«Lontano vorrei fuggire via, / da chi dalla mia vera essenza mi fuorvia.»
Con questi versi Michela Castello apre Risveglio collettivo, poesia datata 30 settembre 2026, scegliendo di partire da una sensazione profondamente individuale per arrivare, progressivamente, a interrogare un’intera società. La fuga evocata all’inizio non sembra infatti avere una destinazione geografica: è piuttosto il desiderio di sottrarsi a tutto ciò che allontana l’essere umano dalla propria autenticità, in un presente percepito come artificiale, soffocante e dominato da valori nei quali diventa difficile riconoscersi.
La voce poetica osserva il mondo e ne restituisce un’immagine inquieta, attraversata dalla stanchezza verso un’umanità che si lascia sedurre dall’orgoglio, dalla vanità e dall’illusione del controllo. Non c’è però soltanto amarezza nei versi di Castello. Dietro la denuncia emerge una domanda più profonda: quanto siamo disposti a mettere in discussione ciò che consideriamo stabile pur di costruire qualcosa di diverso?
Il riferimento al collasso dell’economia e al crollo del sistema assume così un valore che supera la dimensione materiale. Il sistema evocato nella poesia può essere letto anche come l’insieme di abitudini, sicurezze e meccanismi ai quali l’uomo continua ad aggrapparsi, persino quando smettono di produrre benessere. Il crollo diventa allora un momento di rottura, doloroso ma capace di costringere a guardare ciò che prima si preferiva ignorare.
In Risveglio collettivo torna con forza anche il tema dell’unione. Michela Castello immagina un cambiamento che non può avvenire attraverso l’isolamento, perché nessuna trasformazione davvero profonda rimane esclusivamente individuale. Il riferimento al karma rafforza questa idea di responsabilità: ciò che una comunità alimenta, accetta o lascia accadere finisce inevitabilmente per produrre conseguenze.
Il passaggio forse più significativo arriva negli ultimi versi, quando alla visione del crollo si contrappone quella di un mondo nuovo e più giusto. Non si tratta però di una promessa concessa gratuitamente. La condizione posta dalla poesia è precisa: abbandonare il proprio stato di comfort.
Ed è proprio qui che Risveglio collettivo smette di essere soltanto una critica della società per diventare una provocazione rivolta al lettore. Desiderare un mondo differente è relativamente semplice; più difficile è riconoscere quanto ciascuno sia disposto realmente a cambiare, rinunciando a quelle comodità, convinzioni e consuetudini che contribuiscono a mantenere immobile ciò che si vorrebbe trasformare.
Michela Castello affida quindi alla poesia una riflessione che procede dal disagio personale verso una responsabilità condivisa. La sua scrittura non cerca una consolazione immediata, ma mette il lettore davanti a una possibilità: il risveglio evocato dal titolo non coincide con l’attesa di qualcosa che accada dall’esterno, bensì con una presa di coscienza capace di diventare collettiva.
Forse il nuovo mondo immaginato negli ultimi versi comincia proprio da qui, dal momento in cui smettiamo di domandarci soltanto quando qualcosa cambierà e iniziamo a chiederci quale parte di quel cambiamento siamo disposti ad assumere su di noi.
“Risveglio collettivo”
Michela Castello, 30 settembre 2026
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