Il regista cileno Juan Pablo Sallato firma il suo esordio alla regia con L’hangar rosso, un thriller politico che nell’arco delle ventiquattro ore successive al golpe dell’11 Settembre 1973 di Pinochet in Cile fa riflettere sul rapporto tra dovere e moralità.
Il film è ispirato all’autobiografia di Fernando Villagrán e rinverdisce le tematiche di Patricio Guzmán, a proposito di cui ricordiamo il documentario La battaglia del Cile e di Pablo Larraín con i suoi indimenticabili Post mortem e No.

Juan Pablo Sallato, dal canto suo, costruisce un thriller politico di raffinata fattura con un lavoro in sottrazione, non indugiando visivamente sulla pratica delle torture, ma gestendo la tensione attraverso il senso morale e le crisi di coscienza del protagonista: il Capitano dell’aeronautica Jorge Silva portato magnificamente in scena da Nicolás Zaráte. Il racconto de L’hangar rosso ha il suo abbrivio nella ricostruzione della notte dell’11 Settembre del 1973 con il colpo di stato militare in Cile. Da qui si ricollega l’ispirazione all’autobiografia di Fernando Villagrán, Disparen a la bandada, nella quale l’autore rammenta la propria terrificante esperienza durante gli arresti di massa successivi al golpe di Pinochet. L’anello di congiunzione con l’opera di Juan Pablo Sallato è rappresentata dalla riconoscenza che Villagrán esprime nel suo scritto verso il Capitano Jorge Silva, il quale, contravvenendo agli ordini dei suoi superiori, contribuì a salvare la vita sia a lui che ad altri prigionieri politici. La linea in quella notte funesta era tracciata e il futuro del Cile si delineava assai cupo. L’accademia in cui si addestravano i giovani cadetti dell’aeronautica doveva essere trasformata per ordini superiori in un centro di detenzione e di tortura. Mentre gli hangar si riempivano di prigionieri e la repressione si faceva sempre più brutale, il Capitano Jorge Silva si trovava di fronte ad un bivio: obbedire agli ordini e appoggiare il nuovo regime o disobbedire e aiutare chi stava lottando per sopravvivere?

Il thriller politico deflagra presto in un dramma umano di significativa intensità, restituendo quel senso di angoscia frutto di una profonda immedesimazione con il conflitto morale di uomini intrappolati negli ingranaggi di un potere assoluto, ma che li costringe in un lasso di tempo compresso in pochi istanti a decidere da che parte stare. Le immagini in bianco e nero conferiscono a L’hangar rosso suggestioni stranianti in cui la figura del Capitano Silva risalta in maniera decisa, con il profilo affilato di Nicolás Zaráte che imprime al dilemma morale derive psicologiche amplificando in maniera sensibile la tensione di un thriller che si fa sempre più incalzante con l’incedere del racconto. La poetica del cineasta cileno evidenzia un mondo oscuro che si cela tra le luci e le ombre del suo bianco e nero. Questa scelta esprime tutta la brama di potere e mostra come gli ordini impartiti dal Generale Pinochet abbiano trasformato figure secondarie in esecutori efferati. Tale visione propone suggestioni simili a Missing – Scomparso di Costa- Gavras, con Jack Lemmon e Sissy Spacek. Il celebre film, inoltre, raccontava come dietro il golpe cileno si celasse la CIA e la brutale ossessione per il controllo assoluto anche da parte di un paese apparentemente lontano come gli Stati Uniti.
