Nella vigilia della Notte degli Oscar 2026, oltre al clima internazionale condizionato dalle attanaglianti tensioni in Medio Oriente per cui Hollywood a poche ore dall’inizio della cerimonia appare più gremita dalla presenza di squadre SWAT che dalle attese celebrità, si respira un clima d’incertezza in merito all’assegnazione dei premi più ambìti. Simbolo d’una industria fatua e vanesia, avvezza ad autocelebrarsi, secondo Marlon Brando che nel 1973 rifiutò l’Oscar come miglior attore protagonista per il trattamento discriminatorio riservato nella stragrande maggioranza dei western hollywoodiani agli indiani americani.

Fiore all’occhiello dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences agli occhi delle masse, allergiche ai dispendi di fosforo, abituate ad abbandonarsi a infecondi e puerili cortei d’entusiasmo collettivo. Ai limiti dell’assenso cieco allo star-system dilagante nella liturgia del red-carpet. Messa comunque in forse dalle questioni geo-politiche connesse alla guerra Usa-Iran. Col dispiegamento predisposto dalla polizia di Los Angeles insieme all’FBI per garantire la massima sicurezza all’intera area del complesso commerciale, dove troneggia il famoso Dolby Theatre, la sfilata all’insegna del glamour, delle tendenze di moda sugli scudi, degli strumenti dell’onnipresente concezione industriale, a braccetto delle trite e ritrite manifestazioni di fanatismo, risulta fuori luogo a parecchi addetti ai lavori abituati a operare ex ante, in itinere ed ex post dietro le quinte.

L’opportunità di un’inversione di tendenza – rispetto all’high fashion e al dress code degli abiti di pregio ghermiti dai flash dei fotografi, alla medesima stregua degli scatti wireless utilizzati dai telefoni cellulari d’ultima generazione, inclini ad assurgere al rango di stelle tanto gli attori in black-tie quanto gli sfavillanti profili di Venere con indosso un modello di Saint Laurent rosso vino come l’avvenente Zoe Saldana nella scorsa edizione della Notte degli Oscar – sposta l’attenzione sui parametri di giudizio congiunti all’assegnazione delle note statuette. In bronzo placcato in oro 24 carati raffiguranti l’iconico cavaliere in stile Art Déco mentre impugna la canonica spada appoggiandosi sull’evocativa bobina di pellicola coi cinque raggi volti a rappresentare le branche originariamente create per radunare le figure professionali della Settima Arte ritenute maggiormente indicative ed emblematiche: registi, attori, sceneggiatori, produttori, tecnici. A differenza del pubblico dai gusti semplici, sedotto dall’imperituro fenomeno del divismo proveniente dall’attitudine di ritenere gli interpreti dei film in lizza – da Leonardo DiCaprio candidato nella categoria del miglior attore protagonista per Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson a Elle Fanning nominata nella cinquina della miglior attrice non protagonista per Sentimental value di Joachim Trier – delle creature aliene a qualsivoglia tipo di preoccupazione per il legame tra conflitti e rincari ai danni del costo della vita, gli spettatori avvertiti hanno le idee chiare. Sia sui probabili messaggi pacifisti – riguardo i missili, i fuochi incrociati, le operazioni militari e le vittime mietute in giro per il pianeta dagli uragani di fuoco – con cui il mondo del divismo intende mutare segno in una coscienziosa piattaforma di artisti decisi ad anteporre il classico ramoscello di ulivo alla pianta mediterranea dell’alloro, attinente alla corona che cingeva nell’antichità i vincitori al ritorno dalla battaglia, sia sui criteri di assegnazione degli Oscar. Condizionati dalla cosiddetta Award Season. Contraddistinta dalle campagne promozionali dei film strategici, definiti “Oscar bait”, col colpo di gomito relativo allo spettacolo della recitazione preferito alle scelte espressive dei registi per convertire i film d’intrattenimento in pretestuosi casi culturali a scapito dei concorrenti caratterizzati dall’impronta autoriale. È il caso di Marty Supreme. Che punta tutte le sue carte sull’interpretazione del divo Timothée Chalamet nel ruolo del tennisvolista intento a scorgere nel ping-pong un mezzo di fulgido riscatto sociale.

Al contrario del biopic sportivo The smashing machine diretto da Benny Safdie, fratello di Joshua Safdie detto Joe reclutato in cabina di regìa dai produttori di Marty Supreme, balza agli occhi la necessità strategica di ricavare linfa dall’inclinazione popolare a individuare nei divi della levatura di Chalamet un veicolo di sogni ed ergo un antidoto contro gli incubi a occhi aperti esacerbati dalle zone di guerra sparse per il pianeta. In realtà il concorso recato da Dwayne Johnson sotto l’aspetto artistico nei panni del lottatore di arti marziali miste Mark Kerr in The smashing machine aderendo con sorprendente intensità al personaggio affidatogli trascende, nonostante la mancata candidatura, l’ipotetica scaltrezza della promozione. L’egemonia morale d’una interpretazione magistrale su ogni genere di promozione commerciale, giacché improntata ad appaiare l’arte della recitazione all’ubbidienza nei confronti del regista, eletto ad autore sulla base della capacità di veicolare il rapporto tra immagine e immaginazione nell’ambito della trascinante ed ermetica scrittura per immagini, non costituisce comunque il tipico “aglietto” col quale gli esclusi dalle nomination agli Oscar possono consolarsi. Casomai nella corsa alla statuetta per il miglior film, conteso dall’atipico horror coi riverberi musical-fantasy I peccatori di Ryan Coogler a Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, per la miglior attrice protagonista, con la bravissima interprete irlandese Jessie Buckley nelle vesti della strafavorita di turno per la mirabile performance in un film invece deludente sul piano registico, Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao, per il miglior attore protagonista, che suggella la ferma intenzione di Timothée Chalamet a scalzare la concorrenza di DiCaprio nonché di Michael B. Jordan in gara per il duplice ruolo dei gemelli di colore Smoke & Stack alle prese coi neo-vampiri all’epoca del Ku Klux Klan per la regìa di Coogler, affiorano degli spunti di riflessione curiosi. Concernenti in prima istanza la contraddizione di conferire alla cerimonia un tono sobrio per non trasmettere messaggi ed effigi d’inidonea sfarzosità in un contesto dominato dall’altissima instabilità, causata dai conflitti armati in attività nei compositi angoli della Terra, e parallelamente promuovere serrate campagne, denominate “For Your Consideration” (FYC), tralignate in machiavelliche battaglie di marketing tese ad assicurarsi, a furia di “hype” garantiti dall’Intelligenza Artificiale ed eventi predisposti ad hoc, il beneplacito dei votanti. In seconda battuta, a parte il rapporto tra immagine e immaginazione ad appannaggio degli autori con la “a” maiuscola scalzato dal bisogno di corrispondere all’immaginazione delle platee abituate ad accumulare vacui poster incentrati sullo star-system anziché maturare un autonomo giudizio critico sulla forza significante dei movimenti di macchina frammiste a ulteriori soluzioni lungi dal riconoscere all’esito sul grande schermo un biglietto da visita superiore a quello effettivamente procuratogli dell’apposita costruzione delle inquadrature, viene a galla la circostanza di porre l’accento su degli elementi comparativi degni di rilievo.

Per esempio, soffermandoci sull’assegnazione dell’Oscar per il miglior attore non protagonista, l’interprete svedese Stellan Skarsgård merita assolutamente di vincere la statuetta per la sensibile ed empatica prova fornita in Sentimental value nella parte di un regista che sa manifestare l’affetto per i vincolo di sangue e di suolo solo ed esclusivamente dietro la macchina da presa. Tuttavia a pesare sul piatto della bilancia sono le molteplici prove recitative fornite precedentemente in lingua inglese dall’attore svedese in film americani che hanno trionfato ai botteghini. È passato viceversa sotto silenzio il successo conseguito ai previi Golden Globe, reputati unanimemente una sorta d’anticamera degli Oscar, dal bellissimo apologo sulla memoria storica/individuale L’agente secreto di Kleber Mendonça Filho con l’assegnazione del premio per il miglior attore protagonista in un film drammatico a Wagner Moura e del premio per il miglior film internazionale conseguito da questo inusuale giallo in grado di riuscire ad amalgamare il richiamo alla magia esercitata dal grande schermo sulla gente bisognosa di sognare per eludere nel buio della sala lo stress dovuto alle ingiustizie subite giorno per giorno, sulla falsariga di Nuovo cinema Paradiso, all’insinuante suspense delle rocambolesche pellicole d’impegno civile tipo Z – L’orgia del potere di Costa-Gavras. Se gli venisse assegnato l’Oscar per il miglior film internazionale il Brasile otterrebbe un inobliabile bis dopo la statuetta conseguita lo scorso anno da Io sono ancora qui. Nondimeno la vera sorpresa sarebbe sancita dall’assegnazione dell’Oscar al miglior attore protagonista a Wagner Moura al posto dei reclamatissimi Timothée Chalamet, Leonardo DiCaprio e Michael B. Jordan. Per Dostoevskij la poesia consiste nel saper razionalizzare l’assurdo. Sostenendo che 2 × 2 equivale sempre a quattro. Ma quanto sarebbe bello se, almeno per una volta, equivalesse a 5. Traendo spunto quindi dal suddetto diritto all’irrazionalità l’Oscar al miglior attore protagonista a Wagner Moura cementerebbe la sacrosanta prevalenza, una tantum, della persona sul personaggio. Dell’interpretazione tout court sulla vacua furbizia dell’ennesima promozione. La commissione del Ministero della cultura delegata alla selezione del candidato autoctono per rappresentare il Brasile nella corsa agli Oscar aveva dato la precedenza al film Manas diretto da Marianna Brennand al debutto come regista giacché sostenuto da Sean Penn, nelle vesti di produttore esecutivo, e dalla diva hollywoodiana Julia Roberts. Sensibile al tema della perdita dell’innocenza ribadita dalla tredicenne che si ribella all’atroce prospettiva della prostituzione nella foresta amazzonica. Alla fine, grazie al sostegno ricevuto tra le mura domestiche dall’attrice Fernanda Torres, protagonista dell’indimenticabile apologo sul legame col suolo natìo Io sono ancora qui, l’ha spuntata L’agente segreto.

Nella memoria dei cinefili usciti felici dalla visione d’un giallo che esula dall’ordinario rimangono diverse suggestioni. Dall’aderenza ai silenzi carichi di significato del ricercatore universitario, costretto a indossare i panni dell’impiegato nell’ufficio riconoscimento delle carte d’identità, di Wagner Moura, che ha fornito già una prova da pura affissione diciotto primavere or sono impersonando il comandante Roberto Nascimiento in Tropa de elite di José Padilha, alla sequenza nella quale le persone abitanti sotto falso nome nel condominio di Recife con la complicità della prodiga Dona Fernanda svelano il loro vero nome sulla scia dei fumi della cachaça e della reciproca intesa. Preferita alla diffidenza. Sino ad arrivare all’atmosfera di controversa festa del Carnevale. Scandita dal ritmo convulso del frevo e dalla dinamica percussiva d’ascendenza africana dell’altro timbro musicale per antonomasia nel Nord-Est di Pernambucu, il maracatu, che consente agli svariati timbri antropologici ed etnografici di amalgamarsi così ai movimenti di danza, a quelli di macchina da destra a sinistra, agli sviluppi imprevisti, alle paure ancestrali, all’approfondimento dei vincoli di sangue e di suolo parallelamente ai simboli della pace e della guerra. Altresì Wagner Moura, entrato nell’immaginario collettivo del cinema brasiliano con l’immagine fiera col berretto in testa raffigurante l’effigie del teschio e le due pistole incrociate ai lati snudando tremori e fermezza dell’uomo d’ordine chiamato ad affrontare i narcotrafficanti delle favelas di Rio de Janeiro, diviene ora ambasciatore in Nord America del clima di mistero diametralmente opposto, correlazionato all’interazione tra i movimenti di macchina e di danza, nel Nord-Est di Pernambucu. L’agente segreto approda quindi alla Notte degli Oscar sprovvisto dei favori del pronostico. Dell’appoggio delle major. Dell’ausilio delle campagne promozionali. Delle banalità scintillanti della propaganda. In compenso la fragranza dell’originalità, sancita dal carattere d’autenticità al pari del carattere d’ingegno creativo, immuni dalle beghe ravvisabili nelle imbarazzanti opere di persuasione, che tralignano nell’inidonea perorazione, puntano i fari sul cinema della riflessione. Sul modo di reagire alla piega sgradita degli eventi. Sull’impellente bisogno di recuperare una Memoria impermeabile ai motori di ricerca di Google e dell’intelligenza artificiale. Les jeux sont faits. Staremo a vedere se all’apertura delle buste la vena genuina di una cinematografia che esibisce ed esplora la dinamizzazione degli eventi legati ai vincoli di suolo e di sangue nei propri luoghi dell’anima, senza cercare santini in Paradiso in quelli altrui dove la reclamizzazione soppianta spesso la riflessione, andrà a istituire una carezzevole eccezione alla regola.

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