altri.

Io esco da questa storia con la coscienza di aver lavorato per quasi 24 anni, di aver fatto la mia proposta e di aver cercato una soluzione.

Non tutto è andato come avrei voluto, ma almeno so di averci provato.

E una cosa l’ho imparata: i muri possono appartenere a qualcuno, ma il rispetto non si compra e la dignità non si vende.

E adesso?

Erika, quali sono i tuoi progetti per il futuro dopo la chiusura del Bar Mix?

Non ho ancora deciso quale sarà la mia prossima strada, ma una cosa è certa: non sono una persona che si arrende.

Dopo quasi 24 anni di attività, ho imparato a lavorare, a gestire le difficoltà e soprattutto a rialzarmi quando le cose non vanno come vorrei.

Adesso voglio valutare le opportunità che arriveranno, con la testa lucida e senza accontentarmi di qualcosa che non mi rappresenta.

Non porto rancore, ma certamente porto con me tante lezioni.

Nella vita non sempre possiamo scegliere come finiscono le cose, ma possiamo scegliere come ripartire.

E io, prima o poi, lo farò a modo mio.

Un capitolo finisce, non la storia

Quasi ventiquattro anni non si cancellano con una chiusura.

Restano le persone incontrate, le giornate trascorse al lavoro, le difficoltà superate e una parte di vita costruita giorno dopo giorno dietro il bancone del Bar Mix.

Erika Verduci lascia quel luogo con amarezza, ma anche con la consapevolezza di avere provato fino alla fine a trovare una soluzione.

Il futuro, per ora, non ha ancora un indirizzo preciso. Ma dalle sue parole emerge una certezza: non considera questa chiusura un punto definitivo.

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