Curiosamente, si chiama Johnny Thunders come il chitarrista che contribuì alla nascita del movimento punk con le sue band dei New York Dolls e degli Heartbreakers il misterioso personaggio amante del vizio interpretato da Dougray Scott in Her private hell, che segna il ritorno alla regia di un lungometraggio cinematografico per il danese Nicolas Winding Refn a dieci anni da The neon demon, datato 2016.
E, come in quel caso, ci troviamo dinanzi ad un mix di horror e thriller psicologico, stavolta ambientato in una metropoli del futuro dove un’inspiegabile nebbia diffonde una presenza letale e inafferrabile: Leatherman, che arriva per uccidere giovani ragazze.

Presenza legata ad una cupa leggenda e di cui proprio Johnny, nella grande magione in cui vive, parla alla figlia attrice Elle alias Sophie Thatcher (la ricordate in Heretic con Hugh Grant e nel sottovalutato Companion?), al suo ritorno, a Dominique, matrigna di lei, e alla starlette Hunter, ovvero Havana Rose Liu e Kristine Froseth. Elementi che, con l’aggiunta del soldato Private K incarnato da Charles Melton e alla ricerca della figlia, l’autore di Drive e della trilogia Pusher sfrutta per concretizzare un’opera altamente personale finalizzata ad esplorare il complesso di Elettra, a differenza del suo Solo Dio perdona che tirava in ballo, invece, quello di Edipo. Sono dunque la difficoltà di approvazione maschile e il rapporto irrisolto con la figura paterna ad attraversare la circa ora e cinquanta di visione che costituisce Her private hell, accompagnato da una colonna sonora a firma di Pino Donaggio che non può fare a meno di rievocare l’atmosfera delle composizioni realizzate dallo stesso per grandi classici diretti da Brian De Palma.

Ma, come avvenne nel sopra menzionato The neon demon, con inclusa nel mucchio un’assurda escursione fantascientifica tempestata di astronavi e raggi laser che fa tanto Scontri stellari oltre la terza dimensione di Luigi Cozzi è in particolar modo la nostra celluloide di genere del passato ad essere omaggiata; a cominciare dai cromatismi di una fotografia che rimandano evidentemente sia al cinema di Mario Bava che a Suspiria e Inferno. Per non parlare – a proposito di Dario Argento – dell’omicidio alla finestra non poco simile a quello della sensitiva cui prestò il volto Macha Meril in Profondo rosso. Senza alcun dubbio una delle sequenze maggiormente memorabili dell’operazione insieme a quella in cui abbiamo un violento scontro corpo a corpo da action movie dinanzi ad un juke box. Eppure, nonostante l’affascinante e minuziosa composizione geometrica refniana delle inquadrature e la notevole attenzione per quanto riguarda i colori, con Leatherman quale allegoria delle strutture patriarcali oppressive, dei traumi e dei conflitti interiori Her private hell non si rivela altro che un elaborato in fotogrammi tanto pretenzioso quanto inesorabilmente lento e privo di capacità di coinvolgimento… oltre che altamente confuso e di difficilissima comprensione.