Il titolo Ice cream man potrebbe erroneamente spingere a pensare che ci troviamo dinanzi ad un remake dell’omonimo lungometraggio diretto nel 1995 da Paul Norman e giunto in Italia soltanto in televisione – e quasi tre decenni dopo in home video – come I gusti del terrore o dell’ancor più sconosciuto Mr. Ice cream man di Mack Hail, concepito l’anno successivo e mai approdato dalle nostre parti.

In realtà, invece, messa in piedi dall’Eli Roth che, autore dei primi due Hostel e dello slasher Thanksgiving, si ritaglia anche il piccolo ruolo del padre di uno dei giovanissimi protagonisti, la oltre ora e venti di visione in questione sembra guardare per lo più ad altri modelli cinematografici horror ancor più remoti e che poggiavano su ben altre trame.

Del resto, mentre nei due citati casi avevamo in maniera più o meno simile la figura di un gelataio dalle manie omicide, qui, interpretato da Ari Millen, il muto dispensatore ambulante di cremosa leccornia trasforma in inarrestabili assassini i bambini di una cittadina americana che la gustano. Un’idea di base, dunque, che non può fare a meno di richiamare alla memoria quella su cui il compianto Larry Cohen costruì nel 1985 il suo The stuff – Il gelato che uccide offrendo una chiara variante degli zombie movie e della fantascienza proto-L’invasione degli ultracorpi. E, portandoci immediatamente a conoscenza sia del “boogeyman” che dei ragazzini pronti a cadere sotto il suo malvagio influsso, Roth non perde tempo e scatena già dopo pochi minuti la mattanza, collocando Ice cream man nel filone dei baby killer da schermo che ci ha regalato, tra gli altri, lo splendido cult iberico anni Settanta Ma come si può uccidere un bambino? di Narciso Ibañez Serrador e più o meno discutibili esempi della decade successiva quali l’ingiustamente dimenticato Compleanno in casa Farrow di Ed Hunt e il kinghiano Grano rosso sangue di Fritz Kiersch. Anche se, conoscendo la provenienza del cineasta originario di Newton dalle file della trashissima Troma di Lloyd Kaufman, non risulta difficile pensare che lo script concepito dallo stesso insieme a Noah Belson possa essere stato influenzato da Beware! Children at play di Mik Cribben, risalente al 1989.

Comunque, venendo al film, la spiegazione alla genesi del gelataio diabolico viene fornita soltanto una volta superata circa un’ora di colorata visione che, trasudante liquido rosso, si riallaccia in maniera evidente alla tendenza dello splatter estremo e gratuito diffusa dalla saga Terrifier di Damien Leone. Fortunatamente, però, colui che esordì dietro alla macchina da presa con Cabin fever dimostra almeno di non esagerare in compiaciuto sadismo (sebbene non assente) nell’inscenare non senza un pizzico d’ironia l’assurdo e a suo modo cartoonesco massacro di adulti a suon di crani fracassati, decapitazioni tramite sega, tritarifiuti da lavandino, benzina, corpi divisi in due parti, amputazioni assortite e perfino interiora con cui giocare e materia cerebrale nel cono. Con sopravvissuti che si rifugiano tra le mura di una chiesa ricordando in un certo senso Fog di John Carpenter, Ice cream man è tutto qui: un gorissimo scherzo in fotogrammi senza impegno e senza cervello (a parte quello visibile nella testa scoperchiata) in cui l’appassionato Eli trova anche il tempo di omaggiare l’amata celluloide di genere tricolore attraverso l’inquadratura finale in Zombi 2 style e l’inserimento all’interno della colonna sonora del brano Violenza inattesa di Ennio Morricone, proveniente dall’esordio argentiano L’uccello dalle piume di cristallo. Potrebbe quindi piacere alla fetta di horror fan unicamente alla ricerca di effetti sanguinolenti e uccisioni a ripetizione, ma, una volta esaurito il gioco delle citazioni, non rimane assolutamente nulla, se non l’impressione di aver assistito ad uno di quei z-movie straight to video risalenti ad oltre trent’anni fa e tutt’oggi inediti in Italia… fino ad un’ultima chicca posta al termine dei titoli di coda.

 

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