Leggendo i libri di Roberto Roganti si ha la sensazione di trovarsi davanti a un autore che non ha mai avuto bisogno di scegliere una sola strada per sentirsi riconoscibile. Ha scritto poesia, ha frequentato il dialetto, ha raccontato ricordi, esperienze personali, cibo, luoghi e misteri, lasciando che ogni interesse trovasse la propria forma senza preoccuparsi troppo di entrare ordinatamente in una categoria.
È forse questo l’aspetto più umano del suo percorso: la scrittura sembra nascere da ciò che incontra, da quello che osserva e da quello che gli rimane addosso. Una persona, un modo di parlare, un luogo conosciuto, una situazione curiosa o una memoria possono diventare il punto da cui partire. Il libro arriva dopo, quasi come conseguenza del bisogno di trattenere qualcosa che altrimenti rischierebbe di perdersi.
Modena e l’Emilia fanno parte di questo patrimonio personale. Non vengono semplicemente utilizzate come ambientazioni, perché dentro molte pagine entra una familiarità più profonda, fatta di linguaggio, caratteri, ironia e piccoli gesti quotidiani. Anche il dialetto assume allora un significato affettivo: conserva un suono, un’identità e un modo di stare insieme che la lingua italiana non potrebbe restituire nello stesso modo.
La poesia mostra probabilmente il lato più scoperto di questo rapporto con le parole. In Appunti poetici di un fornicatore di anime Roganti ha scelto persino di rinunciare alla punteggiatura tradizionale, affidando al lettore il compito di trovare ritmo e respiro. Dietro quella scelta si percepisce il desiderio di non chiudere la parola dentro una forma troppo rigida, lasciandole invece la possibilità di essere ascoltata e interpretata.
Con il giallo cambia il passo, ma non necessariamente lo sguardo. Arrivano i delitti, le indagini, gli enigmi e personaggi ricorrenti come Grogghino, mentre resta viva l’attenzione verso le persone e ciò che accade intorno a loro. Il mistero tiene insieme la storia, ma a renderla vicina sono spesso gli incontri, le relazioni, le stranezze, i dialoghi e quelle debolezze che impediscono ai personaggi di sembrare semplici pedine utili a risolvere un caso.
Morte al Villaggio Giardino, Misfatto indigesto al Bulldog, L’inutile strage, Teatroci o morte e Quiz mortali all’abbazia di Nonantola appartengono a questa fase della produzione e mostrano quanto Roganti abbia trovato nel giallo uno spazio particolarmente adatto alla propria maniera di raccontare. Non perché tutto debba diventare oscuro o drammatico, ma perché un’indagine permette di entrare nelle vite degli altri, di scoprire ciò che nascondono e di osservare come reagiscono quando la normalità viene improvvisamente spezzata.
In Teatroci o morte Roganti compie anche un gesto che racconta molto del suo rapporto giocoso con la narrativa: inserisce nella storia se stesso e il proprio editore Alessandro Balzano. Realtà e finzione smettono così di stare su due piani separati e cominciano a divertirsi insieme. Dietro questo espediente si riconosce un autore che non sembra interessato a costruire una distanza solenne tra sé e il lettore, preferendo invitarlo dentro il meccanismo del racconto.
Anche quando guarda alla propria esperienza personale, come accade in Dal seggiolone al liceo in 100 passi, Roganti continua a utilizzare la scrittura come uno spazio nel quale conservare pezzi di vita. Il valore di un ricordo non sta necessariamente nella sua eccezionalità, ma nella capacità di restituire un’età, un sentimento, una persona o qualcosa che un tempo sembrava normale e che soltanto dopo si comprende quanto fosse importante.
Osservata nel suo insieme, la sua produzione non racconta soltanto un autore che ha sperimentato generi diversi. Racconta soprattutto una curiosità rimasta viva negli anni. Cambiano le forme, cambiano i personaggi e cambiano le storie, ma rimane la voglia di prendere qualcosa dalla realtà e concedergli una seconda vita sulla pagina.
Forse è proprio questo il filo più autentico che attraversa i libri di Roberto Roganti: non la necessità di dimostrare di appartenere a un genere, ma il piacere di raccontare. La poesia può diventare memoria, il dialetto può custodire una voce, un ristorante può trasformarsi nello scenario di un delitto e una persona incontrata quasi per caso può lasciare un dettaglio destinato a riapparire molto tempo dopo in un personaggio. Alla fine le storie funzionano spesso così: partono dalla vita, cambiano strada mentre vengono scritte e tornano al lettore con qualcosa di sorprendentemente familiare.
Non ho parole se non di vivido ringraziamento. Mi hai descritto alla perfezione e, confesso, un po’ commosso. Tu lo sai che io scrivo perché mi diverto, ma ho anche l’ambizione di lasciare ai posteri qualcosa, almeno il ricordo di Grogghino, vero o falso che sia. Grazie Elisa, di cuore.