La spigliata ed eclettica attrice e regista romana Micaela Andreozzi sembra decisa a trarre partito dietro l’ardua ma stimolante macchina da presa nel dramedy d’impegno civile Unicorni dalla morale della favola connessa alla sagace commedia sentimentale Indovina chi viene a cena? di Stanley Kramer.

In quel caso era la classica famiglia liberal degli anni Sessanta a stelle e strisce ad accettare, dapprincipio obtorto collo per i dubbi nutriti prima dell’happy end secondo copione dal capostipite brontolone, il matrimonio della figlia con il dottore di colore impersonato da Sidney Poitier dimostrando di saper tener fede alle proprie convenzioni ideologiche nel passaggio dalla teoria alla prassi.

In Unicorni è l’affabile conduttore radiofonico Lucio, alieno alle altere pose dei vanesi procacciatori di consensi, ad anteporre step by step la fedeltà ai suoi princìpi cementati dai legami di sangue alla smania di preservare il figlio detto Blu dalla chiusura mentale esibita dinanzi all’identità di genere. Il senso profondo racchiuso nel sentirsi una creatura muliebre, seppur nato con un corpo maschile, veleggia sin dall’incipit sulla superficie dei colpi di gomito del rallentamento dell’azione coi capelli del ragazzino d’appena nove anni in bell’evidenza nel nido domestico. Ad alzare l’asticella provvede il carattere d’autenticità successivo che emerge nelle punture di spillo che in seno alla classica famiglia allargata rimbalzano dalle sponde di pensiero agli antipodi. Lino Musella, aderendo con spigliatezza alla simpatica improntitudine dell’amico reazionario che dirige il network radiofonico giunto quasi alla frutta privilegiando i piani di rigenerazione commerciale alla velleità di mettere all’angolo gli ospiti boriosi, veicola il singolare itinerario dei genitori di Blu nei binari dell’ovvia opera a tema. L’inopportuna egemonia dei prevedibili motivi ricorrenti sulla forza significante del pluralismo dei punti di vista d’ascendenza pirandelliana impedisce lì per lì alla scontata scrittura per immagini di scandagliare appieno l’acuminata nevrosi casalinga.

Che cova sotto la cenere dell’ottica libertaria dell’avvenente ed eterea Elena. Sconfessata palmo a palmo dal volubile consorte. La cognizione del vissuto, che spinge Micaela Andreozzi in cabina di regìa a esibire le prese di posizione pro e contro in conformità coi celeri affreschi d’attualità, tradisce l’impasse dei trapassi programmatici. Lontanissimi dal sagace retroterra psicologico degli intensi ed emblematici esami comportamentistici esenti da qualsiasi lentezza descrittiva. Contemplata in Unicorni nell’appaiare all’effigie delle bambole di Blu, già abbastanza eloquente, alcune modalità esplicative incapaci di comporre una lezione d’arte, ed ergo di vita, in merito al bisogno di capire ed elaborare il trauma della disforia di genere. Mentre le sequenze concernenti l’esperienza del campeggio per padri e figli, con le prove da sostenere in apparente allegria che vanno stringi stringi a caccia di grilli, fanno passare in cavalleria l’opportuno concetto di tempo di qualità, preferendo rimarcare il disagio malcelato dell’ormai incerto papà, tinto di vetusto, la terapia affrontata dalla coppia in procinto di scoppiare senza sostenere davvero le scelte spontanee di Blu, con la passione per La sirenetta sugli scudi, taglia l’indubbio traguardo del carattere d’ingegno creativo.

Accostato all’idoneo carattere d’autenticità sancito dalla performance misurata di Edoardo Pesce. L’accostamento nondimeno, ribadendo il maggior peso esercitato dalle soluzioni registiche in confronto ai limiti della psicotecnica recitativa, risulta assai approssimativo. Persuade invece abbastanza l’associazione onirica di Lucio che di fronte all’onere di snudare l’anima individua nella psicologa interpretata dalla stessa Michela Andreozzi l’effigie spirituale di Blu. Coi nodi che vengono al pettine. Lo spettacolo scolastico conclusivo all’insegna dell’amata Sirenetta chiude il cerchio col clima ossessivo dell’inaccettazione che cede la ribalta al clima distensivo dell’accettazione. La canzone intonata dal bravo Edoardo Pesce non lancia appelli accalorati ed enfatici. Preferendo evidenziare con l’ovvia musica extradiegetica convertita in inattesa musica intradiegetica la pertinenza dei debiti semitoni al contrario dei pleonastici accenti. L’epilogo, viceversa, paga dazio alle ampollose componenti manieristiche. Riguardanti pure la smielata performance di Valentina Lodovini nel ruolo della mamma che ammira incondizionatamente il coraggio di Blu. In ultima analisi Unicorni, sia nell’accostare timbri ora carezzevoli ora compassionevoli sia nel rappresentare la fedeltà a sé stessi e la libertà di essere ciò che si è, non punge mai sul vivo la tracotanza di chiunque rifiuti di agire in modo propositivo e praticare l’accettazione. Bensì strizza l’occhio all’estro altrui mostrando l’ennesima corda dei nani sulle spalle dei giganti.

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