Nel suo saggio “L’ebbrezza che dissolve gli affanni e move l’animo dal profondo”, Teodosio D’Apolito riporta il vino a una dimensione profondamente umana. Questa intervista attraversa passato e presente, mostrando come il pensiero latino riesca ancora oggi a parlare di identità, emozioni e relazioni.

Nel tuo libro riporti il vino al centro di una dimensione quasi esistenziale, non solo tecnica. Quando scrivi che per i latini era uno “strumento di relazione, identità e cura dell’anima”, quanto senti che oggi abbiamo perso questo approccio?

Più che averlo perso, credo lo abbiamo nascosto sotto molti strati di comunicazione. Oggi parliamo di punteggi, vitigni, disciplinari, tecniche produttive, marketing. Tutte cose importanti, sia chiaro ma i Romani, prima ancora, vedevano il vino come un linguaggio. Era il modo con cui si stringevano alleanze, si celebravano gli affetti, si elaboravano i lutti, si discuteva di politica e di filosofia. Il vino aveva un valore sociale prima ancora che commerciale. Forse oggi non dovremmo inventare un nuovo modo di bere, ma semplicemente ricordarci perché abbiamo iniziato a farlo migliaia di anni fa: per stare insieme. Il vino è uno straordinario acceleratore di relazioni. Se perde questa funzione, rischia di diventare soltanto una bevanda tra le tante.

C’è un passaggio in cui emerge l’idea che bere significhi anche “ricordare, amare e discutere”. È una visione molto lontana dal consumo contemporaneo. È stata una reazione personale a ciò che vedi oggi nel mondo del vino?

In parte sì. Oggi spesso assistiamo a una sorta di consumo performativo: si beve per dimostrare di conoscere, per collezionare etichette, per raccontare l’esperienza sui social. È un meccanismo che riguarda molti ambiti della nostra società e il vino non ne è rimasto immune. Io invece continuo a credere che il vino sia soprattutto un pretesto. Il vero protagonista non è il bicchiere, ma ciò che accade intorno al tavolo. Le conversazioni, le risate, perfino i silenzi condivisi. Mi preoccupa quando il vino diventa un oggetto da esibire più che da vivere. Nel libro provo a recuperare questa dimensione, non per nostalgia, ma perché credo che il futuro del vino passi anche dalla sua capacità di tornare a essere un’esperienza umana prima che una prestazione culturale.

Il lavoro è molto ricco e stratificato, ma in alcuni momenti sembra quasi voler trattenere il lato più emotivo per restare ancorato alla precisione storica. È stata una scelta consapevole per non perdere equilibrio tra racconto e rigore?

Assolutamente sì. Da enologo sono abituato a diffidare delle affermazioni non dimostrate; da scrittore, invece, so che senza emozione i fatti rimangono inerti. Ho cercato di tenere insieme queste due esigenze. Non volevo scrivere un romanzo travestito da saggio, ma nemmeno un manuale accademico. Ho preferito che fossero i testi antichi a emozionare il lettore, senza forzarne continuamente l’interpretazione. Credo che la storia possieda già una forza narrativa straordinaria; a volte basta darle voce, senza sovraccaricarla.

Guardando al tuo percorso, tra enologia, teatro e scrittura, questo libro rappresenta un punto di arrivo o piuttosto un passaggio verso qualcosa di ancora più personale nel tuo modo di raccontare il vino e la cultura che lo circonda?

Lo considero un passaggio. Negli ultimi anni mi sono reso conto che il vino è diventato il mio modo di parlare dell’uomo. L’enologia mi ha dato gli strumenti, il teatro mi ha insegnato il ritmo del racconto, la scrittura mi ha permesso di unire tutto questo. Mi piace definirmi un enologo umanista, perché credo che oggi il vino abbia bisogno non solo di competenze tecniche, ma anche di essere interpretato culturalmente. Dietro ogni bottiglia ci sono antropologia, filosofia, storia, economia, psicologia: c’è una comunità intera. I libri che sto scrivendo vanno proprio in questa direzione. Vorrei costruire un piccolo percorso in cui il vino diventi una chiave per leggere il nostro tempo. Non perché il vino sia il centro del mondo, ma perché, osservandolo con attenzione, il mondo finisce spesso per riflettersi dentro un calice e, forse, è proprio questo il motivo per cui, dopo migliaia di anni, continuiamo a raccontarlo.

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Un pensiero su “Teodosio D’Apolito e “L’ebbrezza che dissolve gli affanni”: il vino come specchio dell’anima”

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