“Lui non è là fuori. Lui è già qui. Lui ci osserva, Lui attende, Lui è ovunque”.

Bryan Bertino è un regista texano noto nell’ambito horror per aver diretto diverse pellicole di buon successo, quali l’home invasion The Strangers del 2008, il mockumentary Mockingbird del 2014 ed il monster movie The Monster del 2016, dei quali è anche sceneggiatore ed in un paio di casi produttore. Nel 2020 esce il suo quarto film da regista, ancora un horror, The Dark and the Wicked, che Bertino scrive, produce e dirige, e questa volta il regista decide di fare incursione nei territori del demoniaco. Il titolo, traducibile in italiano come L’Oscuro e il Malvagio, è già un manifesto programmatico dei contenuti insiti in questa cupa e disturbante pellicola rurale.

I fratelli Louise e Michael tornano nella fattoria di famiglia perché il padre è allettato ed incosciente e la madre comincia a manifestare strani comportamenti. Ella non sembra felice del ritorno all’ovile dei figli, e cerca in tutti i modi di indurli ad andarsene, pronunciando frasi apparentemente senza senso e suggerendo il fatto che non sono soli nella grande casa, ed essi non possono capire quello che veramente sta succedendo. Il giorno successivo la madre si suicida impiccandosi ad una trave della stalla, e dal ritrovamento del suo diario i figli cominceranno a vedere le cose con occhi diversi, mentre intorno a loro iniziano ad accadere fatti sempre più strani e spaventosi.

Presentato in anteprima mondiale al Fantasia International Film Festival di Montreal, Canada, il film è stato girato interamente in Texas, nella fattoria di proprietà dei genitori dello stesso regista. Le ambientazioni, molto d’atmosfera, e la fotografia opaca e cupa di Tristan Nyby, ci portano alla mente film dall’inquietudine spessa e palpabile quali The Witch di Robert Eggers del 2015, Lamb di Valdimar Jóhannsson, uscito l’anno successivo a quello di Bertino, e Speak No Evil di Christian Tafdrup del 2022. Le aspettative sono, quindi, altissime, e devo dire che all’inizio l’angoscia ed il turbamento la fanno da padroni, portandoci in una specie di microcosmo fuori dal tempo, in cui la vita dei quattro occupanti si svolge sospesa dalla realtà esterna, e la grande fattoria si pone come una sorta di prigione orrorifica dalla quale è impossibile scappare, se non grazie alla morte.

Louise è tormentata, ha una vita allo sbando, fuma una sigaretta dietro l’altra, e non sa manifestare il proprio affetto né alla madre né al fratello. Michael è sposato ed ha due bambine, è legatissimo alla sua famiglia, anche se pare sviluppare un certo senso di protezione nei confronti della sorella. Dopo il suicidio della madre diverse saranno le reazioni dei figli: Michael si sentirà schiacciato dagli eventi e, dopo aver provato a trasferire il padre in ospedale senza successo, deciderà letteralmente di fuggire dalla fattoria per tornarsene a casa, mentre Louise sembra volersi riscattare dal suo passato anaffettivo decidendo di restare lei ad occuparsi del padre, nonostante gli orrori che avvengono quotidianamente tra le mura di casa. I personaggi che in qualche modo si interfacceranno con loro saranno tutti, in un modo o nell’altro, contaminati dalla oscura presenza demoniaca che aleggia nella loro casa, dal tuttofare Charlie e sua nipote, a Padre Thorne, il cappellano locale, fino alla giovane infermiera che si occupa delle cure del padre malato.

Diciamo che ho apprezzato moltissimo lo sforzo che Bertino ha fatto per distaccarsi completamente dai suoi lavori precedenti e provare a creare un horror che si regga quasi del tutto sulle atmosfere, morbose ed oscure, che aleggiano ovunque, fuori e dentro la fattoria, finanche intorno agli stessi protagonisti, ovunque essi siano. Il film è un buon film, e questo è innegabile, ma, che vi devo dire, a me non ha convinto al 100%. Qualche bel sussulto lo fa fare, questo sì, ma mentre alcuni colpi di scena sono efficaci e notevolmente d’impatto, altri invece sono abbastanza telefonati, e certe soluzioni, evidentemente considerate ad effetto, a me non hanno invece stupito o sconvolto più di tanto. Sicuramente Bertino sa entrare nella psicologia dei suoi personaggi, che ben tratteggia, rendendoci così partecipanti attivi del loro dramma familiare, e questo ci serve per immedesimarci nell’oscura vicenda che ci scorre davanti agli occhi. Tecnicamente sa il fatto suo, ed il fatto di dirigere una sua sceneggiatura originale sicuramente lo aiuta a muoversi con maggior sicurezza, pur tuttavia la storia manca di una vera originalità che faccia aggrovigliare le budella, come era successo invece , ad esempio, con Calvaire di Fabrice Du Welz del 2004 o Martyrs di Pascal Laugier del 2008, e come succederà anche nei già citati Lamb e Speak No Evil. Qui si respira angoscia, sì, le atmosfere sono torbide e malsane, la fattoria respingente, ma purtroppo sa tutto un po’ di già visto e rivisto, ahimè, così tanto da riuscire a smorzarmi gli entusiasmi coi quali mi ero accinta alla visione dopo le molte voci esaltanti sentite in merito. Ho letto paragoni a capolavori quali L’Inquilino del Terzo Piano di Roman Polanski (1976), Alien di Ridley Scott (1979) o Il Sesto Senso di M. Night Shyamalan (1999), ma, sinceramente, non ve ne vedo qui che una sbiadita eco. Insomma, l’inizio promette meraviglie che però non vengono mai veramente mantenute, ed alla fine il senso di tutta l’operazione rimane un po’ vuoto, una sorta di galleria di immagini ed eventi scioccanti che non si concretizzano poi in un reale turbamento né in un finale sconvolgente e doloroso come quello del film di Tafdrup, sebbene anche qui disilluso e nero come la pece. Sicuramente Bertino non ci risparmia il dolore, non indora mai la pillola, distrugge gli animi e le speranze dei personaggi con una sicurezza spiazzante, ma, nonostante ciò, questo The Dark and the Wicked non mi ha toccato le viscere come mi sarei invece augurata.

Bravissima la protagonista, l’attrice californiana Marin Ireland, che debutta al cinema nel filmone di Jonathan Demme del 2004 The Manchurian Candidate, passando poi per titoli culto come Io Sono Leggenda di Francis Lawrence del 2007 o Effetti Collaterali di Steven Soderbergh del 2013. La sua Louise è una donna sola, disillusa dalla vita, che non riesce a crearsi legami affettivi e nemmeno a mantenere quelli che la vita le ha dato, e nemmeno a vivere una quotidianità normale e serena, con un posto di lavoro fisso. Sembra completamente distaccata dalla famiglia, salvo poi dispiacersi in maniera quasi eccessiva quando, come sottolinea il fratello, è ormai troppo tardi per tornare indietro e far cambiare le cose. Sarà per questo che si attaccherà con le unghie e con i denti al padre morente, unico affetto, a quanto pare, che non le sfugge, e nella cui solitudine ella ravvede la sua, riconoscendovisi. Se piuttosto fiacco e poco espressivo risulta l’attore che interpreta il fratello Michael, Michael Abbott Jr., lo stesso non si può dire di Xander Berkeley, il newyorkese che veste i panni dell’ambiguo Padre Thorne. Attore di notevole spessore, che ha lavorato, nella sua lunga carriera, con nomi del calibro di William Friedkin, Clint Eastwood, James Cameron, Bernard Rose, Rob Reiner, Ron Howard, Michael Mann, Michael Bay e Steven Spielberg, Berkeley ci presenta un sacerdote sussurrante e dalla voce tutt’altro che rassicurante, che si aggira regalando croci sugli angoli della strada, e che si presenta, nottetempo, davanti alla fattoria dei due fratelli, svelando così, sempre più, l’orrore che serpeggia in quei lidi. Con la sua espressione folle ed invasata non ha potuto non ricordarmi il famoso reverendo Henry Kane della monumentale saga di Poltergeist.

Insomma, il vero focus di questo The Dark and the Wicked è il disfacimento, psicologico e fisico, di un gruppo familiare qualunque, che viene scelto dal demonio come sua preda, il quale userà ogni membro come un giochino con cui divertirsi e poi buttare via, far scomparire in quattro e quattr’otto. Tanto che, soprattutto all’inizio, Bertino si prodiga nella visione dualistica di ciò che accade, facendoci interrogare più volte sul perché di certi fatti, se siano realmente causati dal demonio o piuttosto dalla mente disturbata e provata dei protagonisti, tutti, a loro modo, deboli ed indifesi davanti al corso dei drammatici eventi. Sicuramente è un film che vi colpirà, vi farà sussultare, forse, per i meno scafati, ci sta che riuscirà perfino a spaventarvi, ma, a ben guardare, dopo la fine resta ben poco da metabolizzare, a differenza di un film che aveva un finale molto molto simile a questo, il primo esperimento da regista di Lamberto Bava, Macabro, classe 1980. Lì lo shock di quell’ultimo sobbalzo era grande, qui un po’ meno, ecco, diciamo così. Coinvolgimento ce n’è, ma fino ad un certo punto. Dopo ci si perde nei cliché del genere e nella lentezza eccessiva di certe situazioni. Quindi, lo consiglio? Certamente sì, ma, se possibile, con aspettative più basse di quelle con le quali mi ci sono approcciata io, così da godere il buono che c’è senza però aspettarsi miracoli, che, ahimè, non avvengono.

Il film è attualmente disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video.

https://www.imdb.com/it/title/tt10229558

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