Rientrante tra i tre maggiori successi cinematografici coreani del 2026, Hope s’immerge nel remoto villaggio portuale di Hope Harbor, aprendo all’insegna del ritrovamento di carcasse animali e di resti umani disseminati a quanto pare da un ignoto bestione che sta seminando il caos nel posto.
È infatti uno scenario di devastazione quello in cui, impegnati a scovare il misterioso essere, vediamo agire il capo della polizia Bum-seok e l’agente Sung-ae, ovvero Hwang Jung-min e Hoyeon; mentre in una vicina foresta si mette sulle sue tracce un gruppo di cacciatori comprendente Sung-ki alias Zo In-sung.

Misterioso essere di cui, inizialmente, ascoltiamo soltanto i versi fuori campo che accompagnano le immagini di veicoli e altro scaraventati in aria; fino al momento in cui, superati circa tre quarti d’ora di visione, si rivela in tutto il suo splendore. Quindi, coloro che, leggendo la provenienza del lungometraggio dalla Corea del Sud, immaginavano di trovarsi dinanzi ad un monster movie molto dialogato e principalmente volto all’uso metaforico del colosso di turno alla maniera di The host di Bong Joon Ho dovranno ricredersi. In quanto, autore dell’horror Goksung – La presenza del diavolo e dei thriller The chaser e The yellow sea, Na Hong-jin privilegia il movimento fin dall’apertura, cominciando poi a permetterci di capire cosa stia accadendo una volta approdati alla seconda metà di Hope. E, se un’ultima sequenza ci attende nel mezzo dei titoli di coda, è un finale aperto per l’eventuale sequel a chiudere le oltre due ore e mezza che, non prive di spruzzate di splatter, vedono i volti internazionali di Michael Fassbender e Alicia Vikander sotto il trucco delle gigantesche creature.

Alcune delle quali ricordano in un certo senso i bluastri alieni del franchise Avatar, anche perché gli ottimi effetti speciali non hanno assolutamente nulla da invidiare alle più blasonate produzioni hollywoodiane. A proposito di blockbuster a stelle e strisce, poi, non mancano immagini che sembrano testimoniare un’influenza visiva proveniente da Independence day di Roland Emmerich, nel corso di un’operazione che fa dell’azione e della fanta-spettacolarità i propri principali ingredienti. Tanto che il notevole ritmo conferito dall’ottimo montaggio di Sun-Min Kim consente di non avvertire affatto l’eccessiva durata di Hope, abilmente orchestrato alternando confronti nel bosco e inseguimenti assortiti culminanti in quello teso ed emozionante pre-epilogo, che coinvolge contemporaneamente ai mostri in questione un’auto della polizia e un cavallo cavalcato.