Regista molto attivo e specializzato nel genere horror, dopo aver diretto Revival, con protagonista il Michael Parè di Strade di fuoco, Dario Germani torna dietro alla macchina da presa con Antropophagus – Le origini, al contempo prequel e sequel dell’Antropophagus firmato nel 1980 da Joe D’Amato alias Aristide Massaccesi.
In una stanza d’ospedale è ricoverata Hanna, incarnata da Valentina Corti, giovane donna in evidente stato di shock che riceve la visita di due poliziotti cui prestano i volti Vittorio Hamarz Vasfi e Marco Aceti, i quali sospettano che abbia a che fare con la morte del compagno, letteralmente fatto a pezzi in casa.

Hanna scopre di essere incinta e decide di partire per allontanarsi da quanto sta accadendo. In auto raggiunge suo cugino Hugo, portato in scena da Salvatore Li Causi, che vive a Budapest. Egli le illustra la genesi della loro famiglia, i cui torbidi inizi risalgono all’Ungheria del 1948, così che la giovane dovrà affrontare un passato oscuro e una discendenza maledetta. Antropophagus – Le origini evidenzia il sorgere e il diffondersi di una genesi cannibale che consuma il proprio pasto nei sotterranei. La storia si raccorda al film di Massaccesi attraverso una breve ma significativa sequenza tratta direttamente dalla pellicola originale, in cui Klaus Wortmann aveva iniziato a tingere di sangue le acque del mar Egeo. Il lungometraggio si presenta affascinante sin dalle prime sequenze, poiché Dario Germani – oltretutto già autore di Antropophagus II – immerge lo spettatore in una realtà che si percepisce malata e ramificata, ove si segna il passaggio del testimone, rappresentato da un ciondolo di forma sferica che Hugo dona ad Hanna, gioiello pregno di significati appartenete ad una loro antenata.

Tutto infatti ha avuto inizio nel 1948, quando il giovane Klaus Wortmann, interpretato da Zsombor Naraykovac, e suo fratello, che ha le fattezze di Zsombor Fekete, provenienti dal campo di sterminio di Mauthausen devono nutrirsi per sopravvivere, e l’antropofagia diventa la loro consuetudine alimentare, oltrepassando qualsiasi etica per un bene superiore. Hugo ha fatto proprio il regime alimentare tramandatogli dal padre e cerca di trascinare nell’oscurità anche Hanna, figlia di Klaus, la quale, accortasi del sinistro comportamento, indaga sul suo conto, scoprendo alcuni inquietanti scavi nel giardino antistante la villetta in cui abitano. Interessanti le scorribande del cugino in cerca di prede in diversi locali notturni della città, caccia che deflagra nel sangue grazie agli effetti speciali di David Bracci, collaboratore di lungo corso del maestro Sergio Stivaletti, e che rendono giustizia alla vecchia scuola, rendendo malsana e disturbante l’atmosfera che si respira sia nei sotterranei della Budapest del Novecento, sia in quelli della casa occupata da Hugo.

Antropophagus – Le origini testimonia come Germani sappia maneggiare con estrema cura e rispetto il cult di Joe D’amato, approdando ad un finale che strizza l’occhio al passato nei minimi dettagli e manifestando una cura per le inquadrature che sottolineano ovviamente anche i cambiamenti che il tempo ha esercitato sui luoghi. L’impronta personale del regista c’è e la si nota soprattutto nei momenti in cui si raggiunge l’acme della violenza brutale, che straripa nella sadica e perversa eccitazione di Hugo mentre gioca crudelmente con le prede che ha catturato e messo in catene o mentre squarta le sue vittime nei sotterranei dell’abitazione. Da non sottovalutare, poi, la fotografia, ad opera dello stesso Germani, che tramite i tagli di luce rende malate e perturbanti le suggestioni che si provano nei tunnel di Budapest in cui i due fratelli Wortmann, dai tratti gentili, alimentavano simbolicamente il mostro che cresceva dentro di essi, segnando la genesi di una stirpe assetata di sangue.


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