Ad evidente uso metaforico, il titolo Verity fa riferimento alla celebre autrice di libri Verity Crawford, in possesso dei connotati di Anne Hathaway.
Autrice che non sembra più parlare e riuscire a muoversi, tanto che viene quasi da pensare il suo cognome intenda essere un omaggio alla Joan Crawford che era costretta su una sedia a rotelle nel capolavoro dell’alta tensione Che fine ha fatto Baby Jane?, diretto nel 1962 da Robert Aldrich.

Del resto, come in quel caso è dinanzi ad un thriller al femminile che ci troviamo, considerando che a fare da ghostwriter per la donna finisce presto la scrittrice Lowen Ashleigh interpretata dalla Dakota Johnson della trilogia iniziata con Cinquanta sfumature di grigio. Ma è bene precisare che è dall’omonimo romanzo bestseller di Colleen Hover che prende le mosse Verity, dietro la cui macchina da presa abbiamo il Michael Showalter regista, tra l’altro, di The big sick – Il matrimonio si può evitare… l’amore no. E, oltre alla già citata Ashleigh, è con il Jeremy alias Josh Hartnett marito di Verity che facciamo conoscenza durante i primissimi minuti della oltre ora e cinquanta di visione. L’uomo, oltretutto, non manca di mettere al corrente la ragazza del fatto che lui e sua moglie si portano dietro un dramma legato alla propria prole; mentre, tramite una serie di flashback, apprendiamo i dettagli relativi alla nascita della storia d’amore con Verity. È infatti in particolar modo la voice over di quest’ultima ad accompagnare la lenta evoluzione narrativa costruita attraverso quelli che sembrerebbero suoi inquietanti appunti autobiografici.

Espediente che, però, contribuisce soltanto a rendere ulteriormente fiacco lo sviluppo dell’insieme, che dovrebbe in realtà tenere lo spettatore sulle spine nell’attesa che si capisca cosa effettivamente stia accadendo tra le mura dell’abitazione di Jeremy e Verity. Purtroppo, invece, ci si annoia soltanto e non basta qualche patinata sequenza erotica buttata nel mezzo per cercare di rendere più torbido il racconto. Verity non coinvolge e si rivela piuttosto scontato e prevedibile, tanto da non riuscire a sorprendere neppure quando sfodera l’inaspettato colpo di coda. In fatto di vicende pseudo-horror a base di protagoniste donne si è visto decisamente di meglio, di recente, in Una di famiglia – The housemaid di Paul Feig; qui, alla fine, il respiro generale non si discosta molto da quello dei tanti thriller sulla manipolazione (simili l’uno con l’altro) che vengono spesso proposti nei pomeriggi televisivi, soprattutto nel periodo estivo.