“Ci sono tre classi di persone: quelli di sopra, quelli di sotto, e quelli che cadono”.

Si può proprio definire un esordio col botto, il suo. Lui è Galder Gaztelu-Urrutia, regista spagnolo che dirige il suo primo lungometraggio nel 2019, il quale vince il premio come miglior film al prestigioso Festival di Sitges e quello del pubblico al Toronto International Film Festival. Distribuito in Italia da Netflix, Il Buco (El hoyo) ha avuto talmente successo che nel 2024 il regista ne gira il sequel, anch’esso disponibile su Netflix. Si tratta di una sorta di dramma horror esistenzialista che fa riflettere sul genere umano e sui rapporti che intercorrono tra le persone quando l’egoismo e l’istinto di sopravvivenza prendono il sopravvento in maniera brutale sulla solidarietà e le regole del vivere civile. Che piaccia o meno, Il Buco è sicuramente un film che porta a pensare, di cui, a prescindere da tutto, consiglierei la visione, fosse anche solo a scopo terapeutico.

Un uomo, Goreng, si risveglia in una struttura simile a una prigione insieme a un altro uomo, Trimagasi, al 48° piano di questo edificio fatto come una sorta di enorme ascensore. Trimagasi, che è lì già da un po’, spiega a Goreng che ogni mese vengono addormentati e portati ad un livello diverso, mentre una pensilina colma di cibo parte dal piano 0 per raggiungere pian piano ognuno dei livelli. Le persone mangiano quello che possono, prima che la pensilina scenda al piano successivo. Ovviamente più si è ad un piano basso, meno cibo arriva, e bisogna arrangiarsi a sopravvivere in ogni modo possibile, anche nei più brutali ed animaleschi. Dopo aver fatto la conoscenza di un’ex impiegata della Fossa, così soprannominata da coloro che vi sono rinchiusi, Goreng capisce che l’unico modo per uscirne vivi è portare tutti alla solidarietà spontanea, inducendoli a mangiare solo il necessario per sopravvivere in modo che il cibo possa arrivare ad ogni singolo livello, ma il compito che si prefigge non sarà assolutamente così semplice.

Il cibo viene presentato fin da subito come il vero ed assoluto protagonista della storia: preparato con cura, ricercato, vario e dalle perfette sfumature, ha però qualcosa di ripugnante, non è invitante, ci viene mostrato come bestiale, triviale, con le teste dei maiali grondanti sangue o i pesci mezzi squartati, ma anche i dolci tremolanti sono tutto tranne che appetitosi. Veniamo subito introdotti nel clima malsano della Fossa, dove ognuno dei detenuti, che sia volontario oppure no, può portare con sé un solo oggetto, che gli resterà per tutta la sua degenza. Goreng porta un libro, e non un libro a caso, ma quel Don Chisciotte della Mancia che combatte contro i mulini a vento, prefigurazione della crociata che tra poco si troverà ad intraprendere, col suo fido Sancho Panza, incarnato dal suo terzo compagno di cella, Baharat.

Sicuramente Gaztelu-Urrutia aveva ben presente l’Inferno della Divina Commedia, coi suoi gironi, quando ha realizzato la struttura della Fossa, dove ha immerso i suoi penitenti. In mezzo a qualche gesto di solidarietà, quel che maggiormente viene fuori è l’innato egoismo dell’uomo che bada prima di tutto ai propri bisogni, senza pensare minimamente al suo prossimo, e senza nemmeno valutare che il mese successivo potrebbe esserci lui al livello inferiore. Il cibo viene sprecato, distrutto, ingurgitato senza una regola, calpestato, vi ci si sputa dentro senza alcun rispetto per coloro che così lo riceveranno al livello più basso. Homo Homini Lupus, e mai questo concetto fu così ben stigmatizzato in un film recente. Del resto gli Spagnoli, si sa, hanno una bella sensibilità per fare horror, e sicuramente questa produzione spagnola emerge nel mare magnum di tanta robetta mainstream prodotta o distribuita da Netflix.

Ottimo e perfettamente centrato il cast, a partire dal protagonista, lo spagnolo Iván Massagué, uno degli interpreti del leggendario Il Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro (2006). Al suo fianco troviamo la brava attrice spagnola Antonia San Juan, nota per aver interpretato Agrado in Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar (1999). Bravissimo e particolarmente inquietante nel ruolo dell’anziano Trimagasi, l’attore, cantautore e conduttore televisivo spagnolo Zorion Eguileor. Non nomi eclatanti, quindi, ma sicuramente ben diretti e capaci di consegnarci delle interpretazioni che, nell’insieme del tutto, lasciano indubbiamente il segno. Molti sono i riconoscimenti che il film ha ottenuto dalla sua data d’uscita ad oggi, a conferma che il lavoro svolto dall’esordiente cineasta ha fatto centro, infatti lo stesso Gaztelu-Urrutia ha ottenuto vari premi come miglior regista (Sitges, Premio Ferroz). L’idea su cui si sviluppa Il Buco è davvero interessante e piuttosto originale, e rende la visione della pellicola, sebbene in alcuni punti molto lenta, avvincente fino alla fine, quando si cerca di svelare quale sia l’unico messaggio possibile per l’umanità. Goreng è una sorta di messia, e la bimba sul finale sembrerebbe rappresentare l’agnello senza peccato che dovrebbe fungere da messaggero per il mondo. Ma sarà davvero così? Il messaggio sarà recepito, e gli inumani sforzi di Goreng e Baharat avranno un qualche risultato?

Le scenografie sono tanto scarne quanto inquietanti e convincenti, i dialoghi ottimi e pregni di significato, a tratti quasi felliniani, atti a caratterizzare al meglio i protagonisti, mentre la maggior parte dei personaggi sembra restare sullo sfondo, come spettri o presenze senza nome, esseri che non ci si perita a uccidere o per il proprio tornaconto personale o per il bene comune, comunque sia la loro vita pare, a volte, valere meno di un tozzo di pane. Nessuna lettura politica, nessuna lotta di classe palese, chi sta ai piani alti il mese successivo potrebbe risvegliarsi ai livelli più infimi, ed il mese successivo ancora più in alto, quindi non ci sono classi sociali all’interno della Fossa, l’uomo ritorna alla sua natura primigenia, quella di animale in lotta per la sopravvivenza. Ma Goreng non ci sta. Lui è un intellettuale, ha scelto la cultura, è l’unico che abbia mai portato un libro dentro la Fossa, e quel libro gli diventa vero e proprio nutrimento, materiale e spirituale, che lo porterà a mettere gli ideali davanti alla propria vita. Cosa se ne tragga da questa sorta di esperimento sociale legalizzato rimane per buona parte oscuro, perché di fatto sul finale non si comprende se il messaggio che Goreng e Baharat hanno cercato di veicolare a tutti i livelli della Fossa sia stato effettivamente reperito o no. Purtroppo ogni tanto la sceneggiatura mente a se stessa, per far funzionare la macchina ormai messa in moto, ed in dei punti l’incredibilità è talmente tanta da non poter essere bypassata facilmente. Ci sono, dopo un po’, così tante contraddizioni che quasi fanno rabbia, tuttavia non si perde mai la curiosità su dove la storia voglia andare a parare. Insomma, metafore forse un tantino scontatelle tra egoismo ed altruismo, e qualche buco di sceneggiatura che serve a portare l’opera a compimento, ma direi che di fatto questi difetti possono essere accettati al meglio, considerando che ci si trova davanti ad un lungometraggio d’esordio.

Insomma, che piaccia o meno, che abbia o meno dei difetti, Il Buco è una pellicola che smuove le coscienze e porta a riflettere, ed in questo non si può quindi negare che Gaztelu-Urrutia ne esca assolutamente vincitore. Il Buco è un film da vedere. Non un capolavoro, come l’ho sentito definire con un po’ troppa dabbenaggine, ma sicuramente un film da vedere e su cui riflettere: e se al Terzo Mondo, invece di mandare solo le briciole, mandassimo tutto il nostro superfluo? Se ognuno si rendesse conto di quanto spreca nella volontà di esaudire tutti i suoi propri insaziabili appetiti, forse nel mondo tutti starebbero meglio, e la disparità tra livelli alti e bassi sarebbe decisamente meno netta. Riflettete, gente, riflettete, in attesa di vedere cosa ci verrà proposto ne Il Buco 2 dal nostro Galder Gaztelu-Urrutia.

Il film è attualmente disponibile sulla piattaforma Netflix.

https://www.imdb.com/it/title/tt8228288

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