Renato Faller, classe 1962, è giornalista freelance, scrittore e blogger. Il suo percorso è decisamente fuori dagli schemi: attore di fotoromanzi, militare del Battaglione San Marco con missioni in Libano, pilota, imprenditore e oggi osservatore attento di politica, società e comunicazione. In questa intervista racconta le sue vite precedenti, l’incidente che lo costrinse ad abbandonare il volo e il modo in cui tutte quelle esperienze sono confluite nella scrittura.

Se dovessi raccontare la mia vita con una sola parola…

«Se dovessi raccontare la mia vita con una sola parola, probabilmente sceglierei cambiamento. Ho sempre avuto una certa difficoltà a restare dentro percorsi già scritti.

Ho cominciato giovanissimo a Roma come attore di fotoromanzi, in quello che oggi, scherzando, definisco il mio “passato giurassico”. Era un mondo completamente diverso da quello attuale, ma già allora avevo scoperto qualcosa che sarebbe rimasto con me per tutta la vita: il fascino della comunicazione, dell’immagine e della capacità di trasmettere emozioni.

Poi arrivò il servizio militare. All’epoca era ancora obbligatorio, ma io non lo vissi affatto come un obbligo. Al contrario, lo consideravo una grande avventura. Fui chiamato in Marina e assegnato al Battaglione San Marco, una realtà estremamente selettiva dal punto di vista operativo e umano. Successivamente svolsi anche un breve corso presso gli incursori del GOI e venni inviato in Libano nell’ambito della prima missione italiana di peacekeeping.

Rimasi lì per due avvicendamenti. Il Libano rappresentò uno dei primi veri spartiacque della mia vita. Era un luogo segnato dalla guerra, dalle contraddizioni e da una straordinaria umanità. E, paradossalmente, proprio in quel contesto mi innamorai letteralmente di Beirut.

Quando tornai in Italia ripresi invece il sogno che avevo da sempre: volare. Avevo già conseguito il brevetto e c’è un particolare che racconta bene quanto quella passione fosse radicata in me: ho imparato a pilotare un aereo prima ancora di imparare a guidare un’automobile. Per un periodo svolsi attività come pilota privato. Poi arrivò un incidente con un velivolo da diporto dal quale uscii, posso dirlo senza retorica, quasi miracolosamente vivo. E lì quel sogno finì.

Dopo il volo è arrivata l’impresa, prima nel settore della produzione di abbigliamento, successivamente nella cartotecnica. Apparentemente mondi lontanissimi tra loro. In realtà, riguardandoli oggi, vedo un filo che li lega tutti: la curiosità, il bisogno di mettermi alla prova e soprattutto la necessità di comunicare. Perché alla fine, dopo divise, aerei, imprese e cambiamenti, ciò che mi ha sempre appassionato davvero è raccontare. Trasmettere un pensiero, provocare una riflessione, emozionare qualcuno. E probabilmente oggi tutto quello che scrivo e comunico nasce proprio dal patrimonio, a volte meraviglioso e altre volte doloroso, delle esperienze che ho attraversato».

Hai un passato da attore, poi nelle Forze Speciali della Marina e infine come pilota. Quale di queste esperienze ha lasciato il segno più profondo su di te?

«È difficile sceglierne una, perché ognuna mi ha lasciato qualcosa di diverso. Il mondo dello spettacolo mi ha insegnato il valore della comunicazione e dell’immagine. La Marina e l’esperienza operativa mi hanno insegnato disciplina, capacità di adattamento e soprattutto quanto rapidamente possano cambiare le prospettive quando ci si trova davanti alla realtà, non alla sua rappresentazione. Il volo, invece, mi ha regalato una forma particolare di libertà.

Ma probabilmente l’esperienza che mi ha cambiato più profondamente è stata il Libano. Quando sei giovane e ti trovi improvvisamente immerso in un Paese ferito dalla guerra, scopri molto rapidamente che il mondo è infinitamente più complesso delle categorie con cui eri abituato a leggerlo. Vedi paura, dolore e distruzione. Ma contemporaneamente incontri dignità, orgoglio, amicizia e una capacità quasi inspiegabile dell’essere umano di continuare a vivere. Beirut mi ha insegnato proprio questo: le persone sono quasi sempre più complesse delle etichette che attribuiamo loro. Credo che una parte importante del mio modo di osservare oggi politica, società e comunicazione nasca proprio da lì».

L’incidente a bordo di un velivolo da diporto ti ha costretto ad abbandonare il volo. Come hai vissuto quel momento e cosa ti ha insegnato?

«Per me il volo non era semplicemente un lavoro o un hobby. Era un sogno che avevo inseguito praticamente da bambino. Trovarmi improvvisamente davanti alla possibilità concreta di morire e, subito dopo, alla consapevolezza di dover chiudere quella parte della mia vita fu traumatico. Ricordo soprattutto una sensazione: il silenzio dopo il rumore. Un attimo prima esiste un progetto, una direzione, qualcosa che pensi farà parte del tuo futuro. Un attimo dopo devi accettare che quel futuro non esiste più.

All’inizio lo vissi semplicemente come la fine di un sogno. Con il tempo, però, ho capito che quell’incidente mi aveva lasciato una lezione molto più importante: non possiamo scegliere tutto quello che ci accade, ma possiamo scegliere cosa costruire dopo. Io ho dovuto reinventarmi. Ho fatto impresa, cambiato settori, ricominciato più volte. E alla fine sono tornato quasi inconsapevolmente al punto da cui ero partito: la comunicazione. Solo che questa volta non avevo più davanti una sceneggiatura da interpretare. Avevo una vita intera da raccontare. Ed è forse questa la differenza più importante: oggi non mi interessa comunicare semplicemente per essere visto. Mi interessa farlo per lasciare qualcosa a chi ascolta, anche soltanto un dubbio, un’emozione o una prospettiva diversa».

Come sei passato da esperienze così “estreme”, militari e di volo, al giornalismo e alla scrittura?

«A guardarla da fuori, la mia vita può sembrare una successione di mondi che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro: il set, la divisa, Beirut, gli aerei, l’impresa e infine la scrittura. Io, invece, ci vedo un filo molto preciso: la curiosità e una quasi irrinunciabile necessità di libertà.

Non sono mai stato particolarmente bravo ad accettare una strada soltanto perché era quella più logica da percorrere. Ho sempre avuto bisogno di vedere cosa ci fosse dietro la curva successiva, di conoscere persone, ambienti e realtà differenti. E soprattutto ho sempre avuto bisogno di creare qualcosa.

Recitando raccontavo una storia scritta da altri. Volando cercavo una libertà che difficilmente riesco a descrivere a chi non l’ha provata. Facendo impresa costruivo qualcosa partendo da un’idea. Oggi, scrivendo e comunicando, posso finalmente mettere insieme tutte queste esperienze e trasformarle in parole.

Per questo non considero il giornalismo e la scrittura una rottura con le mie vite precedenti. Li considero quasi il loro punto d’arrivo. Prima vivevo le storie. Oggi provo a raccontarle. E forse il vantaggio di essere arrivato alla scrittura dopo aver attraversato mondi così diversi è proprio questo: quando parlo di paura, rischio, ambizione, fallimento, amicizia o libertà, raramente ne parlo soltanto in astratto. Sono parole che, in modi diversi, ho conosciuto sulla mia pelle».

Quanto pesano, nel tuo modo di osservare la società e la politica, le missioni all’estero e la vita nelle Forze Speciali?

«Pesano moltissimo. Non tanto perché un’esperienza militare debba necessariamente determinare una visione politica, quanto perché ti costringe molto presto a confrontarti con la differenza enorme che esiste tra la teoria e la realtà.

In Libano ho imparato che dietro le grandi parole della politica ci sono sempre persone vere. Dietro una guerra ci sono famiglie. Dietro una decisione presa a migliaia di chilometri di distanza ci sono uomini che devono affrontarne le conseguenze. Dietro una divisa c’è una persona che può avere paura esattamente quanto te.

E quando vivi certe situazioni impari anche un’altra cosa: nei momenti difficili molte delle differenze che normalmente ci sembrano enormi diventano improvvisamente irrilevanti. Conta chi hai accanto. Conta sapere che puoi fidarti di lui. Conta non lasciare indietro nessuno.

Fratellanza, lealtà e senso di responsabilità non erano concetti da leggere in un manuale. Erano necessità. Credo che questo abbia influenzato profondamente anche il mio modo di osservare oggi la società e la politica. Diffido delle rappresentazioni troppo semplici, delle verità confezionate e delle persone che pretendono di dividere il mondo sempre tra buoni e cattivi. La realtà che ho conosciuto io era molto più complicata. E forse proprio per questo, ancora oggi, prima delle ideologie cerco di guardare le persone».

C’è un episodio particolare, vissuto in una di quelle vite precedenti, che ancora oggi influenza il tuo sguardo da giornalista e scrittore?

«Ce n’è uno che apparentemente non riguarda né una battaglia né un momento drammatico. Eppure è forse quello che ricordo con maggiore emozione.

Siamo nella Milano degli anni Novanta, quella della cosiddetta Milano da bere. Io ero diventato un giovane imprenditore. Stavo bene economicamente, ero sicuro di me e quella sera mi presentai in uno dei locali alla moda della città accompagnato da una ragazza decisamente “wow”. Insomma, per dirla con un sorriso, avevo perfettamente indossato il costume dello yuppie dell’epoca.

All’ingresso del locale c’era un figurante vestito da gorilla. Credo distribuisse delle drink card agli ospiti. A un certo punto questo gorilla si avvicina. Mi guarda. Mi appoggia quasi timidamente una mano sulla spalla. Poi si toglie la maschera. E in quel momento tutto ciò che avevo intorno scompare.

Era un ragazzo che aveva fatto parte della mia squadra a Beirut. Avevamo trascorso mesi insieme. Avevamo condiviso paure, notti difficili, tensioni, stanchezza e quelle esperienze che creano tra le persone un legame impossibile da spiegare a chi non le ha vissute.

Ci siamo guardati per qualche secondo. E sono scoppiato a piangere. Ci siamo abbracciati e quella sera non siamo praticamente più entrati nel locale. Siamo rimasti seduti sugli scalini a parlare, ricordare, ridere.

La ragazza con cui ero arrivato? Sparita. E forse, col senno di poi, è proprio questo il particolare che rende quella storia così importante per me. Ero arrivato lì con tutti i simboli esteriori di quello che allora poteva essere considerato il successo: soldi, sicurezza, un locale esclusivo, una bella donna accanto. È bastato un uomo dentro un costume da gorilla per cancellare tutto in pochi secondi e ricordarmi cosa avesse davvero valore.

Quella sera ho capito, ancora una volta, che la vita autentica quasi mai coincide con la sua rappresentazione. Ed è una lezione che porto anche nel modo in cui provo a scrivere e osservare la politica. Dietro l’immagine cerco l’uomo. Dietro lo slogan cerco la storia. Dietro ciò che appare cerco, per quanto possibile, ciò che è vero».

Hai detto che quando scrivi parti da una convinzione semplice: non basta scegliere un argomento interessante, bisogna saperlo far vivere. Cosa significa per te “far vivere” un articolo?

«Partiamo da una convinzione che per me è fondamentale: oggi l’informazione non manca. Manca, semmai, il modo di renderla interessante. Abbiamo uno smartphone in tasca che, nel giro di pochi secondi, può portarci praticamente ovunque e rispondere a quasi qualsiasi domanda. Il problema è che questa abbondanza di informazioni ha prodotto anche un paradosso: sappiamo tutto, o potremmo sapere tutto, ma spesso non abbiamo più voglia di ascoltare nessuno.

Per questo credo che un articolo non debba semplicemente spiegare un fatto. Deve farlo vivere. Significa accompagnare il lettore dentro una storia, fargli percepire un’atmosfera, provocargli una domanda, magari persino irritarlo. L’importante è che, arrivato alla fine, qualcosa gli sia rimasto addosso.

Troppo spesso leggo una forma di divulgazione che definirei quasi “wikipediana”: corretta, precisa, piena di informazioni, ma emotivamente piatta. Potrei trovare gli stessi dati digitando quattro parole su un motore di ricerca. Il giornalista, lo scrittore, il comunicatore devono aggiungere qualcos’altro: uno sguardo.

L’interesse non nasce soltanto da ciò che racconti. Nasce soprattutto da come riesci a raccontarlo. Puoi avere davanti la storia più straordinaria del mondo e riuscire comunque a renderla mortalmente noiosa. Oppure puoi partire da un dettaglio apparentemente insignificante e trasformarlo nella porta d’ingresso verso una riflessione molto più grande. È lì che, secondo me, comincia davvero la scrittura».

Preferisci un linguaggio diretto, comprensibile e, quando serve, provocatorio. Come nasce questo stile e cosa rifiuti della scrittura “accademica”?

«Confesso subito un mio difetto, ammesso che lo sia: detesto il pensiero unico, l’omologazione e quella forma di eccessiva educazione da cicisbeo rinascimentale che qualche volta trasforma la comunicazione in un esercizio di buone maniere anziché in uno scambio di idee.

Non significa essere volgari o aggressivi gratuitamente. Significa non avere paura delle parole. La comunicazione contemporanea ha cambiato le proprie regole. Le persone scorrono centinaia di contenuti ogni giorno e decidono in pochissimi secondi se concederti la loro attenzione. Puoi lamentartene oppure prenderne atto. Io preferisco prenderne atto.

Per questo utilizzo un linguaggio diretto. Quando è necessario anche provocatorio. Perché la provocazione, se contiene un pensiero, non è necessariamente un’offesa: può essere una sveglia.

Della scrittura eccessivamente accademica rifiuto soprattutto una cosa: l’idea che la complessità del linguaggio sia automaticamente sinonimo di profondità del pensiero. Non lo è. A volte utilizziamo cinquanta parole per dire qualcosa che potremmo spiegare con dieci. E quelle quaranta parole in più non ci rendono più intelligenti: rischiano semplicemente di allontanare chi ci sta leggendo.

Io voglio esattamente il contrario. Voglio che chi legge abbia la sensazione che qualcuno gli stia parlando davanti a un tavolo, guardandolo negli occhi. Se poi una frase lo costringe a fermarsi un attimo e pensare “Aspetta, questa cosa non l’avevo mai vista così”, allora probabilmente ho raggiunto il mio obiettivo».

Ti piace affrontare temi controversi e osservarli da prospettive diverse. Quanto è difficile oggi, nell’era della polarizzazione, mantenere questo approccio?

«È difficile perché oggi sembra quasi che prima ancora di ascoltare ciò che dici si debba stabilire da quale parte stai. Destra o sinistra. Favorevole o contrario. Amico o nemico. Come se tra due estremi non esistesse più nulla.

Io invece credo che il compito più interessante della comunicazione sia proprio entrare in quello spazio che sta nel mezzo, non necessariamente per essere moderati, ma per essere curiosi. Si può avere una posizione molto forte e, contemporaneamente, cercare di comprendere quella opposta. Anzi, secondo me una convinzione diventa realmente solida soltanto quando hai avuto il coraggio di metterla alla prova.

Il pensiero unico mi annoia perché elimina la domanda. E senza domande non esiste confronto. Esistono soltanto tifoserie. Affrontare un tema controverso con forme non convenzionali, magari attraverso una provocazione, un paradosso o una prospettiva inattesa, sviluppa invece la voglia di conoscere, di rispondere, di contraddirti e quindi, alla fine, di partecipare.

Non pretendo che chi legge un mio articolo alla fine sia d’accordo con me. Mi interessa molto di più che abbia voglia di parlarne. Viviamo probabilmente uno dei periodi più polarizzati della comunicazione moderna, ma proprio per questo credo che servano voci riconoscibili. Non necessariamente rassicuranti. Non necessariamente allineate. Ma capaci di suscitare qualcosa. Perché l’indifferenza, per chi comunica, è probabilmente il fallimento peggiore.

Franco Califano lo aveva sintetizzato molto meglio e con molte meno parole: “Tutto il resto è noia.” Era una canzone. Ma, a pensarci bene, potrebbe essere ancora oggi un ottimo manuale di comunicazione».

Ti occupi principalmente di politica, attualità, società e comunicazione. Quale di questi ambiti senti più tuo in questo momento?

«Probabilmente la politica, anche se per me politica, società e comunicazione ormai sono diventate tre stanze della stessa casa. La politica mi affascina perché è un banco di lavoro straordinario sull’essere umano. Dentro ci trovi ideali autentici, ambizioni, intuizioni, contraddizioni, vanità, strategie e, naturalmente, anche una discreta collezione di personaggi che sembrano usciti direttamente da un film di Fellini. Insomma, il materiale non manca.

La cosa che mi interessa maggiormente, però, non è raccontare semplicemente chi ha litigato con chi o quale dichiarazione abbia fatto il politico di turno. Mi interessa capire cosa c’è dietro: come nasce il consenso, come viene costruita una narrazione, perché una determinata idea riesce a coinvolgere milioni di persone mentre un’altra, magari altrettanto valida, muore nel giro di una conferenza stampa.

Perché oggi la politica vive un paradosso curioso: grazie ai social e alla comunicazione digitale è tecnicamente più vicina ai cittadini di quanto non sia mai stata, eppure spesso sembra emotivamente lontanissima. Abbiamo politici che possono entrare nel nostro telefono mentre facciamo colazione, ma qualche volta sembrano comunque parlare da Marte.

Credo che una delle mie ambizioni, attraverso quello che scrivo e comunico, sia proprio provare a costruire un ponte tra queste due realtà. Un ponte fatto di chiarezza, pragmatismo e anche di una certa dose di irriverenza. Perché la politica non può essere trattata come un ristorante turistico, con qualcuno davanti alla porta che ti prende sottobraccio cercando disperatamente di convincerti a entrare. “Venga, venga, abbiamo anche il programma del giorno!” La politica è qualcosa di tremendamente più serio: decide una parte importante del nostro futuro. E proprio per questo credo abbia bisogno di meno marketing vuoto, meno parole utilizzate esclusivamente per raccogliere consenso e molta più capacità di spiegare concretamente dove vogliamo andare e soprattutto come pensiamo di arrivarci».

Stai lavorando a un libro sulla comunicazione nell’era dei social network. Cosa ti ha spinto ad affrontare questo tema e quale tesi centrale stai sviluppando?

«Mi ha spinto una constatazione molto semplice: i social non hanno cambiato soltanto il modo in cui comunichiamo. Hanno cambiato chi ha il diritto di comunicare. Per buona parte della storia contemporanea esistevano dei guardiani all’ingresso dell’informazione. Per parlare a un pubblico numeroso dovevi avere un giornale, una televisione, una radio, un editore o qualcuno disposto a concederti spazio.

Poi è arrivato Internet. Ricordo ancora perfettamente persone serissime, o perlomeno convinte di esserlo, che sostenevano che fosse una moda passeggera. Alcuni probabilmente aspettano ancora che passi. Poi sono arrivati i social e quel cancello è praticamente saltato. All’improvviso chiunque poteva raccontare, commentare, denunciare, spiegare, divertire, emozionare.

Naturalmente questo ha prodotto di tutto. Ha dato voce a persone straordinarie che probabilmente non avremmo mai conosciuto. E, bisogna ammetterlo, ha dato voce anche a gente alla quale forse il silenzio donava moltissimo. Ma questo è il prezzo della libertà comunicativa.

Il libro che sto scrivendo nasce proprio da qui. Cerco di raccontare diversi prototipi della comunicazione social, mettendone a nudo punti di forza, debolezze, meccanismi psicologici e contraddizioni. Perché dietro un contenuto che diventa virale non c’è sempre casualità. Ci sono linguaggi, tempi, emozioni, identificazione, conflitto, curiosità.

La mia tesi centrale è che oggi il contenuto non basta più. Puoi avere un’informazione straordinaria e comunicarla così male da renderla invisibile. Oppure puoi prendere un argomento apparentemente marginale e, attraverso il modo in cui lo racconti, trasformarlo in una conversazione nazionale. Ed è inutile continuare a considerare questo fenomeno come qualcosa di secondario. La pubblicità, l’informazione, la politica e persino la costruzione della reputazione personale stanno progressivamente spostando il proprio baricentro verso la rete. Il mondo della comunicazione non sta aspettando che qualcuno gli dia il permesso di cambiare. È già cambiato».

Secondo te i social hanno cambiato radicalmente il rapporto tra politica e cittadini, oppure hanno solo accelerato dinamiche che esistevano già?

«Entrambe le cose. La politica ha sempre cercato consenso. Ha sempre utilizzato slogan, simboli, emozioni e appartenenza. Da questo punto di vista i social non hanno inventato nulla. Cesare aveva i suoi strumenti di propaganda, Napoleone aveva i giornali, i partiti del Novecento avevano manifesti e televisioni. Probabilmente, se Giulio Cesare avesse avuto TikTok, avrebbe attraversato il Rubicone facendo una diretta. “Ragazzi, piccolo aggiornamento, alea iacta est.”

Quello che i social hanno cambiato radicalmente è la velocità e soprattutto la direzione della comunicazione. Prima il politico parlava e il cittadino ascoltava. Oggi il politico pubblica e, tre secondi dopo, qualcuno gli scrive sotto che è un genio, qualcun altro che dovrebbe dimettersi e un terzo gli chiede dove abbia comprato la cravatta. È una rivoluzione.

Perché il cittadino non è più soltanto destinatario della comunicazione politica. È diventato commentatore, amplificatore, oppositore, sostenitore e qualche volta persino produttore della narrazione stessa. Questo rende la politica più trasparente ma anche più vulnerabile. Una frase sbagliata può attraversare il Paese in pochi minuti. Un video girato con uno smartphone può avere più influenza di un’intervista preparata per settimane.

E soprattutto è cambiata una cosa fondamentale: il monopolio della narrazione è finito. Non significa che tutto quello che circola sui social sia vero. Tutt’altro. Significa però che oggi esistono milioni di punti di osservazione e ignorarli sarebbe semplicemente miope. Il problema, semmai, è imparare a distinguere informazione, manipolazione, propaganda e semplice rumore. Ed è proprio qui che credo debba tornare centrale il ruolo di chi comunica: non dire alle persone cosa devono pensare, ma fornire loro abbastanza elementi per poter pensare.

Perché possiamo discutere per ore di algoritmi, piattaforme, influencer e intelligenza artificiale. Ma alla fine la domanda rimane antichissima: chi riesce a raccontare meglio una storia riesce molto spesso anche a influenzare il modo in cui quella storia verrà ricordata. E in politica questo significa, inevitabilmente, anche influenzare una parte del futuro».

Hai già pubblicato un romanzo. Vuoi raccontarci di cosa parla e cosa ti ha spinto a passare dalla saggistica e dal giornalismo alla narrativa?

«La colpa, se così possiamo chiamarla, è stata del maledetto Covid. Mi sono ritrovato chiuso in casa come milioni di persone e, siccome evidentemente stare fermo non rientra nelle mie caratteristiche genetiche, ho pensato che ci fosse un solo modo per evadere senza violare il lockdown: inventarmi un’altra realtà. Così è nato File Mercury.

È un thriller che parte dalle tensioni del Medio Oriente e dalla progettazione di un attentato contro l’Expo di Milano appena inaugurato. Ma fin dall’inizio volevo evitare il solito schema: occidentali buoni da una parte, terroristi cattivi dall’altra, agente americano invincibile e bandiera al vento nei titoli di coda. Troppo facile.

Così ho messo insieme due protagonisti che, sulla carta, avrebbero avuto ottime ragioni per considerarsi nemici: una donna del Mossad e un agente dell’intelligence iraniana. Israele e Iran costretti a collaborare. Un paradosso? Solo apparentemente. Perché volevo costruire la storia attorno all’idea che possa esistere qualcosa capace di superare persino le contrapposizioni geopolitiche più profonde: un nemico comune, il terrorismo, e un’arma comune, l’intelligenza.

Da quel momento comincia una corsa attraverso alcune delle città alle quali sono più legato o che considero narrativamente straordinarie. Beirut, naturalmente. Come avrebbe potuto mancare? Poi Istanbul, Atene, Parigi e infine Milano. Servizi segreti, doppi giochi, interessi incrociati, tradimenti e una minaccia tecnologicamente inquietante: nel romanzo l’attentato dovrebbe essere realizzato attraverso una sofisticata arma nucleare miniaturizzata.

E alla fine succede che… No. Quello te lo devi comprare. Un minimo di istinto commerciale, dopo tanti anni da imprenditore, lasciatemelo conservare.

C’è poi una coincidenza che ancora oggi mi mette una certa inquietudine. Poco tempo dopo l’uscita del libro, Beirut venne sconvolta dalla devastante esplosione del porto. Naturalmente si trattò di un evento completamente diverso dalla vicenda immaginata nel romanzo, anche se con cause maledettamente simili, ma vedere proprio quella città, così centrale nella mia storia e nella mia vita, devastata da un’esplosione gigantesca ebbe su di me un effetto straniante. Per qualche istante pensai: “Forse la prossima volta scrivo una commedia romantica”».

Cosa ti aspetti dal tuo secondo libro e, più in generale, dal tuo percorso di scrittore nei prossimi anni?

«Dal secondo libro mi aspetto qualcosa di molto diverso. Con File Mercury ho costruito un mondo immaginario utilizzando esperienze, luoghi e suggestioni reali. Adesso voglio fare quasi il contrario: prendere un mondo assolutamente reale, quello della comunicazione e dei social network, e raccontarlo come se fosse una grande storia collettiva.

Perché quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi è enorme. In pochissimi anni è cambiato il modo in cui costruiamo reputazione, consenso, successo, informazione e persino identità. Una persona può diventare conosciuta da milioni di individui senza essere mai passata da una redazione televisiva. Un politico può costruire una campagna elettorale dal proprio smartphone. Un ragazzo sconosciuto può raggiungere in una notte un pubblico superiore a quello di molte trasmissioni televisive. E contemporaneamente possiamo trasformare una sciocchezza in una crisi nazionale nel tempo necessario a preparare un caffè.

È magnifico. È terrificante. Ed è tremendamente interessante. Nel libro voglio raccontare proprio queste contraddizioni, individuando alcuni prototipi della comunicazione digitale, i loro punti di forza, le loro fragilità e soprattutto i meccanismi che ci portano a fermarci davanti a un contenuto invece di scorrere verso quello successivo.

Quanto al mio futuro da scrittore, non mi interessa particolarmente rinchiudermi dentro una definizione. Romanziere, giornalista, blogger, opinionista… Le etichette servono molto a chi deve compilare una biografia e un po’ meno a chi vuole raccontare qualcosa. Io vorrei continuare semplicemente a fare questo: osservare, capire e raccontare. E possibilmente continuare a divertirmi mentre lo faccio».

Se dovessi lasciare un messaggio a chi legge i tuoi articoli e ai giovani che vogliono scrivere di politica e società, cosa gli diresti?

«Direi innanzitutto di essere curiosi. Di leggere chi la pensa come loro, ma soprattutto chi la pensa esattamente al contrario. Di non innamorarsi troppo delle proprie convinzioni, perché quando una convinzione diventa intoccabile smette di essere un’idea e rischia di trasformarsi in una fede.

Direi loro di andare fuori, conoscere persone, viaggiare, sbagliare, cambiare opinione. Perché per raccontare la società bisogna prima frequentarla. E soprattutto direi una cosa semplicissima: mai annoiare.

Puoi avere l’analisi geopolitica più intelligente del secolo, ma se alla terza riga il lettore sta pensando a cosa mangiare per cena, hai perso. Scrivere di politica e società non significa rendere semplici problemi complessi. Significa riuscire a rendere comprensibile la complessità senza ucciderne l’interesse.

Bisogna studiare molto, verificare i fatti, conoscere ciò di cui si parla. Poi, però, bisogna dimenticarsi per un momento di essere davanti a un esame universitario e ricordarsi che dall’altra parte c’è una persona. Una persona che ha cento notifiche, venti video da guardare, messaggi da rispondere e probabilmente pochissimo tempo da dedicarti. Devi darle una ragione per fermarsi. Non necessariamente per essere d’accordo con te. Magari per arrabbiarsi. Magari per sorridere. Magari per risponderti. Ma deve succedere qualcosa.

Perché puoi essere contestato, criticato, persino detestato. La vera sconfitta, per chi scrive, è essere dimenticato trenta secondi dopo essere stato letto. E quindi, tornando alla regola numero uno: studiate, informatevi, siate liberi. Ma soprattutto… non rompete le palle al lettore».

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