Attraversare il genere noir in Illusione senza mai portarne davvero a effetto i tratti distintivi, riuscendo piuttosto ad anteporre la sensibilità soggettiva alla cupezza suggestiva, costituisce un rischio calcolato per l’avvertita ed esperta regista capitolina Francesca Archibugi. Artefice, nel suo debutto dietro la macchina da presa quasi quaranta primavere or sono, dell’arguto ritratto intimistico Mignon è partita. Imperniato sui vincoli di sangue e di suolo, sui cuori che, per dirla alla romana, “mozzicano” e sui passaggi d’età che fanno obtorto collo crescere. Ed è come se la tenace Archibugi sotto molti aspetti avesse continuato a battere su questo tasto nei successivi dodici film. Appaiando la forza significante del senso d’appartenenza connesso alle famiglie allargate dapprincipio riottosamente e ai fattori d’influenza degli esami comportamentistici stabiliti dalla ristrutturazione dell’identità insieme allo scandaglio introspettivo dei conflitti generazionali in Verso sera. All’egemonia della leggerezza scelta al posto dell’inane pesantezza per delineare lontano dalle secche dell’enfasi di maniera con Il grande cocomero l’interazione tra comprensione e motivazione d’uno neuropsichiatria dell’infanzia ispirato alla figura professionale ed eminentemente umana di Marco Lombardo Radice.

Passando poi dal tema dell’incomunicabilità in Con gli occhi chiusi alla disfunzionalità domestica ghermita dalla tossicodipendenza ne L’albero delle pere. Dal bisogno della gente comune reduce dal termometro umbro del 1977 di trarre linfa dal valore terapeutico dell’umorismo per ricostruire le basi per le case e le dinamiche relazionali in Domani al percorso verso la maturità legato alla scoperta dell’alterità della geografia emozionale in Lezioni di volo. Dall’amicizia scandita dalla reciproca tachicardia tra uno sceneggiatore avvezzo all’alta densità lessicale e un elettrauto che comunica cosa ha dentro soprattutto con gli eloquenti silenzi in Questione di cuore alla dinamizzazione degli eventi intimi congiunti a un annuncio provocatorio per i labili intellettuali militanti con Il nome del figlio. Dalle nuove generazioni che le cose, anziché farle succedere, attendono nella confort zone che succedano ne Gli sdraiati alla precarietà materiale della periferia lenita dallo spirito mordace in Vivere. Dalla struttura a incastro della narrazione incentrata sulla fermezza dell’autodeterminazione della resistenza passiva correlata all’eutanasia dinanzi alla cedevolezza dei ricordi passati con Il colibrì. Sino ad arrivare a Illusione.

Il nodo da sciogliere adesso perciò risiede, ai fini d’un’attenta disamina critica, nel capire se trattando il tema della prostituzione minorile con un dispiego di mezzi finanziari d’assoluto rilievo al servizio dell’attenta scrittura per immagini, senza però servirsi dei richiami chiaroscurali alla stregua di solerti convertitori delle ragioni d’incertezza sul prosieguo d’un thriller girato in chiave cosmopolita in saldi coefficienti spettacolari, la coriacea Archibugi abbia pagato dazio a una mesta involuzione sul versante stilistico ed espressivo o, viceversa, si sia servita d’una inversione di tendenza perlomeno curiosa per ricavare dall’avvicendamento tra poliziesco internazionale e quadro provinciale un antidoto alla deleteria sensazione di déjà vu. Corre subito l’obbligo di sgombrare il campo dell’analisi in tale ottica da qualsivoglia analogia di Illusione coi triti pastrocchi dei nani sulle spalle dei giganti. Infatti sin dall’incipit ambientato a Strasburgo, in un set ghermito all’esterno dalla folla scalpitante, nel quale s’intrufola la sedicenne Rosa Lazar alias Angelina Andrei incrociando lo sguardo con la giovane diva di turno in procinto di compiere un volo d’angelo sorretta secondo copione tramite l’apposita imbracatura dai canonici ganci metallici, emerge l’efficacia della componente immersiva ed evocativa al riparo dalla pigrizia degli spunti attinti al carattere d’ingegno creativo altrui. Quando il focus dell’attenzione si sposta a Perugia allo scopo di ricollocare l’ingenua ed elegante Rosa Lazar esamine sul ciglio della strada, a un tiro di scoppio delle fratte, scambiata per morta dai poliziotti in attesa del medico legale, apostrofati dal vicequestore franco di cerimonie Pizzicò impersonato da Filippo Timi accoppiando al gioco fisionomico la pronuncia consonantica locale, affiora casomai l’attitudine della Archibugi a “ricicciare” gli stilemi esibiti motu proprio palmo a palmo nel corso d’una carriera artistica votata al timbro minimalista a braccetto sovente, nell’ultimo periodo, del flusso di coscienza ravvisabile nella dolorosa gestione della reminiscenza. Trattare il labirinto d’ipotesi, l’intreccio di piste indirizzate dal classico filo di Arianna, la catena causa-effetto condizionata dal gioco geometrico dell’intrigo, la tendenza ad allargare gli spazi dell’immaginazione in conformità col gaudio cerebrale del puzzle, da riempire palmo a palmo, prendendo le distanze dalla tentazione dell’iperbole per privilegiare una sobria ed emblematica atmosfera d’attesa alla roboante ed ennesima ricerca del tempo perduto caro a Proust, può allontanare tanto gli spettatori sedotti dalla trasfigurazione lirica del reale quanto il pubblico semplice a cui piace stare sui carboni ardenti.

L’utilizzo quindi dei movimenti di macchina da destra a sinistra, che preannunciano l’irrompere di sviluppi imprevisti dall’indocile sostituta procuratrice Cristina Camponeschi e dallo psicologo alieno al bieco carrierismo Stefano Mangiaboschi deciso a portare a compimento l’indagine interiore dell’avvenente poliglotta dallo sguardo cerbiattesco e dalle pose esteriori da ammaliante ninfa, vanno sottopelle. Al pari di alcune fluide carrellate esplorative che, scavando in filigrana negli enigmatici trascorsi, dalla miseria patita con l’amata madre in Romania, a Buftea, alla partenza per la Francia con l’empio parente spergiuro abituato a pescare nel torbido, ritraggono Rosa mentre sciorinare la grazia muliebre e arcana parallelamente a preoccupanti disturbi della personalità. A veleggiare in superficie sono, all’opposto, le modalità esplicative dei dialoghi. Talvolta ai limiti del ridicolo involontario. Nonostante la certosina cura dei particolari ravvisabile nella sceneggiatura redatta a sei mani dalla Archibugi col talentuoso romanziere Francesco Piccolo e l’alacre ed eclettica Laura Paolucci. La cui intesa nella fase ex ante, dal soggetto relativo a un trafiletto di cronaca nera alla descrizione per filo e per segno di tutti i dati concernenti i luoghi riflessivi dell’azione, balza agli occhi nell’inusitata destrezza d’impreziosire la critica sociale con la complessità del reale. Preferita ai colpi di gomito dell’ormai scontata trasfigurazione lirica del reale. La vicenda a ritroso della cosiddetta “vergine moldava” alla crescente tensione del soliti gialli grondanti avidità, odio e rivalsa preferisce spogliare l’effigie degli elitari club di mera facciata dalla veste cool dei dozzinali apologhi sulla falsa ricercatezza dell’immortalità, che funge di regola da volano dell’assunto, nonché dell’inidonea propensione ad attribuire meriti esagerati ai luoghi comuni sulla cupezza reputata alla moda. Michele Riondino si cala nel ruolo dello psicologo squattrinato e idealista corteggiato dalla “fatina bionda” Sara Lazar, rimproverato dalla moglie trascurata, attirato dalla femminilità celata della rigida donna di legge, sceso a miti consigli per amore della prole togliendo ogni vano surplus alla performance che avvicenda la repressione alla comprensione per aderire alla complessità reale dell’intero contesto ed ergo pure del personaggio.

Scevro dall’impasse di deleteri stereotipi. Jasmine Trinca, suggellando l’intesa già stabilita da donna a donna e da role model ad allieva con Francesca Archibugi nella serie televisiva La Storia in cui interpretava la maestra elementare rimasta vedova, aderisce al sottotesto della sostituta procuratrice che di soppiatto crede allo oroscopo ed esce pian piano allo scoperto, libera dalla sterile mania del controllo, sulla falsariga dell’aura di mistero sancita dalla calibrata combinazione di dignità e fragilità. L’innegabile coerenza stilistica, tematica ed estetica della Archibugi veicola la denuncia d’impegno civile sui parlamentari coinvolti nel giro delle baby squillo, il rapporto tra istituzioni e individui, la convivialità della casa famiglia salvaguardata dall’energica suora che accoglie l’inquieta Sara Lazar, rimasta in zona Cesarina priva di slanci a seguito dell’educazione affettiva impostale, nel solco dell’illusione destinata ad andare a carte quarantotto. Le battute conclusive, ribaltando la cupezza dell’unhappy end dovuto al caos svanito dei sentimenti parallelamente alle indagini concluse con l’ausilio dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale nell’inattesa dolcezza dell’happy end, tralignerebbe nei segni d’ammicco delle vacue soap-opera se sul piatto della bilancia non pesasse la solenne vena elegiaca dell’arzilla ed erudita Archibugi allorché i nodi riguardanti la connotazione ambientale di ciascun personaggio vengono al pettine. Strappando in egual misura risate e lacrime alle platee abituate a ridere tra le lacrime. L’epilogo di Illusione con l’incursione risolutiva nella disadorna cornice dell’esistenza d’ascendenza rurale, ratificata dai pollai, le galline, il recinto, la strada sterrata, la casetta in legno, sostenuta dai materiali di recupero, agli antipodi con l’ingannevole lusso delle dimore di perdizione, sciorina la fragranza dell’originalità. Che rispecchia grazie al concorso recato alla prova del nove dall’indispensabile geografia emozionale il bisogno di reagire alla piega raccapricciante del passaggio d’età sulla scia, al riparo dalle banalità scintillanti dell’inutile propaganda, del concetto operativo di solidarietà, condivisione ed empatia declinato a livello provinciale e morale.

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