Spesso mi viene chiesto come fare a sottrarsi alla cattiveria degli altri…cercherò di rispondere: la cattiveria degli altri non è una forza assoluta.
Esiste, certo. A volte è precisa, quasi chirurgica. Altre è grossolana, casuale. Ma in entrambi i casi non è completa da sola: ha bisogno di un punto d’appoggio perché non entra semplicemente, ma incontra.
Incontra ciò che in noi è ancora aperto, sensibile, non del tutto chiarito. E lì può fare rumore, può espandersi, può perfino sembrare più grande di quanto sia. Non perché abbia davvero quel potere, ma perché trova spazio.
Se quello spazio non c’è, o smette di esserci, cambia tutto. La cattiveria resta cattiveria, ma perde profondità. Scivola. Non attecchisce. Non costruisce niente.
È una questione di frequenze… ma non nel senso vago o mistico con cui spesso si usa questa parola. Frequenza è ciò a cui siamo abituati a rispondere, il modo in cui siamo stati “accordati” dalle nostre esperienze.
Se qualcosa arriva e trova quella stessa struttura dentro di noi, allora si aggancia, si amplifica e resta. Se non la trova, si esaurisce.
Non perché siamo invulnerabili, ma perché non offriamo più quel punto di presa…e non è questione di diventare impermeabili, né di convincersi che “non importa”.
Importa eccome. È questione di riconoscere con precisione dove finisce l’altro e dove iniziamo noi.
E quando quella linea diventa chiara, succede qualcosa di essenziale: non è che smetti di sentire, è che smetti di offrirti.
E allora la cattiveria degli altri resta fuori, intera ma sterile. E resta dove nasce.
Carmen Cascone
Diritti d’autore (L.633/1941)
