Dal romanzo “L’estate nel tuo cuore” al podcast Lovecast, tra cinema, sentimenti e nuovi progetti.
Dalla scrittura al cinema, passando per il mondo dei podcast e della comunicazione, Paola Di Martino e Matilde Bella hanno fatto della passione per le storie il filo conduttore del loro percorso creativo. Autrici del romanzo L’estate nel tuo cuore e ideatrici di Lovecast, un format che racconta gli artisti andando oltre i personaggi e la loro immagine pubblica, le due giovani autrici si muovono tra letteratura, spettacolo e nuovi linguaggi digitali. In questa intervista ci raccontano la nascita del loro romanzo, il rapporto tra sentimenti e narrazione, le opportunità offerte dai social ai giovani talenti e i nuovi progetti che le vedono protagoniste, con uno sguardo sempre rivolto al cinema e alla televisione.

Partiamo dal vostro romanzo, L’estate nel tuo cuore. Al centro della storia ci sono il primo amore, l’amicizia e quel momento della vita in cui i sentimenti sembrano capaci di cambiare ogni certezza. Quanto c’è delle vostre esperienze personali in questo racconto e perché avete scelto proprio l’estate come scenario di una storia di formazione sentimentale?
In L’estate nel tuo cuore non c’è una trasposizione diretta delle nostre esperienze personali, ma sicuramente ci sono emozioni che conosciamo molto bene. C’è il ricordo di quell’età in cui tutto sembra accadere per la prima volta e, proprio per questo, ogni sentimento assume una dimensione enorme: un’amicizia può sembrare eterna, una delusione definitiva, un amore capace di cambiare completamente il modo in cui guardiamo noi stessi.
Abbiamo scelto l’estate perché per noi rappresentava perfettamente questo tipo di passaggio. È una stagione sospesa, in cui la quotidianità rallenta, le giornate sembrano infinite e si ha quasi l’impressione che tutto possa succedere. Ma l’estate, inevitabilmente, finisce. E forse è proprio questo a renderla così simile al primo amore: mentre lo vivi pensi che durerà per sempre, poi scopri che alcune persone entrano nella nostra vita non necessariamente per restare, ma per cambiarci.
Aria attraversa esattamente questo confine: quello tra la ragazza che era prima di quell’estate e la persona che sarà dopo.

Aria, la protagonista, si trova divisa tra Tom, che rappresenta la sicurezza di un legame costruito negli anni, e Dane, che mette in discussione tutto ciò che credeva di sapere sull’amore. Attraverso questo triangolo sentimentale avete voluto raccontare anche la difficoltà, soprattutto per le nuove generazioni, di distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che gli altri si aspettano da noi?
Assolutamente sì. Il triangolo sentimentale per noi non è mai stato soltanto la domanda “chi sceglierà Aria?”, ma soprattutto “chi vuole essere Aria?”.
Tom e Dane rappresentano due possibilità molto diverse. Da una parte c’è qualcosa di conosciuto, rassicurante, legato a ciò che Aria ha sempre immaginato per se stessa; dall’altra arriva qualcuno che rompe gli equilibri e la costringe a interrogarsi sui propri desideri.
Crediamo che sia un conflitto molto vicino alle nuove generazioni, ma in realtà appartiene un po’ a tutti: spesso cresciamo costruendo un’idea di quello che dovrebbe renderci felici, anche attraverso le aspettative della famiglia, degli amici o della società. Poi arriva qualcosa o qualcuno che mette in discussione tutto.
E scegliere ciò che desideriamo davvero può essere molto più difficile di quanto sembri, perché significa anche accettare la possibilità di deludere qualcuno, di sbagliare e di uscire dalla versione di noi stessi che gli altri conoscono. Il percorso di Aria parla soprattutto di questo: imparare ad ascoltarsi prima di scegliere chi amare.
Entrambe provenite dal mondo della scrittura e della sceneggiatura, con esperienze che attraversano cinema, narrativa e comunicazione. Quanto ha influenzato il vostro linguaggio cinematografico la costruzione del romanzo? E vi piacerebbe vedere un giorno L’estate nel tuo cuore trasformarsi in un film o in una serie televisiva?
Moltissimo. Probabilmente è uno degli aspetti che caratterizza maggiormente il nostro modo di scrivere insieme.
Quando costruiamo una scena tendiamo spontaneamente a visualizzarla: pensiamo agli spazi, ai gesti, ai silenzi, ai dialoghi, quasi come se stessimo già osservando i personaggi attraverso una macchina da presa. La sceneggiatura ci ha insegnato quanto possa essere potente anche ciò che un personaggio non dice e quanto una scena possa raccontare attraverso un dettaglio apparentemente piccolo.
Nel romanzo abbiamo cercato di mantenere questa immediatezza, pur sfruttando tutto ciò che la narrativa permette in più: entrare nei pensieri dei personaggi, fermarsi sulle loro contraddizioni e raccontare emozioni che sullo schermo dovrebbero invece passare attraverso un gesto o uno sguardo.
Vedere L’estate nel tuo cuore diventare un film o una serie sarebbe certamente un sogno. È una storia che abbiamo sempre immaginato in maniera molto visiva e sarebbe emozionante assistere al momento in cui personaggi che fino a oggi sono esistiti nelle nostre teste e nelle pagine del romanzo acquistano un volto, una voce e una vita propria sullo schermo.
Lovecast nasce dalla vostra passione per le storie e dal desiderio di raccontare gli artisti anche al di là dei personaggi che interpretano. Come è nata l’idea di questo format e che cosa cercate di far emergere nei vostri ospiti che difficilmente trova spazio nelle interviste tradizionali? C’è un incontro che vi ha particolarmente sorprese o lasciato qualcosa a livello personale?
Lovecast nasce innanzitutto dalla nostra curiosità verso le persone. Amiamo il cinema, le serie, i libri e i personaggi, ma ci ha sempre affascinato ancora di più capire chi ci sia dietro una storia.
Quando incontriamo un artista non ci interessa soltanto chiedergli quale sia il suo prossimo progetto. Cerchiamo di capire che rapporto abbia con il proprio lavoro, quali paure abbia attraversato, cosa abbia dovuto sacrificare, quali sogni avesse prima che qualcuno iniziasse a riconoscerlo per strada.
Ci piace creare conversazioni nelle quali l’ospite possa dimenticare, almeno per qualche momento, di essere all’interno di un’intervista. Quando succede, emergono spesso risposte molto più autentiche e aspetti che normalmente rimangono fuori dalla promozione tradizionale.
Ogni incontro, in realtà, ci ha lasciato qualcosa di diverso. La parte più bella è proprio scoprire che dietro persone che dall’esterno possono sembrare lontanissime esistono spesso insicurezze, paure, ambizioni e momenti di difficoltà estremamente umani. Ed è probabilmente questo l’aspetto di Lovecast a cui siamo più affezionate: raccontare la persona prima ancora del personaggio.
Attraverso Lovecast avete avuto modo di confrontarvi con giovani attori, artisti e protagonisti del mondo dello spettacolo, entrando in contatto anche con festival e manifestazioni cinematografiche. Oggi i social e i podcast stanno cambiando profondamente il modo di raccontare il cinema e di costruire un rapporto con il pubblico. Secondo voi questi nuovi linguaggi stanno offrendo maggiori opportunità ai giovani talenti oppure rischiano di far prevalere la popolarità digitale sul valore artistico?
Probabilmente entrambe le cose.
I social hanno certamente democratizzato una parte del mondo creativo. Oggi un giovane attore, un autore, un regista o un artista può raccontarsi, mostrare il proprio lavoro e raggiungere un pubblico senza aspettare necessariamente che qualcuno gli conceda uno spazio. E questo ha creato opportunità che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili.
Allo stesso tempo, però, esiste il rischio di confondere la visibilità con il talento. I numeri sono immediati, misurabili e quindi molto seducenti, mentre la crescita artistica richiede tempo, studio, errori e lavoro, tutte cose molto meno facili da trasformare in una statistica.
Secondo noi il punto non dovrebbe essere scegliere tra mondo digitale e valore artistico. Il digitale è uno strumento potentissimo quando amplifica qualcosa che esiste già: una voce, un talento, un progetto, una visione. Diventa più problematico quando il numero di follower viene considerato automaticamente una misura del valore di un artista.
Paola, sei sceneggiatrice, scrittrice e ghostwriter; Matilde, affianchi alla scrittura e alla sceneggiatura anche il lavoro nella comunicazione editoriale. Insieme avete costruito un progetto che unisce letteratura, cinema e podcast. Quanto è importante, oggi, sapersi muovere tra linguaggi diversi senza perdere la propria identità creativa? E guardando al futuro, quali nuove sfide vorreste affrontare, sia come autrici sia con Lovecast?
Per noi muoversi tra linguaggi diversi non significa avere identità differenti, ma trovare forme diverse attraverso cui raccontare storie.
Un romanzo, una sceneggiatura, un podcast o un contenuto digitale hanno regole completamente diverse, ma alla base rimane sempre la stessa domanda: cosa vogliamo far provare a chi ci sta ascoltando o leggendo?
Le nostre esperienze individuali ci hanno sicuramente aiutato.
Con Lovecast vorremmo continuare a crescere proprio in questa direzione: farlo diventare sempre di più un universo capace di mettere in comunicazione cinema, serie, letteratura e cultura pop, mantenendo però al centro le storie e le persone.
Guardando al futuro, quali sono i vostri prossimi progetti? Dopo l’esperienza di L’estate nel tuo cuore e il percorso costruito con Lovecast, state già lavorando a nuove storie o a un’evoluzione del vostro format? E c’è un sogno professionale, magari legato al cinema o alla televisione, che vi piacerebbe realizzare insieme?
Sì, e forse il progetto che racconta meglio quello che siamo diventate negli ultimi anni nasce proprio dall’incontro tra la scrittura e Lovecast.
Stiamo scrivendo insieme una nuova commedia romantica, Lovecast – Prima regola: mai innamorarsi dell’ospite, una storia ispirata proprio all’universo che abbiamo costruito con il nostro progetto.
La protagonista conduce un podcast sull’amore e si ritrova coinvolta con un giovane attore che dovrebbe essere soltanto uno dei suoi ospiti. Ovviamente le cose non andranno esattamente secondo i programmi. È una rom-com contemporanea in cui entrano il mondo dei podcast, il cinema, i social, la pressione della popolarità e tutto ciò che accade quando il confine tra ciò che raccontiamo al pubblico e ciò che proviamo davvero comincia a diventare molto sottile.
Ci piacerebbe molto che il percorso di questa storia non si fermasse al romanzo. Uno dei nostri obiettivi è lavorare insieme anche alla sua sceneggiatura e provare, un giorno, a portare questo universo sullo schermo. Sarebbe il punto d’incontro perfetto tra due delle nostre più grandi passioni: scrivere romanzi e raccontare storie attraverso il cinema e la televisione.
Parallelamente, io sto ideando anche un nuovo sport romance, un progetto diverso dai precedenti, legato al mondo dello sport e a personaggi più adulti e complessi, che è ancora nella mia fase creativa.
Crediamo molto nell’idea di non fermarci a un solo linguaggio o a un unico genere. Il sogno, alla fine, rimane sempre lo stesso: continuare a creare storie capaci di passare da una pagina a uno schermo senza perdere quello che le ha fatte nascere, e poter costruire insieme progetti sempre più grandi tra editoria, cinema e televisione.