Dal libro omonimo di Nicola Lagioia, a sua volta ispirato ad un fatto di cronaca, La città dei vivi parte da In un orfanotrofio a Sarajevo dove dei bambini aspettano di essere scelti dalle loro future famiglie. Una coppia sceglie quello che gli sorride, grande è la gioia di dare a quel bambino un futuro migliore.
Quel bambino è Luca Varani (Emanuele Maria Di Stefano),che ora ha poco più di vent’anni ed è in quella fase della vita in cui tutto è possibile e tutto sembra difficile e complicato. Ama moltissimo i suoi genitori Giuseppe (Valerio Mastandrea) e Silvana (Simona Senzacqua), lo vediamo dividere il suo tempo tra la fidanzata Marta Gaia (Gaia Merlonghi), gli amici, i lavori saltuari, lo studio e la famiglia.

Un ragazzo come tanti, con le sue indecisioni e le sue aspirazioni. Ma Luca ha anche un lato nascosto, la curiosità e la voglia di fare soldi facili lo avvicinano ad un giro di prestazioni in cambio di denaro. E proprio in questi giri incontra Manuel Foffo e Marco Prato. Da lì nascerà la tragedia. L’omicidio di Luca Varani è dunque il fatto di cui sopra che fa da base a La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini. Il film è molto diverso dal romanzo, reportage psicologico brutale su un delitto efferato, commesso senza motivo da Foffo e Prato. Un’analisi di un atto di violenza totalmente gratuito che ti spinge ad interrogarti sulla natura umana. Parla degli assassini, della famiglia, del degrado sociale di Roma, di corruzione e di aspetti psicologici. Gabbriellini si concentra invece solo su Luca e sul suo universo affettivo, senza giudicarlo. Tutto ciò che succede durante l’omicidio resta ai margini, la violenza non viene mai mostrata, solo percepita. Vediamo Luca accasciato, che si lamenta per il dolore, un’immagine fredda e asettica. Si vedono solo le conseguenze su chi resta: i genitori, la fidanzata.

Questa scelta non è sbagliata, anzi, quando si parla di cronaca nera si dà sempre risalto all’efferatezza a all’assassino e mai a chi fosse davvero la vittima. Il problema di La città dei vivi non sta però in ciò che dice, bensì in come lo dice. La sceneggiatura era dei fratelli D’Innocenzo, ma hanno deciso di ritirare la loro firma per le modifiche apportate senza il loro consenso. Gabbriellini, avendo scelto di concentrarsi solo su Luca, avrebbe avuto bisogno della tecnica dell’esperienza per dare a questo unico tema il giusto spessore. Senza l’approfondimento psicologico e il contesto attorno il lungometraggio risulta un po’ superficiale e non restituisce la profondità della matrice letteraria. Voleva essere intimo e doloroso raccontando l’assurdità del male, ma lascia tutto troppo sfumato e non riesce a far empatizzare. Dispiace dirlo, ma questo è il suo limite ed è un peccato, perché La città dei vivi aveva buoni spunti e le interpretazioni funzionavano. Bravissimo Emanuele Maria Di Stefano nel ruolo di Luca. Da vedere per il valore simbolico della storia, pur sapendo che non arriva fino in fondo a dove voleva andare.