Gli squishy hanno superato da tempo il confine della cameretta dei bambini. Morbidi, comprimibili, colorati e spesso irresistibili al tatto, oggi compaiono sulle scrivanie, nei video social e persino nelle mani di adulti che li utilizzano mentre lavorano, studiano o cercano semplicemente di scaricare un po’ di tensione. Eppure basta che una persona adulta ammetta di trovarli rilassanti perché qualcuno li liquidi ancora come “giochini da bambini”.
Dietro un fenomeno apparentemente leggero si nascondono domande meno superficiali: quando un giocattolo diventa uno strumento sensoriale? Il gesto ripetitivo di stringere e rilasciare un oggetto può realmente aiutarci a gestire la tensione oppure l’effetto dipende soprattutto dalla persona? E perché continuiamo ad attribuire un’età persino ai piccoli gesti che ci fanno stare meglio?
Ne parliamo con Maria Teresa De Donato, autrice che nelle sue pubblicazioni ha affrontato da prospettive differenti temi quali percezione, benessere, stress, unicità individuale, esperienza sensoriale e rapporto con sé stessi.
Dottoressa De Donato, partiamo dalla domanda più semplice solo in apparenza: uno squishy può essere considerato un vero oggetto sensoriale oppure l’espressione “gioco sensoriale” viene oggi utilizzata con troppa facilità dal marketing?
Uno “squishy” può essere considerato un vero e proprio oggetto sensoriale, poiché offre stimolazione tattile e può aiutare ad alleviare lo stress, rivelandosi quindi utile per il gioco sensoriale. Tuttavia, il termine “giocattolo sensoriale” viene talvolta usato in modo generico dagli esperti di marketing, il che può generare confusione su cosa costituisca effettivamente un articolo sensoriale.
In Dinamiche della Malattia e della Guarigione ha dedicato particolare attenzione al rapporto tra percezione, sistema di credenze e benessere. Due persone possono tenere in mano lo stesso squishy e una trovarlo rilassante mentre l’altra non provare alcun beneficio. Quanto conta la nostra percezione individuale quando attribuiamo a un gesto o a un oggetto un effetto calmante?
La percezione individuale svolge un ruolo fondamentale nel modo in cui sperimentiamo gli effetti calmanti di oggetti come i giocattoli sensoriali o di altre pratiche che mirano allo stesso risultato o a risultati simili. Fattori quali le esperienze personali, lo stato mentale e persino il background culturale possono contribuire a determinare se un giocattolo sensoriale risulti rilassante per una persona.Questi principi si applicano, comunque, anche ad altre pratiche come, ad esempio, la meditazione, gli esercizi di respirazione profonda, le pratiche yoga, il training autogeno, l’ipnosi e altre attività simili. Mentre c’è chi ne beneficia grandemente e riesce a rilassarsi e a sentirsi rigenerato, c’è chi – probabilmente già non credendo nell’efficacia di determinate terapie olistiche o metodologie – non ottiene alcun risultato perché non riesce né a concentrarsi sull’esercizio che sta facendo né, tantomeno, a rilassarsi. Queste persone, generalmente, proprio per ragioni legate alla loro personalità e, soprattutto, al loro sistema di credenze, non ottenendo alcun beneficio da certe pratiche, si convincono ancora di più della loro totale inutilità; questo, in contrasto con i milioni di persone che, in tutto il mondo, credendoci e attenendosi alle modalità delle terapie stesse, ne traggono invece grande beneficio a livello di salute e benessere.
Gli squishy vengono spesso commercializzati direttamente come “antistress”. La ricerca sugli oggetti da stringere mostra risultati non sempre uguali da uno studio all’altro. Secondo lei, sarebbe più corretto parlare di possibili strumenti di autoregolazione o di distrazione, piuttosto che definirli genericamente prodotti antistress?
A mio avviso, il termine “antistress” è stato usato e abusato e, di conseguenza, applicato anche in contesti inappropriati. Gli oggetti comprimibili possono essere considerati potenziali strumenti di autoregolazione poiché coinvolgono i sensi e possono aiutare a focalizzare l’attenzione, ma possono anche fungere da elementi di distrazione se non utilizzati in modo mirato. La loro efficacia dipende in larga misura dalle esigenze dell’individuo e dal contesto in cui vengono impiegati.
Nel suo Conquistare l’Invisibile affronta una realtà complessa come il disturbo da stress post-traumatico. Oggi la parola “stress” viene utilizzata per descrivere quasi ogni disagio quotidiano. Quanto è importante distinguere il normale bisogno di allentare una tensione momentanea da condizioni psicologiche o traumatiche che richiedono tutt’altro tipo di attenzione?
È fondamentale distinguere tra stress normale e condizioni psicologiche o traumatiche, poiché queste ultime possono richiedere trattamenti e supporto specialistici. Comprendere tale differenza aiuta a gestire efficacemente lo stress e a garantire un’assistenza adeguata per i problemi di salute mentale.Mentre lo stress, in generale, è diventato parte integrante della vita della maggioranza delle persone, soprattutto di chi vive in metropoli che hanno perso qualsiasi dimensione ‘umana’, e in cui ognuno di noi cerca di sopravvivere tra ritmi frenetici, traffico caotico, inquinamento acustico e ambientale e quant’altro, oltre a responsabilità familiari e professionali, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) è una condizione di salute mentale grave che può insorgere dopo aver vissuto o assistito a un evento traumatico, causando sintomi quali flashback, incubi, ansia grave e pensieri incontrollabili sull’evento. Quindi, mentre con lo stress in generale possiamo convivere o quantomeno cercare di gestirlo al meglio, nel caso di disturbo da stress post-traumatico, trattandosi di un problema molto più grave, in grado di sconvolgere la vita della persona che ne soffre e dei suoi familiari, deve esserne fatta quanto prima la diagnosi per intervenire prontamente. Si tratta, quindi, di livelli di stress di durata, intensità e gravità molto diversi.
L’AUTISMO visto da una PROSPETTIVA DIVERSA, scritto con Giovanni Tommasini, pone molta attenzione all’unicità della persona e mette in discussione anche alcuni automatismi con cui definiamo ciò che è “normale”. Gli strumenti sensoriali vengono spesso associati immediatamente ad autismo o ADHD. C’è il rischio di dimenticare che cercare determinate sensazioni tattili può appartenere anche a persone senza alcuna diagnosi?
Sì, c’è il rischio di trascurare il fatto che la ricerca di specifiche sensazioni tattili può manifestarsi in individui privi di diagnosi e i cui comportamenti non possono essere classificati tra i disturbi del neurosviluppo. Le difficoltà nell’elaborazione sensoriale possono sussistere indipendentemente da condizioni come l’autismo o l’ADHD, influenzando il modo in cui le persone interagiscono con gli stimoli sensoriali.
Proprio parlando di normalità, arriviamo a un aspetto curioso: un adulto può passare mezz’ora a far scorrere compulsivamente lo smartphone senza suscitare commenti, mentre, se tiene uno squishy sulla scrivania, rischia di sentirsi dire che sta giocando come un bambino. Perché, secondo lei, continuiamo a giudicare alcuni comportamenti innocui in base all’età della persona che li compie?
Si tratta di un fenomeno chiamato “Ageism” (dall’inglese ‘age’, ossia età) che, non avendo in italiano un corrispettivo, possiamo tradurre con l’espressione “discriminazione basata sull’età”. L’ageism si riferisce agli stereotipi, ai pregiudizi e alle discriminazioni nei confronti degli individui in base alla loro età, atteggiamenti che possono portare a giudizi inappropriati di comportamenti che, invece, sono innocui. Questa tendenza sociale deriva spesso da convinzioni culturali che associano determinati comportamenti a specifiche fasce d’età, rafforzando così percezioni negative e pregiudizi.
Quando il giudizio degli altri porta una persona adulta a rinunciare a qualcosa che le procura piacere, concentrazione o semplicemente qualche minuto di leggerezza, il problema è realmente l’oggetto oppure il significato sociale che abbiamo deciso di attribuirgli?
Il problema risiede spesso nel significato sociale che attribuiamo all’oggetto, piuttosto che nell’oggetto in sé. Il giudizio altrui può influenzare la nostra percezione e portarci ad abbandonare ciò che ci dà gioia, riflettendo il nostro conflitto interiore con le norme e le aspettative della società.Il fatto di soffocare determinati desideri e bisogni, innocui e che ci recano benessere e gioia, può portare a frustrazione, ad ansia e, potenzialmente, a tutta una serie di disturbi psichici e/o mentali con cui ci si deve poi confrontare e che richiedono l’intervento di specialisti e di conseguenti adeguate terapie.
Il titolo Oceano di Sensi appartiene naturalmente a un contesto narrativo molto diverso, legato anche alla profondità dei sentimenti e dell’esperienza umana. Prendendolo però come suggestione, quanto sottovalutiamo nella vita adulta il ruolo del tatto e delle piccole esperienze sensoriali quotidiane, privilegiando quasi esclusivamente ciò che vediamo e ascoltiamo?
Molte persone tendono a sottovalutare l’importanza del tatto e dell’olfatto, concentrandosi principalmente sulla vista e sull’udito. Queste esperienze sensoriali svolgono un ruolo cruciale nella vita quotidiana, influenzando il benessere emotivo e le interazioni sociali; trascurarle può portare a un senso di isolamento e a una qualità della vita ridotta.Se, come esseri umani, siamo dotati di vari sensi, è perché ciascuno di essi è indispensabile. Vanno, quindi, utilizzati tutti. Anche se in alcune occasioni potremmo preferirne uno in particolare, ciò non significa che gli altri debbano essere trascurati. È importante avere una visione realistica ed equilibrata in tal senso.
Stringere lentamente uno squishy significa concentrare per qualche istante l’attenzione sulla consistenza, sulla pressione esercitata dalla mano e sul modo in cui l’oggetto torna alla propria forma. Un gesto così semplice può diventare, per alcune persone, un modo per interrompere momentaneamente il flusso dei pensieri e riportare l’attenzione su ciò che stanno facendo?
Assolutamente sì. Stringere lentamente un oggetto morbido e deformabile (come uno ‘squishy’) può fungere da breve esercizio di ‘mindfulness’, reindirizzando l’attenzione sulla consistenza dell’oggetto, sulla pressione esercitata e sul suo lento ritorno alla forma originale, così da interrompere momentaneamente il flusso frenetico dei pensieri e tornare a concentrarsi sull’attività in corso.
In MENOPAUSA – I migliori anni della mia vita torna anche il tema del prendersi cura di sé e dell’affrontare una nuova fase dell’esistenza con maggiore consapevolezza. Perché crescendo sembriamo concederci sempre meno il diritto a utilizzare il gioco, la curiosità e il piacere sensoriale come parte normale della vita adulta?
Crescendo, le pressioni sociali e le responsabilità ci portano spesso a dare priorità al lavoro e agli obblighi rispetto al gioco, spingendoci a reprimere il nostro naturale impulso a dedicarci ad attività ludiche. Questo cambiamento è influenzato dall’autoconsapevolezza e dalla percezione che il gioco sia improduttivo, fattori che possono compromettere il nostro benessere generale e la nostra creatività.Per mantenere quanto più a lungo gioia nella nostra vita e un senso di benessere a salvaguardia della stessa salute, è importante preservare quel lato gioioso e leggero che è in noi sin da quando veniamo al mondo: la capacità di meravigliarci, di stupirci della Vita, delle bellezze che ci circondano, guardando alle cose semplici, alle forme delle nuvole nel cielo, ad esempio, proprio come ci suggerisce Giovanni Pascoli nella sua poetica del fanciullino. Analizzando le condizioni in cui il mondo versa al momento, capiamo che è proprio quel lato fanciullesco e puro che è andato perso, anche e soprattutto in noi adulti, e che dobbiamo assolutamente recuperare.
Racconti di Vita e Dintorni guarda anche alla quotidianità e alle esperienze che spesso acquistano significato proprio attraverso i piccoli particolari. Possiamo arrivare a considerare persino un oggetto apparentemente insignificante sulla scrivania come parte di un piccolo rituale personale di pausa, concentrazione o decompressione?
Sì, anche un oggetto apparentemente insignificante sulla nostra scrivania può diventare parte di un rituale personale che ci aiuta a fare delle pause, a concentrarci o a rilassarci. Attribuendo un significato emotivo ad azioni quotidiane, questi oggetti possono migliorare il nostro benessere e favorire una maggiore consapevolezza nella nostra routine.
Gli squishy sono anche un fenomeno commerciale e social molto forte. Come possiamo distinguere un oggetto che una persona sceglie perché trova realmente piacevole o utile da un acquisto suggerito semplicemente dalla moda e dalla promessa, spesso molto facile, di “eliminare lo stress”?
È difficile distinguere gli squishy commercializzati come antistress dagli acquisti dettati dalle mode, poiché entrambi si basano sulla stessa attrattiva sensoriale; tuttavia, chi li usa davvero spesso ne apprezza il comfort costante e personale che deriva dallo stringerli o collezionarli, mentre chi li acquista per moda segue le loro campagne pubblicitarie sui social media.
Esiste poi un’altra possibilità: qualcuno non vuole rilassarsi, ma semplicemente ama la consistenza di questi oggetti, li colleziona o trova divertente manipolarli. Dobbiamo necessariamente trovare una funzione terapeutica a ogni passatempo adulto per considerarlo legittimo, oppure dovrebbe bastare il fatto che procuri piacere senza danneggiare nessuno?
Il fatto che un’attività offra piacere senza nuocere a nessuno è spesso sufficiente a considerarla legittima. Non tutti i passatempi devono necessariamente avere una funzione terapeutica; il divertimento e la realizzazione personale possono essere ragioni valide per dedicarsi a determinate attività.
Pensiamo infine a un adulto che utilizza uno squishy quando è nervoso e che viene preso in giro proprio per questo. Che cosa gli direbbe: continuare a usarlo se percepisce che gli fa bene oppure interrogarsi sul motivo per cui sente il bisogno dell’approvazione altrui anche per un gesto così personale?
Se usare uno “squishy” aiuta a gestire il nervosismo, ci si deve sentire liberi di continuare a farlo. È importante rendersi conto che cercare l’approvazione altrui per le proprie abitudini personali può minare la propria autostima; bisogna, quindi, concentrarsi su ciò che funziona per noi, anziché sulle opinioni degli altri. Tuttavia, identificare le ragioni che si celano dietro certi comportamenti e rituali può essere molto importante per comprendere meglio noi stessi e avanzare nello sviluppo personale.
Se dovesse lasciare ai lettori una sola distinzione da ricordare, quale farebbe tra “giocattolo”, “strumento sensoriale” e “strumento antistress”? Sono davvero categorie separate oppure è soprattutto l’uso che ciascuno fa dello stesso oggetto a determinarne il significato?
La differenza principale tra questi oggetti risiede nella loro finalità e nell’obiettivo che si prefigge di raggiungere l’utente che li utilizza.Un giocattolo è concepito principalmente per il gioco, lo svago e l’esercizio dell’immaginazione. La sua funzione primaria è offrire divertimento o favorire lo sviluppo di abilità specifiche nel bambino — come la coordinazione motoria o l’interazione sociale — attraverso attività non strutturate. Sebbene un giocattolo possa avere un effetto calmante, il suo scopo fondamentale resta lo svago.Uno strumento sensoriale è progettato per fornire specifici stimoli sensoriali (tattili, visivi o uditivi) e per aiutare la persona a regolare il proprio sistema nervoso. Tali strumenti sono spesso utilizzati da individui con ipersensibilità sensoriale o autismo per “risvegliare” un senso ipostimolato o per calmare un senso iperstimolato. L’obiettivo è la regolazione funzionale, che consente all’utente di concentrarsi meglio o di sentirsi più radicato nell’ambiente circostante.
Uno strumento antistress ha lo scopo di ridurre la tensione, l’ansia o lo stress fisico. Questi strumenti si basano spesso su movimenti ripetitivi — come stringere una pallina antistress o azionare i tasti di un ‘cubo antistress’ — che aiutano a canalizzare l’energia nervosa o a offrire uno sfogo fisico alla frustrazione emotiva. L’obiettivo è la riduzione di uno stato negativo (ossia di stress), piuttosto che il gioco o la regolazione sistemica degli stimoli sensoriali.
Importante!!
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