The Monkey è l’ultimo lungometraggio del regista Oz Perkins, figlio del grande Anthony di hitchcockiana memoria. Si tratta del suo quinto film, dopo gli horror February (2015), Sono la bella creatura che vive in questa casa (2016), Gretel e Hansel (2020) e il discusso Longlegs con Nicolas Cage (2024). In questo inizio 2025 Perkins fa uscire la sua personale rivisitazione di un racconto di Stephen King, La Scimmia, contenuto nella sua terza antologia dal titolo Scheletri, pubblicata nel 1985, sebbene il racconto avesse già visto la luce nel 1980 sulla rivista Gallery. Perkins prende spunto dalla storia di King per la sua prima incursione nella horror comedy, e ci consegna un film che, se di primo acchito può sembrare molto diverso da quelli precedenti, tuttavia, a ben guardare, ha la sua buona dose di cupezza e di ansia, che vengono solo in parte stemperate da qualche risata estemporanea.

Hal e Bill Shelburn sono due gemelli che hanno un rapporto molto conflittuale. Cresciuti senza il padre che, come dice la mamma Lois, “è uscito a comprare le sigarette e non è più tornato”, i due hanno caratteri diametralmente opposti: Hal è remissivo ed introverso, Bill spavaldo e arrogante, tanto che bullizza ed umilia il fratello ad ogni occasione, mettendolo spesso in ridicolo anche a scuola. Un giorno, nello sgabuzzino dove la mamma tiene stipate tutte le vecchie cose del padre, i due bambini rinvengono una scatola con dentro una scimmia a carica che suona il tamburo: molto presto si accorgeranno che quella scimmia dall’aspetto spaventoso non è un semplice giocattolo ma una vera e propria macchina di morte, infatti ogni volta che suona il tamburello qualcuno muore in modo tragico. Da quel momento in poi la vita dei due fratelli Shelburn non sarà più la stessa e tutte le volte che penseranno di essere riusciti a liberarsi della scimmia si accorgeranno che non è poi una cosa così semplice.
Già nel 1984 il regista Kenneth J. Berton aveva tentato una trasposizione cinematografica del racconto di King col suo The Devil’s Gift che però è decisamente meno attinente all’originale rispetto al film di Perkins, che comunque se ne distacca in moltissime parti. Prima di tutto nel racconto manca completamente il lato ironico, che Perkins ha voluto inserire nella sua opera, e che ci riporta, in certo qual modo, a quei teen horror Anni Ottanta che tanto ci piacevano, uno fra tutti l’iconico Ammazzavampiri di Tom Holland del 1985 ma anche, sempre dello stesso Holland, il primo capitolo della saga dedicata al demoniaco Chucky, La Bambola Assassina del 1988. Perkins decide quindi di innestare l’ironia nella nerissima storia di King, ma questo non toglie assolutamente alla sceneggiatura (firmata dallo stesso Oz) quella cupezza di fondo che contraddistingue il racconto.

The Monkey è prima di tutto la storia di una famiglia, una famiglia un po’ disastrata, e del rapporto fra due fratelli, che non va come propriamente ci si aspetterebbe che andasse. Il loro strampalato legame familiare si regge in piedi finché a loro ci pensa la madre, Lois, ma quando dovranno pensare a se stessi il tutto andrà degenerando. È un film che fa riflettere sulla solitudine, sulle dinamiche della gelosia, dei sensi di colpa, sulle auto convinzioni che possono portare alla morte. Perché in fondo, a ben guardare, quella scimmietta che suona il tamburo non è poi così terribile come sembra, ma impersona la vita, che dà e toglie senza chiedere nulla, rappresenta lo scorrere dei nostri destini, imperscrutabili, che, se possono essere forzati dalla mano di qualcuno, tuttavia di base tutti lì convergono, al capolinea, dove ci aspetta il Cavaliere della Morte col suo pallido cavallo verdastro. “Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra” Apocalisse 6, 7-8
Ed è proprio con questo che gioca Oz Perkins, coi concetti di Morte, Vita e Destino, cercando di non prenderli troppo seriamente, come aveva fatto King, ma rendendoli parte di una sorta di burla cosmica delle quale bisogna imparare a ridere per vivere la vita nel miglior modo possibile. Sul finale, gli Anni Ottanta ritornano prepotentemente, nella grande casa piena di trabocchetti e trappole mortali dove si è trasferito a vivere Bill, ormai uomo, ma anche qui la serietà non manca affatto, ed è rappresentata dal rapporto padre/figlio, estremamente delicato e conflittuale, tra Hal ed il figlio Petey, che vive con la madre e che lui vede pochissimo. Insomma, l’apologia di morti super fantasiose alla Final Destination rende indubbiamente divertente il film per coloro che si compiacciono di gore e splatter, la parte comedy non è invasiva ma anzi molto gradevole, ma chi ha amato le torbide atmosfere tratteggiate da Perkins nei suoi lavori precedenti, con uno zampino caprino sempre in zona Satana, non potrà che ritrovare anche qui l’aura sulfurea che caratterizza il cinema di questo interessante autore contemporaneo, dove il Diavolo, in un modo o nell’altro, non manca mai. E qui è emblematicamente rappresentato dalla scimmietta che, a differenza del racconto kinghiano, suona il tamburello e non i piattini. Tante piccole differenze che però, per lo meno per quel che mi riguarda, non infastidiscono il lettore dello scrittore del Maine, perché la sua anima rimane eccome dentro l’intera opera.

Girato totalmente in Canada, il film vanta un cast interessante: nel doppio ruolo di Hal e Bill da adulti troviamo il bellissimo attore e modello di Oxford Theo James, il David della famosa saga horror-action Underworld. L’attore riesce perfettamente a caratterizzare entrambi i due fratelli, notevolmente diversi l’uno dall’altro, ed è assolutamente credibile in ognuna delle due parti, cosa che si può assolutamente affermare anche per l’attore che impersona i gemelli Shelburn da piccoli, il californiano Christian Convery, piccola star del folle Cocainorso di Elizabeth Banks del 2023. Eccezionale nel ruolo di Lois, madre di Hal e Bill, l’attrice canadese Tatiana Maslany, che ha iniziato la sua carriera lavorando con nomi del calibro di George A. Romero (Le Cronache dei Morti Viventi, 2007) e David Cronenberg (La Promessa dell’Assassino, 2007). Si segnalano anche i cammei di Elijah Wood e dello stesso Perkins, mentre in un ruolo a metà tra il grottesco ed il drammatico troviamo il Corey Cunningham dell’Halloween Ends di David Gordon Green (2022), Rohan Campbell.

Sebbene sia la sceneggiatura che la regia di The Monkey siano firmate da Oz Perkins, tuttavia l’idea della trasposizione della storia di King non viene direttamente a lui ma alla casa di produzione Black Bear Pictures, che vede tra i produttori James Wan il quale, dopo attente consultazioni con la sua squadra, decide di affidare il progetto a quel gran geniaccio del figlio di Norman Bates. E, devo dire, che, nonostante le innumerevoli critiche fatte al film da coloro che si aspettavano un altro esperimento del “non visto”, com’era stato Longlegs, a me invece The Monkey non è sembrato affatto uno scivolone del Nostro, ma anzi, ho apprezzato tantissimo il suo modo di mettersi in gioco, di cimentarsi con un cinema molto esteriore, diverso da quello che aveva fatto fino adesso, dove non solo non si cela nulla, ma anzi si mostrano apertamente le più aberranti morti, da gente decapitata a budella ed arti al vento, fino all’esplosione di una testa con una palla da bowling e un intero sciame di calabroni che si trasferisce dal suo osceno ed enorme nido nel corpo di un povero sprovveduto. Insomma, se con i film precedenti Perkins aveva giocato elegantemente per sottrazione, qui esagera, la butta, visivamente, in caciara, ma senza mai dimenticare chi è e quale sangue scorre nelle sue vene, facendo fluire da se stesso quella passione per l’horror a 360° che lo ha accompagnato fin dalla nascita.

Il finale apocalittico, completamente diverso da quello interiore e solitario del racconto di King, è un grosso valore aggiunto alla bellezza della storia, e lascia lo spettatore padrone di decidere su quale sarà la sorte della demoniaca scimmia che però, a ben riflettere, non può che essere una ed una sola, essendo lei stessa la figura emblematica della Vita e della Morte. Ci porta quindi ancora a riflettere, Perkins, come aveva fatto nei film precedenti, ma qui ce lo fa fare col sorriso sulle labbra, cosa che forse non sarebbe parsa tanto consona al venerabile Jorge da Burgos, ma ad Aristotele, che alla risata aveva dedicato addirittura un libro della sua Poetica, sicuramente sì: e chi siamo noi per criticare cotanto nome? Perciò bravissimo Perkins, per me, ancora una volta, hai fatto centro, e The Monkey non sarebbe potuto essere più bello di così.
Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Amazon Prime Video, Google Play Film, TIM Vision, Rakuten TV, YouTube e Apple TV ed in dvd Eagle Pictures.
https://www.imdb.com/it/title/tt27714946
