Con il suo romanzo d’esordio “La Porta del Crepuscolo”, Eleonora Moccagatta ci trascina in un dark fantasy dove il soprannaturale è una lingua sotterranea che chiede di essere ascoltata. Abbiamo avuto un dialogo intimo sulla nascita di Kael e Aradia e su come la scrittura possa diventare il ponte tra la realtà e le verità dimenticate.

Come è nato il bisogno di scrivere questo libro, soprattutto pensando a passaggi come “non esiste silenzio quando la mente continua a parlare”?
Non è stato un momento preciso. Quella frase “non esiste silenzio quando la mente continua a parlare” non è nata per il libro. È qualcosa che esisteva già, prima ancora di iniziare a scrivere. Per me il pensiero non si ferma. Non si spegne. Torna, insiste, gira finché non trova uno spazio. Scrivere è stato quel punto. Non per farlo sparire, ma per dargli una forma. Per portarlo fuori, invece di tenerlo sempre dentro. Quando ho iniziato a scrivere “La Porta del Crepuscolo” non era un progetto. Non era qualcosa che dovevo fare. Era qualcosa che avevo bisogno di fare. E in realtà, mentre scrivevo, quel rumore diventava anche più forte. Più presente. Come se avesse finalmente trovato il modo di uscire. Ma è proprio lì che ho capito una cosa. Anche quando qualcosa sembra troppo pieno, troppo continuo, troppo difficile da gestire… si può comunque trasformare in qualcosa. Nel mio caso, in una storia. Non perfetta. Non semplice. Ma reale. E forse è questo il motivo per cui ho scritto questo libro.
C’è una forte componente introspettiva nei capitoli centrali: quanto c’è di autobiografico e quanto invece di costruito?
Non è facile separare le due cose. Non è autobiografico nel senso diretto, non sto raccontando me stessa o qualcosa che è successo davvero. Ma quello che c’è dentro… quello sì, è reale. Le sensazioni, il modo in cui i pensieri tornano, insistono, non si fermano. Quel tipo di pressione interna non è costruita. Quello che cambia è la forma. I personaggi, le situazioni, le scelte che fanno non sono la mia vita. Sono il modo che ho trovato per dare un corpo a qualcosa che, altrimenti, resterebbe solo nella testa. Scrivere, per me, è proprio questo. Prendere qualcosa che è difficile da definire e trasformarlo in qualcosa che si può vedere, seguire, attraversare. Quindi sì, c’è molto di vero. Ma non è una storia autobiografica. È una trasformazione.
Nel panorama editoriale attuale, senti che opere più intime come la tua trovano lo spazio che meritano oppure faticano ad emergere?
Non ci avevo mai pensato davvero, prima di pubblicarlo. Quando scrivi, pensi che la parte difficile sia quella. Trovare il tempo, andare avanti, arrivare alla fine. In realtà non è così. La parte difficile arriva dopo. Una volta che il libro esiste, ti rendi conto che non basta averlo scritto. Intorno ci sono tantissimi altri libri, tantissime altre storie, e emergere non è qualcosa che succede da solo. Nel mio caso, essendo autopubblicato, questo è stato ancora più evidente. Non credo che le opere più intime non abbiano spazio. Penso che esistano, e che abbiano valore. Ma spesso fanno più fatica ad arrivare, perché non sono costruite per attirare subito. Richiedono tempo. Attenzione. E a volte anche la disponibilità di fermarsi. E oggi fermarsi non è così scontato. Quindi sì, più che non avere spazio, credo che facciano più fatica a trovarlo.
Guardando avanti, che direzione immagini per il tuo percorso di scrittura e quali sono le tue ambizioni più profonde?
La direzione, per ora, è continuare. “La Porta del Crepuscolo” è solo il primo di tre libri, e sto già scrivendo il secondo. È una storia che non è finita, e che ha ancora qualcosa da dire. Allo stesso tempo, so che non resterò ferma lì. Ho già in mente qualcosa di completamente diverso. Una storia più personale, più vicina alla realtà. Ho un gatto malato, lo curiamo da anni, e mi è rimasta l’idea di raccontare quella esperienza dal suo punto di vista. Non so ancora se e quando succederà davvero, ma è una di quelle cose che restano lì, in attesa. Non penso alla scrittura come a qualcosa da adattare. Scrivo perché ne ho bisogno, e questo non cambierà. Non diventerò più “commerciale” per vendere di più, perché il punto non è quello. Se una storia funziona, è perché è rimasta fedele a quello che era all’inizio. E per me, l’unica ambizione reale è questa: continuare a scrivere senza tornare a rimandare.
