Chiude su titoli di coda accompagnati dalla Un giorno dopo l’altro di Luigi Tenco e apre attraverso una dedica ai film di melodramma e di genere che ci hanno tenuto compagnia nel tempo La sera a Roma, terzo lungometraggio diretto da Enrico Vanzina dopo le commedie Lockdown all’italiana e Tre sorelle.

Stavolta, però, partendo da un suo omonimo romanzo cambia genere e sperimenta il giallo, filone già cavalcato più volte come co-autore degli script per i lavori firmati dal fratello Carlo (citiamo soltanto Mystere, Sotto il vestito niente e Tre colonne in cronaca).

Un giallo che, a cominciare dall’autunno, attraversa quattro stagioni ponendo al proprio centro un Massimo Ghini giornalista e sceneggiatore vecchio nostalgico di sinistra; il quale, a suo modo alter ego dello stesso Vanzina e convinto che cinema e giornalismo siano gli ultimi due baluardi della libertà, si ritrova coinvolto nelle indagini riguardanti un delitto. Quello di un ventinovenne barese interpretato da Riccardo Terrana, attore desideroso di entrare nel mondo del cinema che proprio lui è stato tra gli ultimi ad incontrare, su richiesta di uno dei più noti broker della finanza romana dal volto di Luca Ward. Da qui, man mano che apprendiamo che il protagonista porta avanti una relazione con una Rocio Muñoz Morales insegnante di pilates, nonostante sia marito di un’intellettuale francese incarnata dalla Florence Nicolas che i fan della celluloide popolare anni Ottanta ricordano come Florence Guérin, diversi sono i personaggi destinati a riempire la oltre ora e mezza di visione immersa in una capitale tricolore elegante e al contempo decadente. Tutti potenziali indiziati dell’assassinio: da Martina Stella e Nicoletta Romanoff qui principesse a cugine ad un Ricky Memphis collega dello stesso Ghini e assetato di scoop da cronaca nera, passando per un Vittorio Viviani marchese e per un Carlo Buccirosso sagace commissario.

A differenza dei precedenti gialli sfornati dalla premiata ditta Vanzina, però, La sera a Roma non nasconde una certa venatura ironica testimoniata proprio da alcune battute di Memphis e dalla figura di un Viviani che, sfoggiando una parlata richiamante in un certo senso quella dell’Alberto Sordi dell’episodio Pronto soccorso incluso ne I nuovi mostri, non può fare a meno di spingere a pensare rappresenti un omaggio alla Commedia all’italiana. D’altra parte, nel corso della scorrevole narrazione cui fanno da piacevole accompagnamento le musiche di Umberto Smaila e Silvio Amato viene anche osservato che registi spiritosi come Mario Monicelli non esistono più. Mentre, tra un Buccirosso che afferma “L’omicidio è solo un fatto di cronaca, siamo noi che cerchiamo di dargli un senso per farlo diventare storia” e perfino una buffa frecciatina rivolta alla stampa estera, la trama a base di segreti e relazioni clandestine non manca di ricordare che tutto si corrompe nella vita e che la nobiltà non può fare a meno dell’ipocrisia. Suggerendo la critica al mondo dei ricchi che rientra da sempre tra gli ingredienti basilari della produzione vanziniana. Perché, gradevolissimo atto d’amore da grande schermo nei confronti della Città Eterna caratterizzato da un certo velo di malinconia, La sera a Roma è a tutti gli effetti un lavoro del figlio di Steno. Tanto più che sotto la sua facciata di noir d’altri tempi apparentemente borghese non nasconde troppo la natura di incontro-scontro tra classi sociali profondamente distanti che ha fatto spesso la fortuna di coloro che ci hanno regalato Vacanze di Natale e Il pranzo della domenica.

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