Il fine della rappresentazione che emerge a primo acchito dalla visione del documentario Santi e vampiri diretto dall’ambiziosa regista Serena Porta, già abituata nei previi film dietro l’ardua ma stimolante macchina da presa a trarre linfa sul versante espressivo ed evocativo dalla suggestione a vari livelli attraverso percorsi di formazione scevri dalle idee prese in prestito, consiste nel riuscire ad accorpare la crudezza reale all’animazione ideale per approfondire la contrapposizione storica tra due figure agli antipodi.

La valutazione sulla riuscita dell’operazione risiede tanto nella resa dell’interazione tra informazione culturale ed esplorazione poetica, contraria sia in prassi sia in spirito alla mera logica attestativa connessa alla validazione di un’affermazione degna di rilievo mediante l’attestazione delle prove ivi congiunte, quanto dalla persuasione della scrittura per immagini giustapposta alla componente parlata costituita dal valore della testimonianza in merito al legame tra i corpi incorrotti dei santi e i vampiri.

La didascalia introduttiva, che distingue l’avvicendamento di rappresentazione ed esposizione dei resti umani, contraddistinti spesso da segni equivoci tutti da scoprire, dalla deleteria ostentazione, cede subito il passo al colpo di gomito dell’evocazione. Riscontrabile nel richiamo delle creature soprannaturali esibito, a scalare, attraverso l’attitudine a scrivere con la luce conforme alla componente cromatica portata ad effetto dall’alacre direttore della fotografia Luca La Volpe, l’inquadratura a sagoma incorniciata dalla finestra che richiama alla mente lo spazio limare in evidenza nell’incipit del western cult Sentieri selvaggi del guru John Ford e, last but not least, le sequenze animate, a cura del talentuoso Carlo D’Elia, in grado d’indagare su entrambe le figure estranee alla decomposizione dando linfa vitale alle incisioni d’epoca. La contrapposizione tra l’animazione di stampe antiche, che perdono la loro ieratica ed emblematica immobilità a favore di un inusitato dinamismo dell’azione veicolato ora da speculari zoom all’indietro ora da roboanti slow motion in avanti, con la sospensione emanata dalle canoniche statue, dalle maschere raccapriccianti dei vampiri, prodighe di dettagli perlomeno curiosi, dai dipinti che ritraggono i santi dai corpi incorrotti, alla base di dotte argomentazioni impreziosite dalla facondia dialogica dell’esperto di turno, risulta, stringi stringi, piuttosto programmatica.

Non a caso il viaggio corale all’ennesima scoperta dell’alterità, che stabilisce il passaggio da un mondo familiare a uno sconosciuto, scandaglia con cognizione di causa l’interpretazione diametralmente opposta l’una dall’altra riguardante l’incorruttibilità della carne senza però cogliere davvero appieno l’attenzione dello spettatore all’oscuro delle fonti antropologiche ed etnografiche. Necessarie ad afferrare i diversi nessi correlati alle reliquie sacre, ai corpi ritenuti posseduti dai vampiri che succhiavano la linfa dell’esistenza ai vivi, all’incapacità dei morti di decomporsi considerata la prova inoppugnabile del tocco attribuibile al Padreterno, alle pratiche d’inumazione estreme, dette apotropaiche, alle contaminazioni balcaniche. L’unione didascalica di spazi limari dalla familiarità specularmente distorta, per indicare le pertinenti transizioni d’identità, ed eresie stranianti, dovute all’idea legata alla concezione dell’anima per cui i defunti tornano a tormentare i vivi, risulta oltretutto sprovvista del tono coinvolgente dei narratori avvezzi ad attirare l’interesse d’ogni tipo di pubblico. La carenza di autorevolezza ed empatia nuoce all’assimilazione dell’informazione culturale. Di conseguenza il risaputo confine tra superstizione, religione e scienza veleggia sulla superficie. Anziché chiudere la gola agli agnostici, appassionare i credenti, suscitare dibattiti, mettere d’accordo cuore e cervello.

Le testimonianze di Francesco Paolo De Ceglia (storico della scienza), Pasquale Palmieri (storico dell’età moderna), Francesco Introna (medico legale), Mirko Lino (esperto di cinema e immaginario), Pierroberto Scaramella (storico delle religioni), Tommaso Braccini (filologo e studioso di tradizioni popolari), Giuseppe Ruggiero Luigi Garlaschelli (chimico e scettico), sebbene assemblate ad hoc dall’abile montaggio di Francesco Cannata per conferire il giusto ritmo col crescendo della narrazione che con lo scoperchiamento di realtà poco conosciute, tipo il controcampo mefistofelico dell’eterea farfalla, dovrebbe raggiungere lo zenith, tradiscono l’assoluta mancanza, giocoforza, del respiro e delle pause fondamentali per sancire un prodigo climax a supporto della concordanza tra eloquio ed ermetici silenzi. Il punto di fusione tra contemplazione e azione, riecheggiato modulando le indispensabili pause alla bell’e meglio, traligna quindi in un banale conflitto teologico privo di sugo. Santi e vampiri chiude perciò i battenti riducendo lo stantio incontro-scontro tra sacro e profano in un’informazione culturale assai ovvia che sostituisce l’assenza di formulazione elegiaca, chiamata a razionalizzare l’assurdo in barba a qualsivoglia impostazione pedante aliena al disvelamento della verità storica intrisa di spiritismo, con la muffa dell’arrangiato palcoscenico. Pieno di animazione. Ma povero di assimilazione ed emozione.

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