È una voce narrante che scopriamo immediatamente appartenere all’Adam principe di Eternia quella che introduce Masters of the universe, trasposizione per il grande schermo dei personaggi appartenenti all’omonima linea di giocattoli che generò negli anni Ottanta anche una popolare serie televisiva animata.

Trasposizione che in realtà non è la prima, in quanto già nel 1987 Gary Goddard diresse il dimenticabilissimo I dominatori dell’universo, con protagonista il Dolph”Ti spiezzo in due”Lundgren che troviamo oltretutto qui presente in una piacevolmente esilarante apparizione citazionista.

Ma, procedendo in ordine, l’Adam che abbiamo immediatamente in scena è un bambino di dieci anni dalle fattezze di Artie Wilkinson-Hunt addestrato dal Duncan interpretato da Idris Elba e che troviamo presto sulla Terra adulto, incarnato dal Nicholas Galitzine del Cenerentola di Kenneth Branagh e deciso a ritrovare la Spada del Potere da cui è stato separato. Spada che, come tutti sappiamo, gli consente di trasformarsi nel possente He-Man e di affrontare il malvagio Skeletor, il quale sta sottomettendo Eternia. Lo Skeletor decisamente fedele nel look a quello originale e sotto i cui spaventosi connotati si nasconde il vincitore del premio Oscar Jared Leto, affiancato dall’altrettanto malvagia Evil-Lyn alias Alison Brie. E, per la gioia dei fan mastersiani, non poche sono le figure della matrice di partenza riproposte in live action: dal Trap Jaw di Sam C. Wilson al Moss Man di Stephen Adentan, passando per il Tri-Klops di Kojo Attah, il Karg di Hugh Dante Dong, lo Spikor di James Apps, il Goat Man di Hafþór Júlíus Björnsson e il Pig Boy di Arun Bassi. Senza contare un Beast Man digitalmente ricreato e, nella squadra dei buoni di Masters of the universe, la Teela di Camila Mendes, il Ram Man di Jon Xue Zhang, il Fisto di Jóhannes Haukur Jóhannesson, la Maga Sorceress di Morena Baccarin, il Mekaneck di James Wilkinson e il Roboto in possesso nella versione originale del film della voce di Kristen Wiig.

Una voce femminile per un personaggio che conoscevamo come maschile, quest’ultima, che, insieme alla scelta di rendere nero il già citato Duncan, ci spinge dunque a pensare alle consuete scellerate imposizioni della cultura woke del XXI secolo, ma che, fortunatamente, non influiscono negativamente sul risultato finale. Perché, con tre ultime sorprese poste durante i titoli di coda e al loro termine, le circa due ore e venti di visione messe in piedi da Travis Knight finiscono per rappresentare uno dei più riusciti lungometraggi derivati dall’universo giocattolesco. Il regista di Kubo e la spada magica e dello spin off transformersiano Bumblebee, infatti, ricorre ad una tutt’altro che inadeguata ironia confezionando un’operazione in fotogrammi atta a non prendersi affatto sul serio; mentre gestisce a dovere il tripudio di effettistica in CGI nel privilegiare l’azione e il movimento. Il resto in Masters of the universe lo fa una colonna sonora di vecchie hit spaziante da Boys don’t cry dei Cure al successo anni Novanta What’s up? dei 4 Non Blondes, fino all’highlanderiana Princes of the universe dei Queen… e l’intrattenimento è assicurato sia per coloro che sono cresciuti maneggiando le action figure di He-Man e compagni d’avventure che per le nuove generazioni che potranno ora scoprire le vicende legate all’iconico castello di Grayskull dalla facciata richiamante un teschio.

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